Intervista a A.M. Homes

di Tiziana Lo Porto

Li avevamo lasciati sapendo già come andava a finire. Sposati, lui in carriera, lei a casa, due bambini piccoli, una villetta con giardino in cui Elaine e Paul vivevano impantanati in una vita che si prospettava tutta uguale. A muoverli il desiderio di andare avanti così, poi quello di restare da soli, poi ancora quello di essere “da soli insieme”. Già protagonisti a inizio anni novanta del racconto Adulti da soli della raccolta della scrittrice americana A.M. Homes La sicurezza degli oggetti, ritornano nel romanzo Musica per un incendio (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini). Nel sequel della storia, l’incendio del titolo accade quasi subito. Un incendio doloso con cui Elaine e Paul, appesantiti da dieci anni di matrimonio alle spalle, infelici e totalmente incapaci di immaginare una vita diversa da quella che vivono, cercano una facile scappatoia: bruciare la casa in cui abitano per ricominciare in qualche modo da qualche altra parte. Più avanti nel libro, Paul chiederà a Elaine: “Perché l’abbiamo fatto?” Ed Elaine gli dirà: “L’abbiamo fatto perché non c’era altro da fare”. Il gesto, per quanto inevitabile, si rivelerà disastroso a sufficienza da fare del romanzo quanto di più simile ci possa essere a unRevolutionary Road ambientato ai giorni nostri. Pubblicato in America alla fine degli anni Novanta, amato dalla critica e dai lettori, il romanzo esce finalmente anche in Italia.

“Di fatto un libro puoi averlo scritto ieri come dieci o vent’anni fa, e per uno scrittore non cambia assolutamente nulla”, mi dice A.M. Homes parlandomi del libro in un caffè di Manhattan, a pochi passi da Washington Square. Poi continua: “Scrivere un libro è un processo talmente interiore, talmente radicato nella testa di chi scrive, che parlarne dopo che è finito è sempre e comunque strano, anche se si tratta dell’ultimo romanzo che hai scritto”.

Perché ha scelto proprio Elaine e Paul per riprendere una storia a quasi dieci anni di distanza?
Perché per me rappresentano l’evoluzione di un matrimonio, tutto quello che si attraversa, come talvolta si cominci in un modo e poi si finisca in un altro, e come pur essendo sposati non si sia veramente insieme. E poi ero semplicemente curiosa di sapere cosa ne fosse stato di loro.

L’ha scoperto scrivendone?
In parte, e in parte lo sapevo già.

Sa già anche che ne è di loro adesso?
Non ci ho ancora pensato, ma sono curiosa. Il libro finisce in tragedia e sono curiosa del come facciano a ricominciare partendo da lì. Questa volta sono curiosa soprattutto di sapere che ne è del figlio maggiore, Daniel, che cosa fa, chi è diventato. E sto pensando di riprendere ancora una volta la storia dove l’ho lasciata per farne un racconto in cui il punto di vista è quello di Daniel.

Alcune delle cose peggiori e migliori del romanzo le fanno proprio Daniel e gli altri bambini della storia. È così che li vede lei i bambini, gli artefici del meglio e del peggio delle vite degli adulti?
Sì, e ho sempre scritto romanzi in cui i bambini hanno un ruolo centrale. Trovo che il loro comportamento dica moltissimo di quanto sta accadendo agli adulti. Anche nel romanzo che sto scrivendo adesso i veri protagonisti saranno i bambini. Il comportamento dei figli e il modo in cui si relazionano con gli adulti è fondamentale.

Quand’è che secondo lei si passa dall’altra parte? Quando si smette di essere bambini e figli per diventare adulti?
Non credo si smetta mai. Quantomeno non in America. Forse la generazione prima della nostra lo faceva: crescevano, si sposavano, indossavano i loro abiti da adulti. Fino agli anni sessanta c’era un confine ben delineato tra adulti e bambini. Adesso non è più così. Elaine e Paul sono l’esempio perfetto di adulti che si comportano da bambini, senza tenere conto del fatto che sono genitori di qualcun altro. È una cosa molto narcisistica, e infantile.

Lei dice che è una cosa esclusivamente americana?
Questo non lo so, negli altri paesi però non mi sembra che la cosa sia così esasperata. Certo, gli italiani soni famosi per il modo in cui sono legati alle mamme, e forse ogni paese ha la sua variante, forse il problema è comune a tutti. Quello che so per certo è che in America gli uomini e le donne non crescono. O quantomeno diventano adulti molto più tardi di quanto dovrebbero. Qui da noi non si diventa adulti prima dei trent’anni, che è tardissimo. A quell’età la maggior parte dei nostri genitori erano già sposati con figli.

La sua Elaine però quando diventa madre in qualche modo è costretta a crescere, a essere più madre che figlia…
Sì, appunto, è costretta a farlo, e di fatto poi si rifiuta di diventare adulta. Si ostina a volere indietro quello che non può più avere, e la cosa la distrugge.

Anche il rapporto che Elaine e Paul hanno con il sesso, il modo in cui nel romanzo ne fanno la soluzione a tutto, è per lei una cosa generazionale?
Non so se sia una cosa generazionale. Ma se è della generazione di Elaine e Paul, lo è ancora di più delle generazioni dopo la loro. È interessante vedere come rispetto agli anni novanta, quando ho scritto il libro, con internet il sesso abbia preso sempre più spazio. Basti pensare a Anthony Weiner, il deputato democratico che ha messo online le sue foto nudo e s’è rovinato la carriera. La gente ha iniziato a usare il sesso per esprimersi, per manifestare il proprio malessere, o semplicemente per attirare l’attenzione. Ed è una cosa molto infantile, in cui non ci si preoccupa delle conseguenze.

Lei trova che il sesso sia una delle cose che definisce un matrimonio?
No.

E cosa allora lo definisce: l’amore, le convenzioni, i figli?
Probabilmente ogni matrimonio è definito da cose differenti. Per alcuni sì, magari è il sesso a definirlo. Per altri è il sentirsi complici. Oppure i figli.

Lei crede nel matrimonio?
Leggendo i miei libri tutti mi vedono come una persona trasgressiva ed estrema, ma la cosa buffa è che in cuor mio sono quanto di più all’antica ci possa essere. Per cui sì, credo nel matrimonio. Anche se non sono sposata. E mi sposerei se trovassi qualcuno di sposabile.

Cioè?
Qualcuno con cui potere essere me stessa. Sono una donna, e una donna di successo, e non voglio smettere di esserlo. Non potrei mai stare con qualcuno con cui dovere essere sempre in competizione. O che mi sminuisca. Vorrei qualcuno che sia veramente pari a me, e che sia un compagno. In pratica un uomo che nella vita reale non esiste.

Nel suo romanzo, Elaine è sicuramente molto più accomodante di lei. Lei e Paul si tradiscono, ma il tradimento passa quasi in secondo piano rispetto al resto…
Sì, ma quelli sono loro, e io non la penso come loro. Lo so che non è realistico pensare che si possa essere sposati con qualcuno che non ti tradirà mai. La fedeltà non è nella natura degli uomini. E tuttavia non smetto di pensare a quanto sia devastante il tradimento, soprattutto per una donna. La vita è già così complicata in sé che in un matrimonio o in una relazione di lunga durata non ci si può permettere di devastare l’altro.

Il suo libro racconta una storia molto vicina a Revolutionary Road di Richard Yates. E anche se accade mezzo secolo dopo, si ha l’impressione che per le coppie le cose sembra vadano sempre allo stesso modo.
Sì, assolutamente. Scrivendo pensavo a Richard Yates, ma anche a John Cheever. Entrambi raccontano le paure delle persone, il bisogno che hanno di essere visti pubblicamente in un modo quando privatamente sono in un altro modo, l’infelicità che provano con se stessi e con gli altri. E questo gap, questa distanza tra pubblico e privato, è una cosa che mi ha sempre affascinato e che cerco di raccontare anch’io nelle mie storie.

Però, rispetto a April di Revolutionary Road, Elaine non è prigioniera delle convenzioni, o di quello che la gente può dire, o di una qualunque altra motivazione esterna. Elaine non va via di casa solo perché non riesce a immaginare dove altro andare.
Esatto. È impantanata. Quando riprenderò a scrivere di lei non sarà facile inventarmi un modo per farla uscire dallo stallo…

Musica per un incendio finisce in modo tragico per tutti. A che punto ha deciso che doveva finire in dramma?
L’avevo deciso prima ancora di cominciare a scrivere il romanzo. E scrivendo non ho mai perso di vista la consapevolezza della fine.

Scrive così tutti i suoi libri? Sapendo già come vanno a finire?
Sì, anche se di solito ho solo un’idea generale. Non so esattamente come si evolverà, ma so in partenza l’emozione che voglio trasmettere alla fine. Per cui si tratta solo di darle una forma.

Dov’è lei nella storia di Elaine e Paul? È Elaine, Paul, o è uno dei figli? È all’inizio, o alla fine della storia?
Non ci sono.

Mai?
No, non entro mai nelle storie che scrivo. Non scrivo mai dal mio punto di vista, o in modo che il punto di vista di uno dei personaggi sia identico al mio. Sono più come una piovra con i tentacoli, che sì, sono sempre parti di me, ma vanno a finire ognuno in un personaggio diverso. Quando scrivo fiction, è sul serio fiction. L’unico libro che ho scritto in cui ho superato il confine tra finzione e autobiografia è In un paese di madri, in cui ho romanzato pezzi della mia vita. Ma di solito è pura finzione. E posso dire di avere una grande immaginazione.

È più facile scrivere fiction?
Sì, molto più facile. In un paese di madre è stato il più faticoso dei miei libri.

Lei insegna scrittura alla Columbia. Le piace insegnare?

Sì, anche se la cosa che mi piace di più dell’insegnare non c’entra niente con la scrittura. Mi piace lavorare con i giovani perché stanno attraversando un momento delle loro vite in cui possono fare tutto. Hanno un sacco di opportunità, e non credo se ne rendano conto. Ed è di questo che mi piace parlare con loro, delle infinite possibilità che hanno davanti, anche di quelle che non c’entrano niente con la scrittura. E poi cerco di farli lavorare moltissimo sulla creatività, di insegnare loro a usare l’immaginazione. Uno scrittore quando comincia a scrivere di solito scrive cose autobiografiche, scrive solo di se stesso. Ma è una cosa che puoi fare solo per un tempo limitato, prima o poi sei costretto a confrontarti con la necessità di scrivere fiction, di immaginare e creare le cose. Ecco, questa è la cosa che mi piace di più insegnare: come usare l’immaginazione.

Anche lei impara qualcosa dai suoi studenti?
Sicuramente a essere paziente.

E dai suoi insegnanti? Da allieva cos’ha imparato?
L’insegnante migliore che ho avuto è stata Grace Paley. Non mi ha insegnato molto sulla scrittura, ma mi ha parlato della vita. E la vita è un soggetto di gran lunga migliore della letteratura. Poi è stato importante studiare la storia, che per uno scrittore è più interessante della letteratura. Col tempo ho scoperto quanto per uno scrittore siano importanti la storia, l’economia, il comportamento delle persone, o il modo in cui funzionano le cose. Tutta roba più interessante e utile dello studiare letteratura e basta.

Questa recensione è uscita per «D-Repubblica»

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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