Diego_Quemada-Díez_realizador_del_filme_mexicano_“La_Jaula_de_Oro”

Intervista a Diego Quemada-Diez

Diego_Quemada-Díez_realizador_del_filme_mexicano_“La_Jaula_de_Oro”

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Per preparare e poi girare questo suo lirico e documentatissimo film di esordio, il regista Diego Quemada-Diez ha lavorato dieci anni. I primi quattro intervistando gli immigrati che la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti la attraversano o l’hanno attraversata, taccuino e registratore in mano, cercando in sconosciuti piccole storie private da trasformare in cinema e memoria collettiva. Nato e cresciuto in Spagna, Quemada-Diez ha iniziato a fare cinema lavorando con Ken Loach in Terra e libertà. Ha vissuto in America diplomandosi all’American Film Institute, ha lavorato con Alejandro González Iñárritu, Oliver Stone e Spike Lee tra gli altri, con il bel cortometraggio I Want to Be a Pilot è andato al Sundance e ha vinto una cinquantina di premi, attualmente vive in Messico. Il suo La gabbia dorata, coproduzione messicano-spagnola, vincitore a Cannes dei premi “A Certain Talent” e “Gillo Pontecorvo” e Miglior Film al Giffoni Film Festival, presentato a Ferrara al Festival di Internazionale e che uscirà nelle sale italiane il 7 novembre, è una storia di immigrazione clandestina e di passaggio all’età adulta. Protagonisti sono tre adolescenti che decidono di attraversare il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti, in cerca di una vita migliore.

I tre ragazzini si chiamano Juan, Sara e Chauk (a interpretarli i bravissimi Brandon Lopez, Karen Martínez e Rodolfo Domínguez), guatemaltechi i primi due, indio del Chiapas il terzo. Armati di coraggio e necessità intraprendono così un viaggio fatto di treni in corsa, diversa umanità, sentimenti che (e come) capitano, violenza inevitabile. Raccontato col realismo di un documentario, il film immagina un viaggio costruito a partire da storie vere, prese in prestito alle vite raccontate al regista nelle più di cinquecento interviste fatte. “Di quelle interviste non ho ripreso niente in video”, dice il regista, spiegando come la narrazione dell’intervistato cambi a seconda che ci sia o meno qualcuno a riprenderti. “Registravo in audio e prendevo appunti su un taccuino. Ho scritto moltissimo”. Mi mostra un taccuino nero che ha con sé e dice: “Di taccuini come questo ne ho riempiti tantissimi. E ho un sacco di trascrizioni delle interviste fatte. Finita ogni intervista la trascrivevo segnando le parti che mi interessavo, i dettagli che avrei potuto usare nel film, e che se avessi avuto con me una videocamera probabilmente non mi avrebbero mai raccontato”.

Gli chiedo se gli viene in mente un altro regista che lavori così, che abbia passato dieci anni a preparare un film, quasi metà dei quali intervistando la gente per trovare le storie. Mi dice che no, non gli viene in mente nessun regista. Poi ci pensa ancora e cita uno sceneggiatore, Tony Grisoni, che ha scritto In This World per Michael Winterbottom. “Il film di Winterbottom quando l’ho visto m’è piaciuto moltissimo”, dice. “E in parte l’idea di raccontare la storia dal punto di vista dei ragazzini m’è venuta da lì. All’inizio volevo solo raccontare una storia di immigrati, poi lavorandoci mi sono reso conto che sarebbe stato più forte se quegli immigrati fossero stati adolescenti. È più facile empatizzare con gli adolescenti. Ed è anche vero che ci sono sempre più bambini che intraprendono quel viaggio, un po’ per inerzia, un po’ perché l’hanno fatto i loro genitori. Per loro diventa una sorta di rituale iniziatico alla vita, in cui sfidano morte e situazioni di pericolo”.

Quel viaggio, prima di raccontarlo, Quemada-Diez l’ha fatto e rifatto. “Di solito, se tutto va bene, un immigrato ci mette quaranta giorni a farlo”, racconta. “Ma non sono quasi mai quaranta. Ci sono sempre problemi, alcuni li rimandano indietro, lo devono ripetere più volte. Io l’ho rifatto tre volte, facendo sempre tappa in posti nuovi, intervistando gente diversa, fotografando luoghi e persone e bambini, facendo i casting, documentando tutto, cercando di assorbire il più possibile come una spugna”. Il risultato è un film che si muove in un perfetto equilibrio tra realtà e finzione, così che ogni cosa che accade è immaginata e al tempo stesso è verosimile, in certi casi anche vera.

Vera è la storia di Sara che prima di partire si taglia i capelli per sembrare un maschio e provare a schivare le probabilità di stupro. Veri gli stivali da cowboy che porta Juan, visti dal regista in uno dei suoi viaggi ai piedi di uno degli immigrati incontrati. Vere le tappe del viaggio dal Guatemala al Messico. Vero il muro, che quando passi dall’altra parte certe volte ti sparano a vista senza darti nemmeno la possibilità di ripartire dal via. Di questo raro equilibrio tra realtà e finzione Quemada-Diez ne parla con padronanza e devozione. Cita Robert Louis Stevenson e un saggio in cui parla dell’equilibrio tra realismo e idealismo. “Se hai troppo o troppo poco dell’uno o dell’altro”, dice, “non funziona. Per costruire una storia devi conoscere benissimo la parte realistica, e la conosci attraverso dettagli, cose come i capelli di Sara o gli stivali di Juan. Senza quei dettagli non puoi raccontare tutto il resto, che è la parte idealistica, romantica, filosofica, poetica. Sì, puoi pure fare dei grandi discorsi teorici, ma vanno bene per un monologo, non per un narrazione cinematografica. Diceva Brian Eno che l’arte si muove tra controllo e resa. E io sono d’accordo con lui. Per trovare quell’equilibrio lì devi solo avere chiara l’intenzione, quello che vuoi raccontare, poi il resto arriva da sé, universo, vita o processo creativo che sia. È sicuramente una forma di pazzia, ma devi avere quella fiducia cieca che riuscirai a realizzare la tua intenzione iniziale”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
5 Commenti a “Intervista a Diego Quemada-Diez”
  1. Carlo scrive:

    Da parte di un antropologo che si è occupato di migrazioni transnazionali: i miei complimenti al regista. Ma devo anche dire che sono anni che antropologi, sociologi ecc. si occupano di questi temi. Serve un film per avere riscontri? anche quando si denuncia un dramma?

  2. Carlo scrive:

    Scusate il precedente commento poteva sembrare negativo. Volgio dire, piuttosto, perchè i registi, gli scrittori ecc. non interpellano gli studiosi di questi fenomeni, non ci chiamano per collaborare. Dobbiamo continuare a lavorare parallelamente senza poterci incontrare?

  3. tiziana scrive:

    i film servono a divulgare le denuncia che indubbiamente voi fate già in modo efficace tra gente che non leggerebbe mai un saggio o un articolo di un antropologo o sociologo, o che non andrebbe mai in messico a vedere coi propri occhi com’è. su questo film in particolare, in cui il regista ha passato dieci anni viaggiando dal messico agli stati uniti e viceversa, intervistando centinaia di persone, passando più tempo con loro che a far riprese, documentandosi, non credo sia appropriato chiedere: perché i registi non interpellano gli studiosi. lavorassero così tutti i registi avremmo un cinema migliore. e sì, i film, se ben fatti, servono, come serve la letteratura quando è buona letteratura.

  4. Carlo scrive:

    Sì, sono d’accordo che il regista ha fatto un gran lavoro, non intendevo sminuirlo, ovviamente. Il mio post poteva sembrare polemico, ma in realtà volevo lanciare un appello alla collaborazione tra antropologi, scrittori, registi per documentare, raccontare e denunciare insieme determinati processi da punti di vista diversie con linguaggi complementari.

  5. Domenico Astuti scrive:

    La storia ricorda “ 14 Km “ di Gerardo Olivares, invece del deserto del Sahara qui oltre il Chiapas guatemalteco e messicano c’è il deserto di Chihuahua. Nell’altro film ci sono due ragazzi e una ragazza ed anche qui è più o meno lo stesso. In quello il luogo sognato era la Spagna qui los Estados Unidos. Le motivazioni, le difficoltà, la disperazione e la violenza sono simili e il tutto per cosa ? Per arrivare ad una mèta che come una gabbia dorata ( ma dov’è l’oro, per i clandestini ? ) costringe gli esseri umani a passare da una schiavitù ad un’altra non meno terribile. C’è da chiedersi perché si impiegano dieci anni, quattro dei quali per prendere informazioni e registrare centinaia di ore di interviste e testimonianze di prima mano, per realizzare un’opera in fondo prevedibile, manichea che dovrebbe servire a convincere il pubblico della propria teoria fin troppo masticata. Di cui tutti noi abbiamo conoscenza oltre che coscienza. Una messa in scena tra il documentario e la fiction che ci racconta di tre ragazzi sedicenni che devono affrontare sofferenza e violenza e che probabilmente non arriveranno a destinazione perché tutto sembra già scritto dal destino dei popoli migranti del sud

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