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Intervista a David Cronenberg

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

“Lo sa che le Maps to the Stars esistono veramente? Sono delle mappe che ti danno per farti vedere dove sono le case delle star. Se vai a Hollywood e vuoi vedere dove abitava Rock Hudson o Robert De Niro, c’è una mappa che te lo fa vedere, letteralmente. Poi nel mio film diventa metafora del come si arriva alla celebrità, del come si diventa famosi”. Maps to the Stars è il ventunesimo film di David Cronenberg, e verrà presentato in prima mondiale a Cannes il 19 maggio (sarà nelle sale italiane dal 21 maggio).

Tutto quello che si sa della trama è riassunto da un trailer che sostanzialmente mostra un cast impeccabile: Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Robert Pattinson, Olivia Williams, Evan Bird. “È la storia di un paio di famiglie che vivono a Los Angeles”, spiega Cronenberg, “lavorano nell’industria del cinema e vivono condizionati dal potere della scritta Hollywood e con tutte le pressioni che comporta il volere diventare attori, registi e via dicendo. In pratica è una storia su Hollywood, ma raccontata alla Bruce Wagner, che con i suoi romanzi e le sceneggiature ha inventato un genere”.

Lo scrittore americano Bruce Wagner è il partner in crime di Cronenberg nella realizzazione di questo film. I due si sono conosciuti più di vent’anni fa, quando Wagner mandò il suo primo romanzo (Forza maggiore) a Cronenberg con un biglietto che sostanzialmente diceva: amo i tuoi film, ho appena scritto il mio primo romanzo, vorrei che lo leggessi. Cronenberg lesse il romanzo, lo amò moltissimo, chiamò Wagner, e da allora i due non si sono più persi di vista. “Bruce è uno scrittore meraviglioso”, dice Cronenberg oggi, precisando che questo suo ultimo film si basa principalmente sul lavoro di Wagner, che la sceneggiatura è sua ed è una sceneggiatura originale (“e non basata su un romanzo come circola erroneamente in rete”), e che anche il titolo Maps to the Stars è suo.

“È un film a cui lavoriamo da dieci anni”, spiega il regista, “saranno passati sei o sette anni da quando ho contattato Julianne Moore la prima volta per farle leggere la sceneggiatura. La difficoltà maggiore è stata trovare un paese europeo con cui coprodurlo, perché la storia è su Hollywood ed è ambientata a Hollywood e Bruce è americano e per le clausole di coproduzione che non coinvolgono gli Stati Uniti è complicatissimo girare in America un film scritto da uno sceneggiatore americano. È così che vanno le cose se fai cinema indipendente oggi”. Il paese europeo che infine ha coprodotto il film insieme al Canada è la Germania, permettendo di avere Wagner nei credits del film e di girare cinque giorni a Los Angeles. I primi cinque in assoluto in cui Cronenberg ha girato qualcosa in America. “Molti dei miei film sono ambientati in America ma li abbiamo sempre girati in Canada. Ma Hollywood è così particolare e così iconica che questa volta non potevamo non girare gli esterni lì. A Los Angeles abbiamo girato nei posti più famosi e riconoscibili, tipo Hollywood Boulevard, Rodeo Drive, sotto la scritta Hollywood. La prima volta che sono stato a Los Angeles era il 1972, o il ’73. Prima di allora avevo visto L.A. in molte serie tv e film, ma arrivato lì sono rimasto sorpreso perché era una città completamente diversa. La distanza tra la città reale e la città come ti appare in un film dà un’idea di quanto sia difficile per un regista ricreare le atmosfere. Ma è anche una distanza necessaria”.

Perché?

Prenda ad esempio New York City. Nei film di Woody Allen è un posto bello, magico e meraviglioso, poi guardi i film di Scorsese e di colpo diventa tetra, pericolosa e marcia. Ed è sempre la stessa città. Dipende da come la riprendi, dalle inquadrature, da come la illumini, dal tono che ha la storia. Detto altrimenti, fare cinema non è fare documentari, fare cinema è un atto creativo, è una sorta di collaborazione creativa tra la visione del regista e la città reale. Mi ricordo di quando Roberto Benigni è venuto per la prima volta a Toronto, e mi ha detto che quando era in aereo e stava per atterrare era terrorizzato perché Toronto l’aveva vista solo nei miei film. E poi ha detto: quando sono arrivato sono rimasto scioccato perché era una città bella, accogliente e piacevole.

Nella Los Angeles di Maps to the Stars ci sono i fantasmi.

Rispetto ai quali sono totalmente ateo.

Rispetto ai fantasmi?

Sì, l’ateismo ha anche a che fare con questo. Io credo che siamo i nostri corpi. Per me i nostri corpi sono la prova prima e principale della nostra esistenza in quanto esseri umani. Noi siamo i nostri corpi. Nient’altro che corpi. E quando i nostri corpi smettono di funzionare noi semplicemente smettiamo di esistere. Prima di nascere non esistevo, e anche dopo che sono morto non esisto. Per me è chiarissimo. Lo so che l’arte e la religione cercano dei modi per evitare questa realtà ma io mi vedo come un esistenzialista, un materialista-esistenzialista, credo alla realtà fisica della nostra esistenza. E penso ci sia un legame tra questo e il mestiere di regista. Se ci pensa, l’oggetto principale dei registi sono le facce, le voci, i corpi. Le nostre ossessioni sono concentrate lì, nei corpi umani. E in una visione esistenzialista e atea della vita ha perfettamente senso.

A settembre uscirà il suo primo romanzo, Consumed.

Sì, in America, Canada e Inghilterra, e poi anche in Italia per Bompiani.

Com’è stato scriverlo?

Affascinante. Trovo che sia molto più vicino alla regia di quanto non lo sia il mestiere di sceneggiatore. Scrivere sceneggiature è una forma particolare di scrittura che non richiede un talento particolare se non che per i dialoghi. Scrivere romanzi è diversissimo, e mentre scrivevo il mio mi sembrava di dirigere un film. Sei lì che devi fare il casting, i costumi, la luce, i movimenti di macchina, tutte cose di cui non ti preoccupi quando scrivi una sceneggiatura. E la cosa mi ha sorpreso, mi sono sentito regista più che mai. La cosa strana è che ho sempre creduto che di mestiere avrei fatto il romanziere. Non avevo idea che sarei diventato un regista. Per cui, ecco, questo è il mio esordio con cinquant’anni di ritardo.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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  1. […] da riflesso della realtà interiore, è diventato strumento di percezione. In una intervista recente, David Cronenberg ha affermato che il suo essere fondamentalmente radicato di un ateismo di […]



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