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Intervista a Bret Easton Ellis

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Questo pezzo è uscito su Flair. (Fonte immagine)

Che Los Angeles sia diversa da tutte le altre città te ne accorgi la prima volta che la vedi. È orizzontalissima, con le sue lunghe autostrade e i cactus che sbucano dai guardrail a evocare il deserto in piena metropoli. Quando sei lì gran parte del tempo lo passi guidando da una parte all’altra. Una città che soprattutto la attraversi. “Mi piacciono i grandi spazi. E mi piace guidare”, dice Bret Easton Ellis quando gli domando com’è possibile che non si sia stancato di viverci. A Los Angeles Ellis nel 1964 c’è nato e ancora ci abita. “Ci sono cresciuto”, dice e mi spiega che nella graduatoria delle città dov’è facile vivere, Los Angeles si piazza con certezza al primo posto. “Vivere qui è facilissimo”, dice. Facilità di vita apparentemente scollata dalla complessità urbana. Una complessità tale da fare di “indefinibile” l’aggettivo che dovrebbe definire la città. “Los Angeles è indefinibile”, dice.

Autore di gloriosi e amatissimi romanzi, Bret Easton Ellis negli ultimi anni ha dedicato tempo e talento al cinema e alla televisione. All’ultima Mostra del Cinema di Venezia ha presentato insieme al regista Paul Schrader, come evento speciale fuori concorso, il bel lungometraggio The Canyons, noir ambientato a Los Angeles interpretato da Lindsay Lohan e dal pornodivo James Deen. Ellis definisce il film che ha scritto una “metafora di Hollywood” con una trama che sintetizza così: “Una ragazza cerca di fare una cosa carina per il suo ex e qualcun altro finisce ammazzato”. Poi aggiunge che Paul Schrader lo chiama un talking and walking movie, un film che parla e che cammina. In che senso? domando. E lui: “Significa che hai una scena in cui c’è gente che parla e poi una scena in cui c’è gente che cammina o guida per passare a un’altra scena in cui ci sono due persone che parlano e poi camminano o guidano per passare a un’altra scena con altre due persone che parlano”. Così in effetti fino alla fine del film. In sottofondo, ma sempre abbastanza in primo piano, Hollywood ai tempi della crisi, con i suoi studios disertati e ridotti a macerie, le strade vuote, le case ricche ma mai troppo, i film girati con i cellulari.

The Canyons di fatto nasce proprio dalla crisi del cinema, dall’impossibilità (economica) di girare un film a cui Ellis e Schrader lavoravano da anni, e dalla decisione di scrivere un film ex novo, più facile, da girare subito e che costasse poco: 250mila dollari in tutto, 90mila messi da Ellis, Schrader e dal produttore Braxton Pope, e altri 160mila raccolti in fretta su Kickstarter. Ellis: “Le riprese effettive sono costate 150mila dollari e gli altri 100mila dollari sono stati spesi in post-produzione. Il film è costato quei soldi lì, anche perché non ne avevamo altri”. Quando gli chiedo chi è che ha deciso le location dei film, risponde: “I soldi”. Poi le location le elenca una dopo l’altra e di ognuna mi spiega come sono riusciti ad averla gratis: “Conosciamo il manager dello Chateau Marmont e gli abbiamo anche dato una parte nel film”, “Abbiamo usato le case del nostro produttore e di altri della crew”, “Conosciamo gente che ci ha fatto dei favori”, “Il ristorante ce l’hanno dato gratis perché è di amici”, “Anche l’albergo”. In pratica l’unica location per cui hanno dovuto pagare è un centro commerciale dove evidentemente non conoscevano nessuno. Finita la lista dice: “Il risultato è abbastanza buono per essere un film fatto senza soldi”. Il risultato è più che buono, anche se essere Bret Easton Ellis e Paul Schrader indubbiamente li ha aiutati. “Se sei famoso la gente ti dà i soldi più facilmente”, dico. “Vero, verissimo”, dice lui. “Anche Zach Braff ha usato Kickstarter. E Spike Lee. Tutta gente con un diverso livello di celebrità, e la cosa aiuta, è chiaro che aiuta. Direi anche: grazie a Dio”.

In un lungo articolo pubblicato un paio di anni fa sul Daily Beast dal titolo Notes on Charlie Sheen and the End of Empire, Ellis ha analizzato il concetto di celebrità nel contemporaneo. Meglio, quella della fine della celebrità come epoca in cui s’è smesso di credere nel glamour. Buon gusto ed eleganza non hanno motivo di esistere, perché a nessuno gliene importa più nulla. La competenza non serve a nessuno, perché chiunque può diventare famoso senza bisogno che faccia niente. La vergogna, come condizione che ti impedisce di fare certe cose o quantomeno di evitare di farle sapere in giro, non c’è più. Nessuno si scusa più di niente. “Siamo arrivati sul serio al famoso quarto d’ora di celebrità per tutti”, mi dice Ellis a un certo punto, smontando l’idea che si possa ancora essere ossessionati dalla celebrità degli altri. Obietto che basta andare a un red carpet di un attore mediamente famoso, a Venezia o altrove, per vedere gli ossessionati. E lui: “Sì, ma non è comunque come prima. Anche io un tempo ero di quelli che amavano certi attori. Ma come fai oggi? Ci sono famosi dappertutto. Sono troppi. È difficile sceglierne uno soltanto e farne un’ossessione”. Non ha torto.

E non ha torto quando più avanti, sempre a proposito di ossessioni, trasforma quella del sesso in semplice consapevolezza. Dice: “Col sesso c’hai a che fare tutti i giorni. È parte di chi sei. Sei costretto a pensarci sempre. Che ci puoi fare?” Poi spiega che i suoi personaggi, più che da ossessioni, sono affetti dalla mania di controllo. “Essere maniaci del controllo significa non permettere che succeda niente. Mentre scrivevo la sceneggiatura di The Canyons mi sono ritrovato a pensare che c’è un momento in cui devi lasciare andare, non puoi cercare di controllare tutto per sempre, non funziona. Di fatto in parte è un film su di me”.

Probabile che la ragione per cui non scrive il nuovo romanzo di cui parla da anni stia in questo “lasciare andare”. Alla Paris Review che lo ha intervistato nel 2010 ha detto: “La forma del romanzo in questo momento non m’interessa”. Dalla periodicità dei tweet dedicati ai film si direbbe che Ellis più che scrivere va al cinema tutti i giorni. In un’intervista più recente ha dichiarato il suo non tanto corrisposto amore per il cinema: “Vado al cinema, e ho ancora la stessa abitudine di quand’ero giovane: voglio andarci in macchina, e voglio che sia il cinema a controllare me. Non voglio starmene seduto in camera da letto a controllare il film con il telecomando, e spegnere quando voglio spegnere. Mi piace che un film ti chieda delle cose, è la cosa più eccitante dell’andare al cinema”. Ha detto questo, e poi, a confermare la mancata reciprocità dell’amore, ha aggiunto che quest’anno di film ne ha visti moltissimi, e nessuno buono. In uno dei dialoghi più appropriati di The Canyons Lindsay Lohan chiede all’assistente del suo fidanzato: “I film ti piacciono veramente? Ti piacciono veramente veramente? Quand’è stata l’ultima volta che sei andata al cinema?”

Ellis si dice fan di Sofia Coppola e di The Bling Ring dice: “Non so se considerarlo un film a tutti gli effetti, non mi dà l’idea di essere un vero film, ma visivamente riesce a rendere bene Los Angeles. E mi piace il sentimento che ha per Los Angeles”. Restando a Los Angeles come ambientazione, costruisce una top five dei suoi film preferiti, in cui entrano immediatamente Il lungo addio di Robert Altman, Less Than Zero di Marek Kanievska (dice Ellis: “Come film non è andato benissimo ma mi piace il modo in cui racconta L.A.”) e Heat di Michael Mann. Poi I protagonisti America oggi. “Ma così abbiamo tre Altman”, dice. Poi ci pensa sopra e si ricorda di Chinatown di Polanski. Dice: “Chinatown lo metto al primo posto”.

Parlare di cinema con Bret Easton Ellis tende a sviarti dalle intenzioni iniziali che avevano come priorità Los Angeles. “Che non è bella come la vedi nei film”, dice. Di recente in un tweet consigliava di guardare il documentario di Thom Andersen Los Angeles Plays Itself, lungo e devotissimo montaggio di spezzoni di film ambientati a L.A. accompagnati da una voce off che sull’argomento snocciola una serie di considerazioni parecchio evocative. Dice la voce off, per esempio: “Los Angeles è una destinazione e non un luogo”. Chiedo a Ellis che ne pensa. “Vai a sapere se è vero o no, suonare suona benissimo”, risponde, sapendo che di cliché è costellata la fama di Los Angeles. “Per esempio ha sempre avuto la fama di città senza artisti”, continua Ellis, “ma basta che guardi anche solo all’industria del cinema e t’accorgi che non è vero. Qui è pieno di artisti di talento, che siano designer, art director, costumisti, direttori della fotografia, attori, registi, scrittori. È anche vero che è tutta gente che lavora all’interno del sistema, ma adesso che il sistema sta andando in pezzi, la gente ha più autonomia per esprimere la propria creatività. Lo sgretolarsi del vecchio mondo dà più spazio all’arte. E poi è una città meno cara di New York. Se sei un artista che ha appena iniziato, vivere a Los Angeles ti costa meno, e le buone gallerie non mancano”.

Di come sia cambiata la città negli ultimi trent’anni, dice che “oggi sembra solo un po’ più affollata, c’è più traffico, ma geograficamente è sempre la stessa. A fare la differenza è soprattutto l’economia. Negli anni ottanta l’economia era florida, oggi no”. Il progetto a cui sta lavorando adesso è una sceneggiatura ambientata a Los Angeles nel 1980. “Dovrebbe essere una serie tv”, dice, “anche se mi è poco chiara la differenza tra cinema e televisione”. E a quel punto mi vengono in mente la serie tv Californication e Hank Moody, protagonista che di mestiere fa lo scrittore maledetto e vive a Los Angeles e anche se ufficialmente non risulta da nessuna parte ed è privo di ogni eleganza e glam ogni volta che lo vedi ti fa pensare a Ellis. Prima di salutarlo gli chiedo se Californication gli piace. “No!” dice. Poi approfondisce la questione: “Credo che a darmi fastidio sia soprattutto il dovermi sentire responsabile per Hank. Mi sembra sia alla fine della prima stagione, c’è una puntata in cui Hank è depressissimo e il suo agente cerca di tirarlo su dicendogli: Quando Bret Easton Ellis mi ha fatto vedere il tuo manoscritto ho capito che eri uno scrittore speciale. Ho sentito quella battuta e ho pensato: È colpa mia? No, Hank Moody no! Non datemi la responsabilità di Hank Moody. Non voglio la responsabilità di Hank Moody”. Ragionamento che non fa una piega.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
4 Commenti a “Intervista a Bret Easton Ellis”
  1. Staff scrive:

    Interessantissima. Un autore tra i migliori secondo noi, grazie.

  2. Paolo1984 scrive:

    A me Californication piace (sopratutto le prime stagioni) e mi è piaciuto anche the canyons

  3. Io ho amato BEE scrittore, e tanto. L’ultimo romanzo però, mi ha deluso, e tanto. Forse troppe aspettative.

  4. Andrea P scrive:

    Il Dostoevskij del nostro tempo. Da qualche parte dentro di voi lo sapete tutti.

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