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La letteratura e il fumetto sono una forma di resistenza: intervista a Baru

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Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera. (Immagine: La canicola, Baru)

«Letteratura e fumetto non hanno la forza per cambiare il mondo, ma sono una forma di resistenza». Lo dice con l’amaro in bocca, il fumettista francese Baru (all’anagrafe Hervé Barulea, classe 1947). Figlio di operai, padre immigrato italiano, madre bretone, dal 1984 a oggi ha portato nel fumetto il mondo operaio in cui è nato, da cui si è allontanato rinnegandolo e a cui è tornato per raccontarlo con disegni e nuvolette. «Un mondo che è profondamente cambiato», ammette oggi, mentre in libreria arriva la sua ultima fatica, La canicola (Coconino press – Fandango), tratto dal romanzo omonimo di Jean Vautrin. Una storia nera, di emarginati, «che scava a fondo nell’animo umano», dice Baru, che al fumetto è arrivato tardi, negli anni settanta, e quasi per caso.

Baru, come ci si scopre fumettista e si diventa uno dei più importanti autori francesi?

La risposta è insieme semplice e complicata. Devo partire da lontano, dagli anni 50, quando leggevo i primi fumetti. Non esistevano ancora “Pilote” e le altre riviste. Non conoscevo Tin Tin né Spirou, leggevo solo le cose che arrivavano nell’est della Francia, al confine col Belgio, nella zona dell’industria siderurgica dove abitavo. Fumetti tradotti dall’Italia, come Akim, oppure quelli di Vaillant, il giornalino per ragazzi del Partito comunista francese. Il comitato del nostro paesino faceva ogni Natale un regalo per i figli dei lavoratori, cose come pattini a rotelle o palloni, ma c’era anche la collezione di Vaillant dell’anno precedente. C’erano Ivo il Lupo e altri personaggi, storie impegnate, morali: raccontavano di piccoli figure che si univano e insieme combattevano le ingiustizie. Ne ero innamorato. Ma poi arriva l’adolescenza, rifiuto i fumetti e corro dietro alle ragazze, finché non scopro riviste come Hara-kiri, Charlie e infine Pilote, con il fumetto contemporaneo di autori come Muñoz e Hugo Pratt. E torna l’amore.

Questa però è la storia del mio rapporto col fumetto, accanto c’è quella mia, personale: sono un figlio di operai andato al liceo e poi all’università, in mezzo a ragazzi borghesi, che dimentica, anzi rinnega il suo passato. Solo dopo, leggendo e studiando, scopro perché avevo reagito così, e come vanno le cose nel mondo capitalista. Allora decido prendere la parola per dirlo, e il fumetto contemporaneo era per me il modo più naturale per farlo. Tutti i miei fumetti rivendicano la mia identità, e raccontano personaggi della classe operaia. 

Ma era portato per il disegno?

No, ma ho imparato da Jean Marc Reiser, un genio. Il suo disegno era molto semplice, ma diceva cose profonde sul mondo, e ho voluto imitarlo. È la mia genesi: cerco di copiarlo, anche se è inimitabile, ma lavorando sodo alla fine arrivo al mio esordio, a Quequette Blues, nel 1984. 

Allora il fumetto era considerato un linguaggio di serie B. Molte cose sono cambiate, oggi si parla di “graphic novel”.

Le cose sono cambiate. Anche ai tempi d’oro di Pilote il fumetto era considerato solo intrattenimento. Diciamo che ho partecipato al cambiamento che ha portato alla serietà il fumetto, a farlo considerare, a svilupparne e farne riconoscere le potenzialità. Oggi può esprimere e affrontare tutto e un fumettista non si vergogna del suo lavoro, non deve giustificarsi. Il termine “graphic novel” però è solo marketing: ha riabilitato il fumetto, ma non ne ha cambiato la sostanza. 

La sostanza del suo fumetto è il movimento. È molto musicale, ha un ritmo sostenuto.

Devo allora parlare di musica, che per me è il rock’n’roll, che ascolto in continuazione da cinquant’anni. Anzi: lo vivo. È parte della mia personalità, mi è servito per acquisire autonomia di pensiero, mi ha dato coscienza delle mie potenzialità, mi ha fatto osare cose che non avrei mai fatto. E per me l’esplosione del rock’n’roll coincide poi con quella del fumetto contemporaneo, forse perché sono due facce della stessa medaglia per la mia generazione. Si rivolgono entrambe non all’intelletto ma vanno più in profondità, sono qualcosa di animalesco, una pulsione vitale, un’esperienza emozionale. Sono un ritmo, li senti dentro. Non sono capace di teorizzare bene questo discorso, ma lo sento.

Tutto ciò che mi circonda entra nel mio mondo e lo rimetto nei miei fumetti, e farli non è solo una questione di tecnica, ma è un insieme di scrittura, disegno e altro, è un’energia che spinge. Per questo nel mio disegno e nei miei colori, come nelle mie storie, c’è tanto movimento: la vita stessa è movimento, e i miei personaggi vivono. Se si fermano, muoiono.

I morti per altro non mancano in La canicola. 

La canicola, come Povere nullità (2008, scritto da Pierre Pelot), sono due adattamenti, digressioni del mio lavoro. Sono universi prossimi al mio. In Povere nullità c’è lo sfondo del disastro industriale, la distruzione del lavoro e della dignità delle persone. Canicola è invece un romanzo noir che scava nell’animo umano, ed è quello che mi interessa, perché vorrei confrontarmi con questioni filosofiche, il bene e il male, in modo complesso, costruire una metafora per capire la bestialità dell’uomo, i suoi aspetti peggiori. Sono due storie di personaggi periferici, ma lontani dagli operai di Gli anni dello Sputnik (1999-2002). Non c’è solidarietà. Mostrano una rabbia individuale feroce, come Anton Witkowsky in L’arrabbiato (2005-2006), accecato dalla necessità di emergere, di abbandonare la periferia, di arricchirsi, facendo pugilato.

Il fatto è che la violenza sociale esercitata sulle classi più basse è aumentata pesantemente negli ultimi decenni. È una questione centrale per i nostri giorni, e L’arrabbiato nasce per dire la rabbia creata da tutto questo. Witkowsky deve pagare un prezzo alto per fuggire dalla sua condizione. Ma non ce la farà. Un suo amico ci ha provato studiando, ma lui non ha la stessa capacità intellettuale. In fondo, sono due vittime di una situazione che cercano di reagire come possono, per recuperare a loro modo una dignità. 

La critica sociale è costante nel suo lavoro. In Pompa i bassi, Bruno! (2010) affronta lo sfruttamento immigrazione, ma sa farlo anche con humor.

Mi piace raccontare il dramma col sorriso, scrivere una cosa leggera ma affrontando una questione centrale. Sono pessimista sui destini del mondo, ma cerco l’ottimismo anche nelle storie più nere. In Pompa i bassi, Bruno! ho voluto trattare l’emigrazione, la storia di tutti questi uomini disperati lasciati morire come cani nella loro odissea, che quando riescono ad arrivare in Europa sono condannati allo sfruttamento. Eppure riescono a sopravvivere e alcuni riescono a mettere a frutto la situazione, con energia e vitalità. Sono anche loro persone che lottano, che vivono sull’orlo del baratro, che possono perdere, ma di certo se si fermano muoiono.

L’argomento chiama il tema del razzismo, che in Autoroute du soleil (1995) ha affrontato mettendo in scena l’estrema destra francese.

Sì, ma anche qui le cose sono cambiate. Il Fronte nazionale non è più lo stesso di un tempo, che ospitava l’estrema destra, la più amara e disastrosa. Quelle persone sono state mangiate da una nuova generazione di militanti, e di professionisti della politica che hanno studiato e che hanno scelto quella parte per catturare voti facilmente, facendo leva sull’inquietudine per la catastrofe generale del capitalismo. Per certi aspetti mi fanno meno paura, anche se ora sempre più persone aderiscono al partito guidato da Marine Le Pen, e i giovani lo votano. Per me è terribile, ma bisogna constatare questa adesione popolare. E per lottare contro questa situazione continuo a fare i libri che ho sempre fatto. 

Quindi esiste per lei un potere della letteratura?

Letteratura e fumetto non hanno la forza per cambiare il mondo. La loro funzione è confortare chi ancora cerca di capire come vanno le cose. È una forma di resistenza, non una proposta, un modo per offrire una chiave di lettura del mondo, non per cambiarlo. Cultura e politica sono le due gambe di un corpo in cammino: se una manca, l’altra non va da sola.

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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