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Cantare la solitudine urbana: intervista a Barzin

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Questa intervista è stata pubblicata su Il Mascalzone. Barzin sarà in tour in Italia nelle prossime settimane: il 7 aprile a Padova,  l’11 a Carpi,  il 12 a Torino, il 13 a Varese, il 13 maggio a Livorno e il 15 maggio a Roma. 

Barzin Hosseini, in arte Barzin, è uno dei migliori cantautori dell’ultimo decennio e il nuovissimo album “To Live Alone in That Long Summer” non fa che confermarlo. Come già nel precedente “Notes To An Absent Lover”, che lo ha imposto all’attenzione internazionale, in “To Live Alone in That Long Summer” Barzin continua a reinventare il suono slowcore degli anni Novanta e prosegue il suo percorso di avvicinamento ad una forma canzone perfetta, allo stesso tempo rarefatta e confidenziale, urbana e intimista, una forma canzone che ormai potremmo iniziare a definire alla Barzin. L’uscita del nuovo disco è l’occasione per fare una chiacchierata con l’artista canadese di origini iraniane, in attesa di vederlo dal vivo in Italia.

Non credo di sbagliare dicendo che “To Live Alone in That Long Summer” prosegua il sentiero tracciato da “Notes To An Absent Lover” e ne rappresenti il successore ideale. A dirla tutta, forse è un po’ meno romantico. Che ne pensi?

Sì, anche io considero il nuovo album un successore naturale del precedente. Credo di aver preso molti degli elementi che componevano “Notes To An Absent Lover” e di averli ulteriormente sviluppati sul disco nuovo. Dal punto di vista sonoro, “To Live Alone…” contiene molte soluzioni in più, mentre dal punto di vista dei testi resta tutto sommato legato a “Notes To An Absent Lover”. Ma sono d’accordo con te sull’aspetto romantico. Volevo allontanarmi un po’ dal romanticismo che sembra abitare sempre le mie canzoni e in “To Live Alone…” ci sono certamente canzoni romantiche, ma sono mescolate con altre che lo sono molto meno. L’equilibrio è uno degli elementi fondamentali di questo nuovo album.

Quali altre differenze ci sono con l’album precedente?

Be’, penso che ci siano molte altre differenze. La strumentazione e gli arrangiamenti sono molto più elaborati nel nuovo disco. “Notes To An Absent Lover” era un album piuttosto austero. Ti dava come la sensazione di guardare alla struttura di una casa senza pareti. Tutto era esposto e visibile. Il nuovo album invece è una casa che ha i suoi muri. È un disco meno esposto, in questo senso. Questa differenza si ripercuote anche sulla scrittura dei testi. Quelli del disco precedente erano semplici e diretti. Non volevo che lasciassero spazio ad alcuna interpretazione, volevo che fossero come le “note” del titolo, in cui il messaggio era chiaro. Su “To Live Alone…” i testi sono più opachi direi. Ho voluto interporre come una finestra, un finestrino sporco, tra me e le parole, in modo che, guardando attraverso la finestra, non si potesse vedere tutto in modo così chiaro. Stavolta mi piacerebbe che l’ascoltatore possa svolgere un ruolo più attivo e dare la sua interpretazione al testo.

Quali sono i temi principali che volevi trattare con le nuove canzoni?

Le canzoni girano intorno a diversi temi. Uno dei temi ricorrenti è la solitudine. L’altro è la città. Volevo un ‘city album’. L’ho scritto in città e volevo che la città fosse nel tessuto dell’album. L’altro tema che lega la solitudine e la città insieme è il desiderio di trovare una connessione con qualcosa o qualcuno nella stessa città che sembra fare di tutto per alienare le persone.

Il titolo “To Live Alone in That Long Summer” è una citazione, giusto?

Sì, l’ho preso da uno dei miei poeti preferiti, Yahuda Amachai. È un poeta israeliano che amo. Era un verso che catturava tutti gli elementi del disco. Così ho pensato, perché scrivere qualcos’altro quando c’è già questo verso meraviglioso che posso prendere in prestito?

L’evocativa “Stealing Beauty” e la quasi-southern “It’s Hard To Love Blindly” sono le mie due tracce preferite del disco. Tu ne hai una preferita?

Sono molto felice di sentire che ti piacciono queste due canzoni, perché anche io ho un rapporto speciale con entrambe. Devo dire, però, che forse sono più orgoglioso di “Stealing Beauty”, delle sue parole, della sua musica e del suo arrangiamento. Devo molto a Nick Zubeck per l’arrangiamento di “Stealing Beauty”, lui ha gran parte del merito per come la canzone è venuta. Per le parole, ricordo che ho impiegato un sacco di tempo per trovare il giusto tono e la giusta voce. Avevo lavorato a un testo per qualcosa come sei mesi e alla fine ho buttato tutto perché non mi soddisfava e ne ho iniziato uno nuovo. In “Stealing Beauty” sono racchiusi il mio tempo e la mia fatica, davvero, e mi fa molto piacere se mi dici che proprio quella canzone ti ha colpito. Quando lavori così tanto su una singola canzone, non c’è nulla di più gratificante che accorgersi della sua riuscita.

Il tuo modo di cantare è sempre appassionato ma, allo stesso tempo, mi sembra che tu cerchi sempre di più di mantenere un certo distacco dalle cose che canti. È così?

Sì. Sono sempre stato attratto da cantautori con uno stile di canto distaccato. Penso a Dylan, a Leonard Cohen, a Matt Berninger dei National. Così non mi sorprende che il loro distacco sia finito anche nel mio modo di cantare.

Rispetto ai grandi cantautori degli anni Sessanta (Dylan e Cohen, ma anche Van Morrison, Paul Simon, etc), quali insegnamenti hai tratto dalla loro lezione musicale?

Quelli che nomini sono cantautori fantastici! Rispetto ognuno di loro soprattutto per il loro artigianato musicale, per così dire. Ma non ti so dire cosa di preciso, soprattutto in Dylan e Cohen, ha catturato la mia immaginazione e stregato il mio cuore. Credo sia difficile non innamorarsi dello sviluppo della carriera di Dylan. È passato attraverso così tanti cambiamenti che ai miei occhi incarna un artista che ha saputo evolversi, cambiare e fare tutto ciò che voleva, anche a costo di alienarsi il suo pubblico. Non posso non ammirare un grande artista come lui che si presenta sul palco, notte dopo notte, e rischia anche di venire fischiato dal suo pubblico. Ci vuole una personalità davvero forte per farlo. Ciò che amo di Cohen invece, non sono soltanto le sue magnifiche canzoni e i suoi magnifici testi, ma l’uomo dietro quelle canzoni. È un autentico poeta, era uno scrittore prima ancora di diventare un cantautore e lo si percepisce chiaramente dai suoi testi. Io credo che nessuno abbia mai scritto testi per canzoni come quelli di “Suzanne”, “Tower of Songs”, “Famous Blue Raincoat”, “Hallelujah”.

Come suoneranno dal vivo le canzoni di “To Live Alone in That Long Summer”?

Oh, questa è una domanda cruciale! Proprio in questo momento sto cercando, con grande difficoltà, di ricreare dal vivo le canzoni che ho registrato. Il motivo della difficoltà sta nel fatto che credo di scrivere canzoni molto più adatte ad essere registrate ed ascoltate su un disco piuttosto che ad essere tradotte in un’efficace performance live. Ecco perché l’esecuzione dal vivo è sempre una cosa difficile per me. Ogni volta devo inventare un nuovo arrangiamento in modo che le canzoni possano essere suonate dal vivo.

Anche in questo disco è presente Tony Dekker dei Great Lake Swimmers. Che rapporto c’è tra voi?

Conosco Tony da molti anni ormai. È un buon amico. Ricordo che ci siamo conosciuti quando lui venne a vedere uno dei miei concerti. Dopo il concerto abbiamo parlato, siamo usciti e siamo andati a mangiare cibo cinese. Successe prima che lui iniziasse a registrare la propria musica. Tony poi è venuto con me in tour la prima volta che venni in Europa, suonò il basso per me in quel tour. Come sai, è un grande autore di canzoni. È una gran brava persona, un uomo con un’etica molto forte e io lo ammiro molto per questo. Naturalmente ho seguito la sua carriera sin dagli inizi ed è bello vedere dove sia arrivato con la sua musica. Sono felice per lui. Tony ha lavorato davvero duramente per arrivare dove è oggi.

Prima hai parlato di Matt Berninger. Sei un fan dei National? Tra l’altro c’è una canzone nel tuo nuovo album, “Fake it ‘Til You Make It…”, che ha una combinazione di piano e batteria che mi ha ricordato le soluzioni di alcune loro ballate…

Sì, sono un loro grande fan. Amo il senso di equilibrio posseduto dal loro rock. Sanno come fare rock’n’roll ma hanno anche attenzione e rispetto massimi per i testi. Matt Berninger è un grandissimo autore di testi. Ha scritto versi davvero magnifici. I National riescono a fare grandi dischi e a mettere su grandi spettacoli dal vivo. Combinazione perfetta!

Ami altre band degli ultimi anni?

Ho ascoltato molto alcuni bellissimi album che sono usciti l’anno scorso: Bibio “Silver Wilkinson”, Alice Smith “She”, Rhye “Woman”.

Quali sono i tuoi cinque album preferiti di tutti i tempi?

Questa è davvero difficile. Direi che è molto difficile per me non indicare album incise prima del 1980. Il “White Album” dei Beatles, “Kind of Blue” di Miles Davis, “Astral Weeks” di Van Morrison sono dannatamente belli e imprescindibili, per esempio. E anche le “Cello Suites” di Bach. Ma ci sono band che hanno fatto album fantastici anche negli ultimi decenni. Penso a nomi come Talk Talk, The National, Scott Walker, The Walkmen, e molti molti altri.

Ok, è tutto. Grazie Barzin. 

Grazie a te. Grazie per avermi dedicato il tuo tempo e per la piacevole chiacchierata sulla musica. È l’unico argomento di cui non smetterei mai di parlare.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Commenti
Un commento a “Cantare la solitudine urbana: intervista a Barzin”
  1. davide young scrive:

    Nonostante sia praticamente sconosciuto ai più, Barzin è uno dei migliori autori di canzoni del decennio, sia a livello di testi che di musiche. È il Leo Cohen (suo connazionale) del duemila.

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