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Instagram al tramonto. Conversazione con Paolo Landi

Scrive Paolo Landi nel suo Instagram al tramonto (La Nave di Teseo) che i nostri profili sono “un mosaico contemporaneo che, come un dipinto di Pompei esposto all’improvviso dopo secoli di buio alla luce del sole, svanisce per incanto”. Su Instagram tutto è vacuo, consumabile e già consumato, involontariamente kitsch a prescindere dalla raffinatezza e dalla sensibilità di chi posta (e dal contenuto postato).

Paolo Landi, un curriculum sterminato in fatto di marketing e comunicazione d’impresa, non si è lasciato irretire dal kitsch e anzi si è gettato a capofitto nel gioco di Instagram. Ne è venuta fuori una breve quanto intensa critica-commento al nostro modo di vivere i social, un testo dal titolo volutamente ambiguo che ha la capacità di dialogare con un pubblico ampio, non di soli addetti ai lavori, forse non ancora abituato a riflettere sui propri comportamenti in ambienti digitali. Ma che ne avverte evidentemente la necessità.

Da questi aspetti siamo partiti con Paolo Landi per la conversazione che segue.

So che il tuo libro sta andando bene. Probabilmente perché risponde a una necessità forte, quella di comprendere il nostro modo di rapportarci ai social. Ma credo c’entri anche la sua forma breve, in un momento in cui la nostra attenzione è continuamente stimolata da contenuti infiniti.

Il libro doveva intitolarsi Instagram spiegato alla Ferragni. Pensavo che lei, da subito e con intelligenza impegnata a far soldi con questo social, non avesse avuto il tempo di fermarsi a riflettere su che cos’era davvero Instagram. E forse neppure noi, che a volte lo consumiamo nevroticamente, abbiamo idea del tipo di gioco cui ci invita a giocare. Così mi sono messo al computer con lo smartphone accanto e ho fatto una selezione tra migliaia di suggestioni. Ne sono usciti i 18 brevi capitoli che compongono le 99 pagine del libro. Sulla brevità: io dormo con Miti d’oggi di Roland Barthes e Minima moralia di Adorno sul comodino, due libri che mi hanno insegnato che si può essere brevi ma non per questo superficiali.

C’è qualcosa di cui avresti voluto parlare che è rimasto fuori dalla tua selezione?

Avrei voluto approfondire il capitoletto sulla politica. Mi chiedo come mai nessuno si sia ancora proposto come influencer politico. La politica ovviamente usa Instagram ma lo fa in un modo vecchio, semplicemente per veicolare messaggi. Gli influencer hanno capito che se ne può fare un uso differente: si sono offerti al mondo di Instagram con il loro corpo e le loro predilezioni. Mi domando: la nuova classe dirigente politica non potrebbe nascere su Instagram? Giovani che, invece di taggare Gucci e Nike, lottano contro le ingiustizie, segnalano cause civili, taggano persone che dicono qualcosa di utile e interessante invece di baciare salami o rilanciare i loro comizi mixati con musica techno? I social hanno abbattuto un limite che credevamo insuperabile: nessuno ha più paura di sembrare idiota. Si ha il terrore di sembrare vecchi, tecnologicamente inadeguati. Ma non stupidi.

Mi viene in mente Elly Schlein, la più suffragata in Emilia Romagna, che come Greta Thunberg e Alexandria Ocasio-Cortez sui social prova a rappresentare un esempio diverso, veicolando dei contenuti. Però come scrivi nel libro, i social tendono a prevalere come forma, come mondo, consumando temi, contenuti e persone.

È vero che i social funzionano così, ma la domanda che dobbiamo porci è: perché i linguaggi tradizionali non ci bastano più? Dobbiamo fare i conti con queste nuove forme di comunicazione: le abbiamo inventate noi. Io spero davvero che alla lunga smettano di prevalere retorica, odio, fake news. Bisogna però essere consapevoli che i social pretendono concisione, concetti semplici o ‘semplificati’ e che questo si scontra con la necessità di trasferire la complessità dei temi politici. Abbiamo masse di persone che sono sempre più vittime di suggestioni emotive; il contrario, secondo me, di ciò che dovrebbe seminare la buona politica.

Il fatto è che a un certo punto milioni di persone si sono trovate a gestire dei mezzi di portata impensabile per le generazioni precedenti. Ci siamo tutti trovati a diventare, nel nostro piccolo, figure pubbliche esposte all’uso quotidiano della scrittura, delle immagini, all’esibizione narcisistica: in sintesi, all’autorappresentazione. A posteriori, forse era scontato che le cose dovessero incasinarsi.

Perciò è indispensabile cercare di approfondire la conoscenza di questi mezzi. Non possiamo limitarci a essere ostaggi di un prodotto commerciale come Instagram, Twitter o Facebook. In fondo anche i vecchi quotidiani sono imprese commerciali, anche loro erano e sono prodotti per vendere. La differenza con i social è che sui social siamo noi le merci. Eppure, visto che i social li ha inventati il cervello umano, credo che abbastanza presto usciremo da questa fase pioneristica per trovare strade più consone all’intelligenza umana: l’uomo ha sempre, nella storia, trovato forme di resistenza al potere del mercato. Arriverà il momento in cui Luca Morisi sarà licenziato da Salvini perché Salvini capirà che gli sta distruggendo la reputazione. Dobbiamo solo smettere di eseguire quello che i social ci impongono: in fondo postiamo tramonti perché obbediamo al diktat di Instagram che, al tramonto, invade il suo wall di tramonti.

Ti sento leggermente più ottimista rispetto al libro. In alcune pagine sembri quello che un tempo sarebbe stato definito un apocalittico che si scaglia contro gli influencer-integrati, anche se nella premessa ti definisci “moderatamente dipendente da Instagram”. È possibile oggi essere apocalittici dall’interno?

Ti darò una risposta da boyscout (anche se non sono mai stato boyscout): è inutile cercare di cambiare Instagram. È più forte di noi. Si può solo assecondarlo cercando di comprenderne il funzionamento e di conseguenza cambiare un po’ noi stessi. Studiare Instagram, perché no? Il punto è entrare in quei mondi e porci la domanda chatwiniana, sempre necessaria: “Che ci faccio qui?”. Le piccole rivoluzioni partono sempre da qualcosa di intimo: quando scopro un libro, un film, un quadro che innesca in me una curiosità, un desiderio, allora avverto in me piccoli scarti o anche folgoranti squarci di luce. La conoscenza ci cambia profondamente, molto più di quanto noi sospettiamo. La Scuola di Barbiana ci ha insegnato che il problema degli altri è uguale al mio: uscirne da soli è avarizia, uscirne insieme è politica.

In realtà le pagine sugli influencer, apparentemente molto critiche, raccontano bene la sovrapposizione di tempo libero e lavoro di tante nuove professioni digitali. Secondo me è un passaggio molto importante. Hai avuto modo di confrontarti su questo e su altri temi del libro con lettori molto giovani?

Ho ricevuto una lettera da un influencer giovanissimo, un ragazzo piuttosto famoso che lavora solo per marchi di alto profilo. Mi scriveva che non avevo colto la fatica dell’essere influencer. Questa risposta mi ha rivelato un dettaglio importante: gli influencer affrontano questo loro lavoro in modo tradizionale, non hanno la percezione di essere la filiera di un nuovo modo di produrre, una filiera che inizia e finisce in loro, visto che sono loro i proprietari dei mezzi di produzione e gli operai, in loro e solo in loro si conclude il ciclo produttivo, sono nello stesso tempo individui e merci, persone e brand. Sarebbe stato bello se il ragazzo avesse preso coscienza di questo cambiamento epocale e lo avesse approfondito, invece si è limitato a spiegarmi quanto sia faticoso prendere gli aerei, curare la forma fisica, sottoporsi a estenuanti sedute di foto, eccetera. Un’altra coppia di giovani influencer da molte migliaia di follower è stata più spiritosa: mi hanno detto di essersi sentiti un po’ scemi dopo aver letto Instagram al tramonto.

Un po’ scemi ci sentiamo tutti, probabilmente, ma poi ci convinciamo che è solo un gioco. Tu scrivi che su Instagram perdiamo il filtro dell’autocoscienza, dell’autocontrollo. Io stesso penso di mostrare pubblicamente cose di me che senza i social non avrei mai raccontato. Ogni tanto mi chiedo come sia potuto accadere.

Va detto che ho cercato di avere uno sguardo non giudicante, scrivendo. Se c’è una critica è a me per primo e ringrazio Giovanni Agosti, che mi ha consigliato di inserire come ultimo screenshot, tra quelli scelti da Oliviero Toscani per il libro, proprio quello del mio profilo, in una sorta di mise en abyme dell’autore, una storia nella storia che mi immerge nel mondo che analizzo, rendendomene complice e vittima. Del resto Instagram con la sua coazione a postare immagini inibisce qualsiasi forma di autocoscienza, per questo non ci vergogniamo (quasi) mai di esporci perfino nei nostri momenti più intimi. Ed è vero che il lavoro dell’influencer è durissimo e sarebbe interessante conoscere il livello di alienazione di chi vive quotidianamente questa dimensione.
Non escludo che la vita vera dietro l’apparenza fasulla che Instagram incoraggia possa essere a volte perfino spaventosa, proprio com’è la vita. Mi domando spesso quanto Instagram sia oggetto di fraintendimenti, di generalizzazioni abusive: alla fine, come ci diceva la più illuminante teoria letteraria novecentesca, si conferma l’assioma che questo social, invece di rappresentare la realtà esterna, finisce per riferirsi soltanto a se stesso e parla solo di se stesso. Questo è un bell’alibi, anche per i più attrezzati culturalmente tra noi.

Un bell’alibi, ma anche un’abitudine che crea dipendenza e altera le nostre menti in modo irreversibile. Prima o poi bisognerà parlare anche di quanto oggi la nostra mente funzioni in modo radicalmente diverso rispetto non a un secolo ma a cinque, dieci anni fa.

Ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale. Nel libro mi interrogo anche su quali saranno le élite che formeranno la classe dirigente del futuro. È chiaro che dovranno avere dimestichezza con le tecnologie, ma chi riuscirà a distinguersi nel loro effetto massificante? Come saranno gli studenti che si saranno formati a Eton o i laureati che usciranno dalla Normale, in futuro? Ma soprattutto: saranno sempre loro i punti di riferimento? Certo è che il digitale e i social modificano impercettibilmente ma implacabilmente la nostra antropologia, la nostra cultura. Ho la sensazione che per ora siamo nella fase in cui subiamo i diktat tecnologici ma sono sicuro che ancora una volta l’umanesimo vincerà sulla tecnocrazia. Prima o poi la mente umana imparerà a dominare il Frankenstein che lei stessa ha creato, per costruire un mondo in cui la tecnologia sarà solo strumento e non filosofia, come lo è sempre stata in tutte le fasi di progresso della nostra vita.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Si trova anche su diapianura.com.
Commenti
4 Commenti a “Instagram al tramonto. Conversazione con Paolo Landi”
  1. Andrea Pannitti scrive:

    A undici giorni dalla morte di Severino il finale dell’intervista sembra davvero una vana speranza.

  2. Tommaso scrive:

    “Mi domando spesso quanto Instagram sia oggetto di fraintendimenti, di generalizzazioni abusive” Leggo e mi fermo a pormi il tuo steso quesito. Dove andremo a finire? Non ho risposta.

  3. Tommaso scrive:

    Vado a leggere allora…

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  1. […] necessario invitarvi a leggere un’intervista che ho letto ieri e mi è molto piaciuta (la trovate qui: l’intervistato è Paolo Landi, il quale ha scritto un bel libro su Instagram, che […]



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