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Insicurezza e utopia. Come lo sguardo del “diverso” può cambiare la vita

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Questo articolo è uscito su D – la Repubblica nel 2005. (Immagine: Slinkachu. Fonte)

Se la “minaccia di disastro”, di cui parlano Miguel Benasayag e Gérard Schmit, gli autori del libro L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli 2004) interessa ormai tutto il pianeta, l’insicurezza come umore esistenziale diffuso parla soprattutto dell’Occidente: un benessere insidiato dalla povertà, “valori” universali accerchiati da culture “diverse”, individualismo crescente, tecnologie incapaci di far fronte agli imprevisti della natura, “mali” che affiorano dietro la maschera della perfetta salute. Le immagini ricorrenti nelle analisi sociologiche per descrivere uno stato di incontrollabile mutevolezza sono quelle dei “liquidi”, che “non conservano mai a lungo la propria forma”, o dell’ “albero” che può flettersi e riprendere subito dopo la posizione di partenza. La “modernità liquida” di Zygmunt Bauman, l’“uomo flessibile” di Richard Sennett, o il San Precario dei Disobbedienti, sono le nuove icone di una civiltà che sente vacillare le sue fondamenta, e che ancora non sa se lasciarsi avvolgere dalla “notte apocalittica” o disporsi verso una trasformazione “epocale” del proprio modo di vivere.

Nel momento in cui il tempo sembra fermarsi per la perdita del suo orizzonte futuro, si fa strada, paradossalmente, quella forza insopprimibile nell’esperienza umana che è l’utopia, sospensione di luoghi e tempi “dati”, che apre la strada a tutto ciò che è ancora “possibile”. È come se aver intravisto la fine della propria storia e della propria cultura potesse essere la condizione per riconoscere che altre e molteplici sono le alternative concesse alla specie umana. Questo spiega perché la “società del rischio” muova, al medesimo tempo, paure e speranze, impotenza e dinamismo, nostalgie comunitarie e potenziamento dell’autonomia del singolo.

Nonostante la frequenza quasi quotidiana di sondaggi e statistiche che misurano la febbre del nostro tempo, allineando secondo un ordine di maggiore o minore grandezza le paure ricorrenti, resta il dubbio che l’imbarbarimento di una civiltà esaurita possa essere la premessa per un suo ulteriore sviluppo. A farlo credere, o soltanto sperare, è l’aspetto inedito, per profondità ed estensione, del terremoto che ha aperto crepe insanabili nelle abitudini, nelle certezze materiali e nelle convinzioni morali di popoli sicuri di essere centro e misura del mondo, regolatori del caos, della natura e delle passioni umane. Di due “catastrofi”, come l’attentato alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001, e lo tsunami, nel Sud Est asiatico, il 26 dicembre 2004, si è detto che “niente poteva più essere come prima”, come se una faglia gigantesca si fosse aperta tra la ragione storica e le “viscere” inesplorate che si porta dentro. Ma se dallo scenario mondiale si passa alla drammaturgia minuta e meno appariscente delle “minacce” quotidiane  -precarietà del lavoro, microcriminalità, scontro di culture, disastri climatici, ecc.-, non è difficile accorgersi che a scuotere le certezze è, in tutti i casi, un capovolgimento imprevisto di prospettiva, l’insorgere di uno sguardo altro, indagatore e inquietante.

Le fonti “esterne” delle ansie diffuse oggi nel tessuto sociale non mancano di descrizioni dettagliate, dalla globalizzazione economica alla ripresa dei flussi migratori, dal deterioramento del clima e dell’ambiente alla crisi di legami sociali consolidati, dalla guerra e dal terrorismo alle morti silenziose per fame, depressione e malattia. Più difficile è fermare l’attenzione su un “nemico” che è, per altri versi, famigliare, “interno”, anche se finora ignorato, alle nostre vite e alle nostre società. Come nelle eruzioni vulcaniche, a venire in superficie è il magma delle reazioni incontrollate che la storia produce nel momento in cui separa da sé tutto ciò che la ostacola e la contraddice in una fase del suo sviluppo.

Per la forte valenza simbolica che avevano, sia le Torri Gemelle, crocevia degli scambi commerciali del mondo, sia i paradisi marini del Sud Est asiatico, meta del turismo internazionale, è diventata trasparente anche la mano che li ha colpiti, quell’alterità, umana in un caso, naturale nell’altro, che si era creduto di poter rendere inoffensiva con il dominio e l’assimilazione. I mondi e le culture che finora sono stati costretti a misurare le loro possibilità di sopravivenza e la loro “diversità” sul modello unico dell’Occidente, sono diventati, insieme alle forze naturali che hanno sconvolto le spiagge dell’Indonesia, delle presenze che nessuna ragione e nessun sonno potranno più allontanare. La scelta di farne i fantasmi di un’Apocalisse incombente o invece l’occasione per riconoscere squilibri, aggressioni fatte e subite, fragilità e limiti dell’agire umano, non potranno impedire a quel “terzo occhio” di orientare in modo nuovo la nostra visione delle cose.

Uno spostamento analogo sembra essere avvenuto nella vita delle persone, nelle relazioni sociali, nelle normali abitudini quotidiane. A disorientare e scuotere certezze divenute quasi una “seconda natura”, è lo spettro di una povertà non più riducibile al destino di una classe sociale, di un “femminile” che interroga le “differenze” storiche tra i sessi, di una singolarità che si libera di lacci e soggezioni antiche. Con le categorie interpretative che vanno sotto i nomi di “precarietà”, “mobilità”, “rischio”, “crisi”, “insicurezza”, vengono elencate prioritariamente le conseguenze di un modello di sviluppo –produzione e consumo-, ormai fine a se stesso, con un corteo crescente di guerre, migrazioni, nuove schiavitù e disastri ecologici. Ma se la dimensione economica non fosse diventata l’unità di misura del vivere umano, e la “flessibilità” del lavoro l’unico indicatore delle ansie sociali, non sarebbe difficile accorgersi che, a incrinare un terreno che sembrava compatto, è il sottosuolo che si è sempre portato dentro a sua insaputa, quel luogo altro, diverso, destinato a tacere per sempre, che oggi irrompe sulla scena del mondo, creando figure, passioni, legami nuovi e imprevisti tra culture differenti, ma anche tra uomo e donna, individuo e collettività, salute e malattia, libertà e dipendenza, giovinezza e vecchiaia, vita e morte.

Saltano confini che sembravano tracciati una volta per sempre − privato/pubblico, barbarie/civiltà, reale/artificiale, ecc. −, false “naturalità, come quella che ha diviso violentemente il destino dei sessi, lasciando la donna a garantire la continuità della specie e l’uomo a “progredire” da solo nel mondo; irrompe, nel teatro che è sempre stato della razionalità vigilante − del potere, delle sue istituzioni e dei suoi linguaggi −, il corpo, con la sua memoria arcaica, le sue leggi, le sue ferite, la sua manipolabilità, ma anche la sua resistenza alle mire onnipotenti del pensiero. Del corpo parla oggi la consapevolezza che l’individuo, maschio e femmina, ha di se stesso, quando tenta di piegarlo a martellanti pratiche salutistiche, quando ne riconosce la fragilità e il termine, quando interroga ansioso le promesse della scienza e quando, al contrario, si dispone ad assecondare ritmi più “naturali”, quando si aggrappa a un modello di eterna giovinezza e quando chiede che sia data cittadinanza a parenti indesiderati, come i malati, gli anziani, i disabili. Con la corporeità hanno a che fare anche le ansie che si associano a un colore diverso della pelle, a un taglio diverso degli occhi, a un abbigliamento che segnali povertà o appartenenza a culture diverse.

Sono queste “interferenze” che assediano il quotidiano, da uno schermo televisivo al percorso che si fa a piedi o in autobus, a rinfocolare “identità” che nessuno si era mai accorto di avere e che ora si è tentati di impugnare come un’arma di difesa. L’insorgere di nuove “preoccupazioni” non è necessariamente solo ansia, impotenza, fatalismo, arroccamento nel proprio utile. L’arretramento che sembra oggi invertire il cammino di un progresso assicurato, potrebbe essere visto, come già scriveva Elvio Fachinelli nel suo libro Il bambino dalle uova d’oro (Feltrinelli 1974) come “un’astuzia storica di Eros” che, “proprio per salvare la civiltà ricorre a una nuova barbarie, che è premessa per il suo ulteriore sviluppo”. Come è già successo nel corso della storia, “questa barbarie proviene dall’esterno della civiltà esausta, sotto forma di nuove masse alle quali risultano incomprensibili le sue sottili operazioni”.

Nella situazione attuale, questa irruzione di alterità non viene soltanto dai mondi che l’Occidente ha colonizzato, asservito ai suoi modelli, e a cui oggi è costretto ad aprire le porte, ma da un “ordine” politico, economico, sessuale e morale, che si va sfaldando per lasciare posto a nuovi equilibri, nuove forme di  convivenza, nuovi saperi e linguaggi. Ma per inserire l’esigenza del diverso, per cambiare l’idea di ciò che è “reale” e “possibile”, è necessario non aver paura di analizzare la “profondità del male” e cogliere nel medesimo tempo i segnali contraddittori che vengono dai peggiori disastri. Non c’è dubbio che lo tsunami, sia pure dal versante di una legge fisica che sfugge al controllo dell’uomo e che lascia perciò aperta l’imprevedibilità della morte, interroga rapporti che si sono costruiti nella storia: scambi ineguali,  popolazioni povere che offrono i loro mari al godimento di occidentali privilegiati, promessa di sviluppo da parte dei potenti del mondo in cambio dello sfruttamento di risorse umane e naturali.

Tra le macerie che si è lasciato dietro il maremoto, non si è persa solo la possibilità di distinguere i corpi dei turisti e dei locali, ma anche la linea di demarcazione inconsapevole che ha portato una parte del mondo ad arrogarsi poteri, valori, condizioni di superiorità sull’altra. Nuove paure e nuove consapevolezze si fanno strada insieme, producono arretramenti e, nel medesimo tempo, la scoperta di forme inedite di solidarietà. Soprattutto aprono la strada alla prospettiva che si possa andare “alle radici dell’umano”, al di là di quelle “differenze” che nel corso della storia hanno impedito di pensarsi appartenenti a un comune destino.

Lea Melandri negli anni settanta insieme allo psicoanalista Elvio Fachinelli ha dato vita alla rivista «L’erba voglio», una delle voci più libere e incisive del dissenso politico-culturale e della critica antiautoritaria della società. Nello stesso periodo ha preso parte attiva al movimento delle donne. Dal 1987 al 1997 ha diretto «Lapis. Percorsi della riflessione femminile» (da poco online: www.serverdonne.it). Attualmente tiene corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata tra le promotrici fin dal 1987 e di cui oggi è presidente. Ha pubblicato fra l’altro: L’infamia originaria (1977, nuova ed. 1997); Lo strabismo della memoria (1991); La mappa del cuore (1992); Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni settanta (2000); Preistorie. Di cronaca e d’altro (2004). Per Bollati Boringhieri: Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia (2001); Come nasce il sogno d’amore (2002); La perdita (con Rossana Rossanda e Manuela Fraire); Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (2011).
Cittadina onoraria di Carloforte (Isola di San Pietro), ha ricevuto nel 2012 dal Comune di Milano l’ “ambrogino d’oro” come “teorica del femminismo” .(www.universitadelledonne.it)
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