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Dietro le quinte di “Saga”: intervista a Fiona Staples e Brian K. Vaughan

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Questo articolo è apparso su Repubblica Sera.

Il pianeta Landfall e la luna Wreath sono in guerra da sempre, ma per evitare di distruggersi vicendevolmente hanno appaltato la loro guerra a pianeti lontani. Una guerra potrebbe continuare all’infinito, come l’odio tra le due popolazioni, ma succede qualcosa di inatteso: Alana, soldatessa di Landfall, umanoide dalle piccole ali, si innamora del fante Marko di Wreath, umanoide dalle corna d’ariete. Insieme disertano, diventano amanti, quindi fuorilegge, ricercati, e vivono in clandestinità. Ma quando nasce la loro figlia, Hazel, devono iniziare a fuggire per proteggere anche lei. È dal marzo 2012 che i lettori americani seguono le loro avventure spaziali tra fantascienza e fantasy con Saga, l’epopea a fumetti è giunta negli Usa al sedicesimo volume, al quarto in Italia (tutti pubblicati da Bao Publishing). Un successo strepitoso, sia per la ricchezza della storia, sia per la qualità del fumetto, che agli Eisner Awards 2014 si è aggiudicato i premi come miglior serie, miglior autore, miglior disegnatore (“Multimedia artist”).

Dietro questo gioiello uscito per Image Comics ci sono una disegnatrice canadese innovativa, Fiona Staples, e uno scrittore americano noto al mondo dei fumetti, Brian K. Vaughan, e nome molto amato anche dal pubblico televisivo perché tra gli sceneggiatori della serie Lost. Lavorano benissimo insieme, ma se gli chiedi «Saga è una storia di fantascienza o fantasy? » danno due risposte diverse. Per la Staples è uno «space fantasy», per Vaughan la risposta è più complessa: «Philip K. Dick sosteneva che non ci fosse alcuna differenza tra fantascienza e fantasy, e sono d’accordo con lui. Se però ragiono su quello che dice un altro maestro della fantascienza, Arthur Charles Clarke, cioè che ogni tecnologia quando appare sembra una magia, allora mi rendo conto che ho rovesciato il suo discorso, e che in Saga uso la magia come una forma di tecnologia».

Questa è una visione interessante, Vaughan, ma la critica sostiene che Saga abbia molti debiti con Star Wars e Game of Thrones.

Difficile non avere debiti con una tradizione così ricca. Confesso di non aver visto Game of Thrones, ma senz’altro Star Wars ha avuto su di me una forte influenza. Parlo però della trilogia originaria, perché sono d’accordo con chi dice che Lucas con i prequel ha rovinato i ricordi d’infanzia di molti spettatori. Diciamo che per Saga ho fatto una cosa forse analoga a quella che fece Alex Raymond con Flash Gordon, che mise nelle storie del suo personaggio tutte le avventure e le storie e le situazioni che amava immaginare e ascoltare e leggere da bambino, quelle insomma che lo avevano fatto sognare. Così ho fatto anch’’io, o almeno vorrei farlo, quindi sono davvero tanti i debiti che sto contraendo.

Come in Star wars, con Saga state creando un universo narrativo molto vasto e complesso. Come sono nati ad esempio Alana e Marko?

V. Non abbiamo mai discusso tra di noi di come disegnare e raccontare l’intero universo, di solito ne parliamo man mano che le avventure procedono e si presentano nuovi problemi. È un universo quindi ci sono specie, popoli, razze, pianeti, storie infinite, e il confronto tra me e Fiona è molto importante. Quando ad esempio ho cominciato a parlarle di Alana e Marko pensavo alla differenza tra due razze per caratterizzare i due protagonisti, poi Fiona li ha diversificati proprio come specie, ancorandoli a un senso di realtà che io non gli avevo dato immaginandoli. Io le avevo passato delle descrizioni molto schematiche, Marko aveva le corna da ariete, Alana delle ali non sviluppate, e lei ha iniziato a farne degli schizzi, che poi abbiamo guardato e ripensato insieme, cercandoli finché non li abbiamo trovati. Siamo entrambi genitori dei personaggi, ma io ho capito chi fossero veramente solo quando Fiona me li ha messi davanti, realizzati, nella versione che tutti ora possono vedere.

Alana e Marko superano le divisioni tra i loro pianeti e offrono una prospettiva di pace. È una critica alla condizione di guerra permanente contro il “terrorismo” in cui dal 2001 si trova il mondo occidentale? 

V. È qualcosa sullo sfondo, sempre, ma bisognerebbe che il lettore ci riflettesse, portasse la questione in primo piano, e si chiedesse con coscienza se sia accettabile uno stato di guerra permanente. Prima di avere figli mi domandavo come fosse possibile metterne al mondo in questa situazione. Ora ne ho, e la domanda è diventata ancora più pressante, nel senso che mi chiedo come possano crescervi. Con Saga ho fatto la scelta consapevole di parlare di due mondi in guerra, due mondi vicini, come Canada e Usa, che però hanno subappalto la guerra, allontanandola alla periferia del loro universo, finendo quasi per non sentirne l’esistenza. È come se non la vivessero, come se non li riguardasse, ma c’è, e altri ne soffrono. E questo è il problema.

La piccola Hazel però cresce bene, in mezzo a un universo in guerra. È un augurio per la pace?

V. Difficile pensare a una speranza per la pace. Posso augurarmela, certo, ma se voglio essere obiettivo ho coscienza che non è imminente. In Saga i personaggi vogliono la serenità per i loro cari, così Alana e Marko per Hazel, e anche se sanno che forse non vivranno abbastanza per vedere i loro due popoli vivere in pace, sperano che possa almeno riuscirci Hazel, che almeno lei abbia quindi una vita di qualità migliore. Diciamo allora che la mia storia si muove tra la speranza che le cose cambino e il cinismo che nasce guardando il presente.

Alana e Marko devono molto alla lettura di un libro, apparentemente un romanzetto rosa, che però è una metafora, una storia pacifista. Credete che la letteratura di genere possa far ragionare su questioni complesse?

S. Sì. Bisogna però distinguere: certo materiale narrativo è puro intrattenimento, escapismo, e senz’altro c’è bisogno anche di quello quindi non lo biasimo assolutamente, anzi spesso è anche di alta qualità. Ma non si può negare che attraverso la letteratura di genere possono essere veicolati argomenti complessi, temi e questioni di primaria importanza. Diciamo allora che questa letteratura può funzionare da cavallo di troia per veicolare discorsi che segnino il lettore.

Restiamo sul potere della letteratura di genere. Lei, Vaughan, ha scritto storie di molti supereoi. Che presa hanno ancora sul pubblico? 

V. Hanno ancora tanto da dire. Ho lavorato per la Dc comics e la Marvel, su personaggi come Spider-Man, Batman, Lanterna Verde, Wolverine, X-men e altri ancora, e sono tutti delle metafore, continuano a portare valori e visioni del mondo ricche, e la loro longevità è anche un tributo ai loro autori che hanno profuso il loro talento dando tanto a questi personaggi, rendendoli capaci di continuare a parlare alle nuove generazioni del mondo che li circonda. Quindi sì, hanno ancora presa. E non solo come vendite.

Il suo lavoro grafico tra analogico e digitale per Saga, Fiona, è stato giustamente osannato dalla critica. Come è arrivata a questa tecnica? 

S. Ci ho lavorato per anni. Ho sempre sperimentato, specie da quando ho iniziato a usare il digitale per disegnare, ma per Saga mi serviva una tecnica nuova, che caratterizzasse al meglio una storia ricca, e ho pensato alla ricchezza dei film di animazione, alle tecniche degli animatori che fanno sfondi molto dettagliati. Mi piaceva l’idea, e ci ho provato. Così, quando ho trovato la forma e lo stile per questi scenari ho pensato che per disegnare i personaggi fosse necessario un segno leggero, leggibile facilmente, quasi per contrasto. Unendo questi due aspetti ho trovato lo stile per Saga, che in fondo racconta un universo più accennato che disegnano, che emerge poco a poco.

La serie è ancora in corso, e immagino ci saranno molti spin off. Ma c’è già un finale? 

V. So perfettamente come sarà l’ultima pagina dell’ultimo numero di Saga, che ovviamente non rivelerei nemmeno sotto tortura, per evitare qualsiasi spoiler, ma l’universo in cui è ambientata la nostra storia è molto vasto, contiene tante storie, e quindi abbiamo tanto da raccontare prima i arrivare a quell’ultima pagina. A meno che, ovviamente, Fiona non si alzi domattina e mi dica che non ha più voglia di lavorare con me, che la storia l’ha stufata, che vuole smettere subito e che bisogna arrivare presto al finale. Ma non credo lo dirà. O almeno lo spero!

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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