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Intervista a Elizabeth Strout

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Questa intervista è uscita sull’ultimo numero del Mucchio. (Fonte immagine)

Stava aspettando me, immagino. Mi scusi per il ritardo”. Neanche cinque minuti di attesa, in realtà, in una giornata che minaccia continuamente pioggia, una minaccia che è destinata a non avere seguito, se non a notte fonda; ecco Elizabeth Strout, con impermeabile leggero, accompagnata dal marito e dallo staff Fazi, il suo editore italiano: il marito, in tenuta da autentico americano in vacanza con tanto di calzoni corti, si congeda, armato di macchina fotografica. Si danno appuntamento al termine dell’intervista. “Anzi, mi sa che dopo mi riposo un po’”, dice Strout.

Ha quasi sessant’anni, ma possiede un’aria giovanile – oltre che modi estremamente garbati – la scrittrice di Olive Kitteridge, il romanzo premiato nel 2009 con il Pulitzer, come amano sottolineare le bandelle che accompagnano i suoi libri, da Amy e Isabelle (probabilmente la sua opera migliore) fino all’ultimo romanzo, I ragazzi Burgess, storia che si muove lenta, procedendo per accumulo di dettagli, tra il Maine e New York.  “L’idea per il romanzo mi è venuta leggendo un articolo su un giornale”, spiega Strout. “L’articolo raccontava un episodio simile a quello che poi ho scritto nel libro: c’era quest’uomo nel Maine, che getta una testa di porco dentro una moschea. Poi, ovviamente, ho lavorato sulla storia, romanzando l’episodio. Ho reso il personaggio giovane, perché nella realtà era più anziano e realmente razzista. Il mio protagonista, invece, è – come dire – più confuso, mosso da ignoranza mista a intolleranza”.

A differenza della struttura scelta per I ragazzi Burgess – il romanzo ad ampio respiro: quello che semplicemente definiremmo il caro vecchio romanzo – lo schema narrativo di Olive Kitteridge era composto da singoli racconti che si susseguono per catturare istanti diversi, in successione. “Per come la vedo io dipende semplicemente da quello che hai in testa quando cominci a raccontare. Olive Kitteridge esigeva, sì, esigeva una struttura a racconti, perché la sua vita è episodica; quella dei ragazzi Burgess è invece una storia quasi epica. Una storia cha aveva bisogno di una tela molto grande, anche perché si estende su un territorio anche geograficamente assai esteso”. Con buona pace della questione “racconto vs romanzo”, su cui hanno messo una pietra tombale anche a Stoccolma assegnando il Nobel per la letteratura a Alice Munro, scrittrice canadese, guarda caso specialista di short stories, a cui, guarda caso, si tende ad accostare Elizabeth Strout.

Il premio ad Alice Munro è una notizia meravigliosa, e anche un po’ sorprendente, se vogliamo. Ma è una cosa fantastica. Anzi, non diciamo che è stata una sorpresa: questa cosa resti tra noi (lo dice ridendo: ma nessun problema Elizabeth, non siamo il New Yorker, nessuno saprà di questa tua reazione “sorpresa”, ndr). È stata davvero una bella notizia, adoro Munro per l’autorevolezza che trasmette su pagina, per il comando che esercita sulla lingua, la sua capacità di raccontare storie tratte dalla vita quotidiana. Un po’ come faccio io. Ma amo anche scrittori lontani da questo stile. Adoro Philip Roth, perché…be’, perché è pazzo. E anche John Updike, con la sua etica protestante. Ancora, mi piace molto Oscar Hijuelos, scrittore cubano americano, morto proprio in questi giorni: è stata una notizia tragica, imprevista (Oscar Hijuelos, Pulitzer per “I Mambo kings suonano canzoni d’amore” è morto a Manhattan, per un attacco di cuore, mentre giocava a tennis, ndr)”.

Con I ragazzi Burgess per la prima volta Elizabeth Strout ha scritto quella che si definisce “opera-di-fiction-tratta-da-una-storia-vera”, badate bene da non confondere con la non-fiction o con tutto quello che discende più o meno dai tempi di A sangue freddo di Truman Capote per arrivare a Emmanuel Carrère passando per I racconti dell’arcobaleno di William T. Vollmann, eccetera eccetera. “È stato un processo estremamente affascinante. Ho seguito tutta la vicenda sui giornali, compresi gli aspetti legali. Una vicenda finita in tragedia, visto che l’uomo che ha gettato la testa di maiale si è suicidato a pochi giorni dall’avvio del processo”.

Abita tra New York e Maine, Elizabeth Strout, e la storia del romanzo si muove proprio lungo quest’asse. Quanto è importante per lei l’ambiente in cui si materializzano i suoi personaggi? “È decisivo, perché penso che sia fondamentale il ruolo che gioca nella nostra vita. Viviamo sempre in un tempo e in un luogo specifico: l’incrocio di queste variabili definisce le nostre esistenze”. L’opposizione città-provincia, malgrado le promesse della tecnologia che avrebbero dovuto abbattere il solco – ridurre le distanze – che esiste tra queste due realtà, sembra dura a morire. “Ogni volta che faccio avanti e indietro tra Maine e New York mi rendo conto dell’enorme incomprensione che c’è tra questi due mondi. Sono realmente due mondi diversissimi. E non è solo la provincia a essere provinciale: anche le città, spesso, sono provinciali, perché non riescono a capire quello che accade fuori dalle loro mura”.

Nel romanzo, Strout dispiega appieno il suo autentico talento di scrittrice offrendo una raffinata indagine psicologica sulla memoria, su quello che accade nelle nostre teste quando abbiamo a che fare con i ricordi. “Non è che sia una nuova idea, già tantissimi scrittori hanno usato questo schema: mi interessava analizzare come – quasi sempre – finiamo con il credere nella nostra memoria ciecamente. Crediamo che rappresenti tutta la realtà, inoppugnabilmente, quando invece spesso intervengono distorsioni, più o meno consapevoli”. Chi ha letto il libro di Julian Barnes Il senso di una fine (Booker Prize nel 2011) sa bene quanto sia per così dire “attuale” questo tipo di analisi in letteratura. “È un libro che mi è piaciuto molto. Offre un’altra interpretazione di questo tema, il ruolo che gioca la memoria nella storia delle persone, dei singoli individui”.

La scrittura di Strout è spesso definita dalla critica “classica”, per quanto questa parola sia da maneggiare con cura. “Che dire, lo spero, mi ci ritrovo: se, come mi auguro, si intende con questo il fatto di riuscire a donare alle parole la gravitas che meritano. Riuscire a rendere le parole capaci di reggere il peso di quello che devono comunicare”. E lo reggono il peso, le parole di Elizabeth Strout, lo reggono, fino a farle risplendere.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
2 Commenti a “Intervista a Elizabeth Strout”
  1. rossella scrive:

    bellissima.

  2. Wif scrive:

    Elisabeth Strout è una scrittrice davvero. Sono romanzi capaci,i suoi. E’ molto bello e complesso e ha parole “classiche” che danno profondità alle creature umane che animano il romanzo, è molto bello anche RESTA CON ME . Bella intervista. perchè non c’è una Strout, calma e sapiente, in Italia. Non c’è. Se penso a…..

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