Interstellar Burst – sull’ubiquità dei Radiohead

di Liborio Conca

Probabilmente i Radiohead sono morti. Da qualche parte, nell’estate del 1995, hanno lasciato il nostro mondo.

È stato dopo la pubblicazione di The Bends, il loro ultimo disco da vivi, durante il tour che raggiunge in agosto i margini dell’Impero per una notte che raccontano sia stata memorabile, a Catania, in un clamoroso concerto allo stadio Cibali, di spalla ai Rem. L’occidente vive in quegli anni un momento di serenità diffusa, Clinton a Washington e Blair in arrivo a Londra, a Roma che importa. Il terrorismo su scala globale è un pericolo immaginario che si manifesta solo in qualche malriuscito film hollywoodiano. A seguito della collaborazione in tour, sembra che Michael Stipe abbia pronunciato parole che suonano più o meno come «il talento dei Radiohead mi fa paura», o qualcosa del genere, ma non è importante, è troppo tardi, il processo di dissoluzione materica annunciato con la profezia dolorosa di «Street Spirit», chiusura della loro produzione da terrestri

(This machine will not communicate
These thoughts and the strain I am under
Be a world child, form a circle
Before we all go under
And fade out, again. And fade out, again)

si compie, ed è da questo momento i Radiohead passano ad altre esistenze molecolari. Non necessariamente più belle, di sicuro più dense, sono riusciti a raccontarcele attraverso una serie di dischi (anche se il supporto non è così importante, ormai è chiaro) di una pienezza catartica meravigliosa, evitando con grazia l’annacquamento stilistico in ogni messaggio sonoro recapitato a noi terrestri alienati. Non più intrappolati nel labirinto oppresso dalla gravità e dal vuoto esistenziale sempre più dilagante, dispersi in mille direzioni concentriche e parallele, ubiqui, i R. si manifestano sotto forma di musica addensata in nubi vaporose e caotiche, squarciate da visioni mistiche e scenari apocalittici. Liberi da ogni sguardo pietrificante.

In the next world war,
In a jacknifed juggernaut
I am born again
In an interstellar burst I am back to save the universe

Tutto inizia con un’esplosione. E lo scoppio dev’essere stato potente come una bomba solare, la luce accecante, il trauma causato da tanta energia diffusa difficile da smaltire. Inizia la ricerca di una nuova pace, di forme di vita temperate, ma sarà un viaggio difficile, il sale sulle ferite si spande inevitabilmente. L’impatto iniziale di una luce mai vista si riversa in un disco che appare paradossalmente come l’annuncio del tramonto definitivo di un’era.

Please could stop the noise, I’m trying to get some rest
From all the unborn chicken voices in my head
What’s that? What’s that?

Ok Computer è in definitiva un disco rabbioso, di una rabbia inevitabilmente più consapevole di quella a noi più intimamente vicina e comprensibile di Kurt Cobain, per questo l’assunzione di musica R. non deve mai essere continua. Il lacerante richiamo di una Terra in preda a convulsioni incontrollate contende la centralità tematica all’esperienza sovrannaturale che ha seguito il dopo-esplosione. Nuove forze di controllo si stagliano all’orizzonte, poliziotti del destino e forze extraterrestri si rincorrono, cronache dal dopo-bomba.

L’odissea interstellare, il vagare dispersi nello spazio e nel tempo invadono il caos cosmico a temperatura gelida, centinaia di gradi sottozero, che riempie Kid A/Amnesiac, sinistro avvertimento gemellare a cavallo del millennio. La paranoia e la desolazione si mutano in nuovi avvertimenti profetici e premonizioni di paesaggi terrificanti e maestosi. Canyon oscuri sorvolati da angeli dagli occhi neri e ancora voci sinistre, distorte. Usciti a pochi mesi di distanza, nell’ottobre duemila il primo e nel giugno duemilauno il secondo; è un abisso di dolore quello che ci attende, così preconizzano i Radiohead.

Who’s in a bunker?
Who’s in a bunker?
I have seen to much
You haven’t seen enough.
[…] Ice age coming
Ice age coming

Lo scenario politico sul pianeta è mutato, al G8 di Genova è battaglia, a settembre New York e gli Stati Uniti conoscono lo stato d’assedio. Il mondo è ancora una volta in guerra, Enduring Freedom è la guerra di Bush e Blair. In Amnesiac «You and Whose Army?» è un canto che parte come cantilena stancamente ironica per divampare come accusa feroce e rabbiosa. «Life in a Glasshouse» intona invece il canto funebre definitivo (Is someone listening?), in un intreccio sonoro che mette insieme un lugubre tono jazz e una marcia pianistica catturata da un’anima in pena (Syd Barrett incontrato in un viaggio interstellare?).

Hail to the thief è il disco dell’allunaggio, non del ritorno sulla Terra. Verso un lido finalmente di pace, in uno scenario a tinte fiabesche ancor più lieve e rarefatto, lontano dalle tribolazioni galattiche, mitigato da luce finalmente più calda, vivida, come quella che deve intuirsi alle porte delle pearly gates cantate nella melodia paradisiaca di «Videotape», da In Rainbows. Yorke deve aver intravisto qualcosa che noi possiamo soltanto sognare, e ha cercato di mostrarcelo.

No matter what happens now
You shouldn’t be afraid
Because I know today has been the most perfect day
I’ve ever seen.

Da pochi giorni un nuovo messaggio è arrivato dagli universi paralleli visitati da Thom Yorke, Jonny e Colin Greenwood, Phil Selway e Ed O’Brien. Perché bastano pochi istanti

(Open your mouth wide
A universal sigh
And while the ocean blooms
It’s what keeps me alive
So why does this still hurt
Don’t blow your mind with why)

per capire che tra interferenze aliene e striscianti richiami ipnotici, i R. sono ancora in viaggio, per catturare il respiro ultimo dell’universo. Movimenti spasmodici o nenie attraversate da scariche elettriche, salti incontrollati bruscamente interrotti. Il black-out continuo (luce che va e viene come se un adolescente schizzato giocasse con l’interruttore di un lampadario) di «Feral» anticipa prima l’andamento sinuoso di «Lotus Flower», melodia eterea e sospesa in una dimensione lunare, e poi il panorama ancora una volta di fluide visioni estatiche descritte in «Codex», intrecciata alle precedenti illuminazioni di «Sail to the moon» e «Videotape», è un coraggioso guardare in faccia alla purezza.

Sleight of hand
Jump off the end
Into a clear lake
No one around

Just dragonflies
Fantasize
No one gets hurt
You’ve done nothing wrong

Slide your hand
Jump off the end
The water’s clear and innocent
The water’s clear and innocent

La desolazione è un attimo, ed è tutta in quel «No one around». Sulla superficie frastagliata di un’acqua fievolmente illuminata da una tenue luce bianca, un dubbio inevitabile tocca una qualche zona inesplorata del nostro inconscio spugnoso, sono morti i Radiohead, o stiamo morendo noi.

Commenti
2 Commenti a “Interstellar Burst – sull’ubiquità dei Radiohead”
  1. patch scrive:

    i sail to moon
    i spoke too soon
    and how much did it cost?

  2. red wine scrive:

    I jumped in the river and what did I see?
    Black-eyed angels swam with me
    A moon full of stars and astral cars

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