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Se lo “zio” Hitler si innamora della cassiera di una rosticceria

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su la Repubblica. (Immagine: Banksy)

Esiste una pratica letteraria, non formalizzata e non canonica, che potremmo chiamare congedo. È un regolamento di conti – necessariamente provvisorio – con le figure nodali della propria vita. Il combustibile del congedo è un sentimento tanto perentorio quanto elusivo, violentissimo e struggente. Uno stato d’animo che può manifestarsi nella forma della nostalgia, del rimpianto più nero, persino della rabbia davanti all’irreversibilità degli eventi. Perché con il sentire la mancanza è difficile venire a patti. Sentire la mancanza scorre capillare sottopelle, informa di sé ogni pensiero: arriva a essere la filigrana di ogni percezione.

Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi), l’ultimo libro di Fulvio Abbate, è un romanzo di mancanze e di congedi. Congedi da ciò che ci manca, o meglio da chi ci manca. Un romanzo che già a partire dal suo incipit – «Hitler venne ad abitare da noi durante l’autunno del 1961» – chiarisce che ci troviamo in una narrazione che procede attraverso una qualità di invenzione radicalmente individuale, un’attitudine immaginifica proliferante, un’inesauribile fame di linguaggio.

Nella Palermo del 1961, la famiglia Abbate si confronta con due individui molto particolari. Proprio Adolf Hitler viene infatti assunto per ritinteggiare le pareti di casa; al piccolo Fulvio – al quale viene raccomandato di chiamarlo «zio» – il Führer porta in dono un soldatino della Wehrmacht e l’enciclopedia Conoscere. Negli stessi giorni prende possesso dell’appartamento di fronte (trenta metri quadri più bagno e cucinotto) Ettore Majorana che, vestito da suora terziaria, lavora segretamente su progetti incomprensibili e ogni giorno, all’alba e sempre di nascosto, raggiunge casa Abbate dove passa lo straccio e la lucidatrice.

Mentre zio Hitler si innamora perdutamente della cassiera di una rosticceria (via via sprofondando nella palermitanità più aspra al punto da graffitare su un muro quella che in città era ed è «l’alfa e l’omega d’ogni abbecedario»: la parola «suca») e Majorana dà a Fulvio ripetizioni di matematica così da riuscire finalmente a disegnare il cubo – attraverso questi due paradossali testimoni si compone una genealogia (nonché una vera e propria cosmologia personale) in cui memoria e immaginazione sono inscindibili. Forte dell’esempio della madre Gemma, splendida bugiarda («un’indossatrice di menzogne meravigliose»), Fulvio Abbate sa che se il passato è «uno spiazzo vuoto, la terra battuta di un grado zero sociale», a questo silenzio del tempo è possibile contrapporsi solo tramite quell’organismo rampicante che è la capacità di generare personaggi, situazioni, particolari. Tramite, cioè, la letteratura.

La straordinarietà – alla lettera il suo essere fuori da qualsiasi ordinario – della scrittura di Abbate risiede proprio in questo: ciò che ci è accaduto, ciò che siamo, la nostra storia, la storia della nostra stirpe, è sempre troppo poco. Affinché questo troppo poco si trasformi in un capitale occorre l’estro linguistico, lo sguardo che diventa parole, la disponibilità al vorticare, al turbinio. A quel moto rotatorio che accompagna l’intero romanzo: quello di una giostra parigina, delle Colonne Morris o di un prassinoscopio, di una trottola ottagonale o dei cavalli lanciati al galoppo sulla pista anulare dell’ippodromo. L’orbitare del Rotor che in I 400 colpi rende Antoine Doinel antigravitazionale.

Nell’intuire che la felicità del ricordo – del ricordo immaginato, immaginario – ha una forma «circolare e luminosa» (come, infine, quella di un agognato chepì bianco), Abbate ci dimostra che prendere congedo serve a trattenere chi ci manca. E che inventare la memoria trasforma il lutto in incanto.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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2 Commenti a “Se lo “zio” Hitler si innamora della cassiera di una rosticceria”
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  1. belly chain scrive:

    belly chain…

    Se lo “zio” Hitler si innamora della cassiera di una rosticceria : minima&moralia…



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