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Intervista a Amos Gitai

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Gli aerei israeliani hanno appena bombardato la spiaggia adiacente l’albergo di Gaza dove alloggia la stampa straniera. Quattro bambini sono morti e molti altri sono feriti. Stavano giocando a pallone ed qualcuno dice che forse le bombe sono cadute così vicine ai giornalisti perché questi ultimi amplificassero la portata del gesto.

Amos Gitai ascolta il resoconto dell’ennesimo bombardamento e poi, come chi non ha bisogno di sapere altro perché cambiano i nomi delle strade e dei morti, ma la storia è sempre la stessa, aggiunge: «Probabile che lo abbiamo fatto per questo. Ma il problema dell’informazione di oggi è lo stesso di ieri: abbiamo scarsa conoscenza dei fatti, l’enorme quantità di notizie diffuse ci illude che qualcosa sia cambiato, ma non è così, facciamo ancora molta fatica a sapere come sono andate veramente le cose».

Il regista israeliano che non piace ai critici israeliani (la sue posizioni politiche sono poco amate dai falchi del governo e della stampa conservatrice) è in Sicilia, ospite dell’Ortigia Film Festival. È venuto per fare una lezione su architettura e cinema e per presentare tre dei suoi film più recenti: il road movie Free Zone, il documentario sul padre architetto del Bauhaus Munio Gitai, Lullaby to my Father e il recente Ana Arabia, che mostra con talento e intelligenza la possibile coabitazione tra arabi e israeliani attraverso le storie degli abitanti di un piccolo borgo in una delle periferie di Tel Aviv. Un piccolo borgo dove la coabitazione di fatto accade.

Tornerà in Italia, poi, tra qualche settimana, quando alla Mostra del Cinema di Venezia, invece, presenterà fuori concorso il suo nuovo film, Tsili, da un romanzo di Aharon Appelfeld (Paesaggio con bambina, Guanda, pp. 154, euro 14), ambientato ai tempi dell’Olocausto ma distante dagli stereotipi e interamente girato in yiddish. «Era la lingua della diaspora in quegli anni, e oggi c’è sempre meno gente che lo parla», spiega il regista «il cinema ha a che fare con la memoria, può servire a far rivivere una lingua oppure a far vedere la realtà sotto una luce diversa. L’arte, quando è ben fatta, ti aiuta a capire le correnti sotterranee, a vedere cose che normalmente non vedresti, e anche a umanizzare il prossimo, a rifiutarti di vedere l’altro come un nemico. L’altro è una persona interessante, con una sua visione del mondo».

La visione del mondo di Gitai prevede la coesistenza pacifica malgrado il disaccordo? 

«Non dobbiamo per forza essere d’accordo con tutti su tutto, e dobbiamo accettare il disaccordo senza bisogno di uccidere. Questo sarebbe già un buon punto di partenza per migliorare lo stato delle cose. Nel caso del Medio Oriente la situazione è più delicata perché la coalizione al potere è fatta da gente che non vuole la pace. Ogni volta che si arriva a una forma di coesistenza pacifica, loro la destabilizzano immediatamente».

Questo da entrambe le parti?

«Assolutamente sì. Jihadisti, ultranazionalisti, fanatici religiosi, estrema destra israeliana, sfortunatamente da molto tempo perseguono lo stesso fine: perpetuare la violenza. Sacrificando un giorno le vite dei tre ragazzi israeliani che facevano l’autostop, e pochi gioni dopo dei quattro bambini palestinesi che giocavano a calcio. So perfettamente che è impopolare dirlo, ma la direzione di trattative con i palestinesi avviata da Yitzhak Rabin (sulla cui vita Gitai girerà il suo prossimo film) è un’opzione di gran lunga migliore della guerra permanente o degli accordi unilaterali. C’è stato un momento in cui un accordo sembrava possibile, ed è quella la direzione da percorrere. Non ci sono alternative».

Come vive un artista questa situazione?

«La settimana scorsa ho ricevuto da Ramallah la richiesta di mostrare il mio documentario, House. E la cosa mi ha commosso. Sono convinto che l’arte sia in grado di arrivare sotto pelle e aprire la mente della gente mostrando che possiamo prenderci cura del prossimo senza nutrire le nostre vite di separazioni e conflitti. L’unica convivenza possibile è quella basata su una profonda comprensione e non su un accordo superficiale e temporaneo destinato a sfociare in una nuova guerra. Bisogna lavorare sul lungo periodo».

Ana Arabia è stato distribuito in Israele?

«Sì, e mi sembra sia stato apprezzato. È delicato mostrare un film come Ana Arabia nel bel mezzo del conflitto. L’intenzione del film è di andare nella direzione completamente opposta rispetto alla violenza. Ognuna delle due parti vuole dare un’immagine di sé esclusivamente angelica e un’immagine degli altri totalmente demoniaca. Per me entrambe le parti sono sia angeli che demoni. Nessuno è perfetto in questa storia. Fintanto che si continuerà a pensare che una delle due parti abbia completamente ragione e l’altra torto ci sarà guerra. Bisogna accettare che tra gli uomini non esiste la perfezione e che la soluzione potrà essere soltanto umana».

Nell’epistolario che firma con sua madre Efratia (Storia di una famiglia ebrea, Bompiani, pp. 522, euro 21,50) che adatterà al teatro e porterà in scena il prossimo anno ad Asti, questa duplicità dell’uomo, angelo e demone, è il tema di una lettera che le scrive sua madre.

«Mia madre era molto impegnata nel difendere i diritti delle donne. E diceva sempre che una società che non rispetta le donne è segnata ed è destinata a finire. Non possiamo essere autoritari e machi e al tempo stesso volere la pace».

Potete, invece, coabitare arabi e israeliani?

«Si può trovare una soluzione confederativa, in cui sia palestinesi sia israeliani abbiano la propria indipendenza. Si è versato troppo sangue e non è realistico pensare di interrompere gli scontri da un giorno all’altro con un semplice annuncio.  Troppa gente è morta da entrambe le parti. Ed entrambe le parti hanno diritto all’indipendenza e all’autonomia, magari prendendo come esempio l’Europa:gli europei si sono uccisi tra loro nei modi più brutali, in Europa è morta più gente che in Medio Oriente. Hanno quasi distrutto un intero continente. E poi, però, sono riusciti a costruire una pace duratura e addirittura un’unità politica ed economica».

L’Europa s’è formata solo quando i Paesi in guerra si sono trovati davanti a un muro, quando hanno capito di essere a un passo dalla distruzione dell’intero continente. sente che per voi quel punto è lontano? 

«No e per questo spero che in Medio Oriente si decidano a trovare una soluzione prima che non sia troppo tardi. Sperarlo non è un’illusione. Dobbiamo continuare a pensare che sia possibile. Le idee sono più forti delle armi e dei soldi, e possono cambiare il Pianeta. È di idee che dobbiamo parlare».

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
2 Commenti a “Intervista a Amos Gitai”
  1. Umberto Equo scrive:

    Salve, “machi” non credo esista, direi “machos”.

  2. giusy bartolini scrive:

    Gitai, grandissimo scrittore. Altro che Aldo Busi! Ma chi è Busi?!

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