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Il lavoro creativo, la paternità e lo snobismo da salotto: intervista a Francesco Bianconi

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Con i Baustelle ha creato un riconoscibile immaginario fatto di romanticismo, sesso, decadenza, suggestioni cinematografiche e riferimenti tanto ai più anarchici anni Sessanta (Gainsbourg, Brel) quanto al pop inglese di fine secolo (Pulp). Dallo stesso immaginario vengono fuori anche le sue prove narrative: dopo il primo romanzo, “Il regno animale”, pubblicato nel 2011, Francesco Bianconi è appena tornato in libreria con la sua seconda opera, “La resurrezione della carne” (Mondadori, Strade Blu), nella quale racconta la storia dell’autore di una famosa fiction sugli zombi che, tra aperitivi, interviste e comparsate in TV, si trova ad affrontare quell’imprevedibile collisione tra amore e dolore che è la vita.

Chi è Ivan Sacchi, il protagonista del romanzo?

Nell’idea di partenza, Ivan Sacchi è un perfetto rappresentante dell’intellettuale occidentale della nostra epoca. Un radical-chic, uno snob forse, che, pur essendo molto colto, rimane sempre in superficie. È soprattutto una persona che si lamenta. Ciascuno di noi forse è diventato un po’ Ivan Sacchi. Tutti ci lamentiamo, indipendentemente dai ruoli che abbiamo, con post, status, tweet, abbiamo fatto dello snobismo da salotto una pratica quotidiana. Su Twitter siamo tutti dei piccoli Flaiano. Mi interessava raccontare uno di questi personaggi che, ad un certo punto, è costretto a lamentarsi per un motivo vero, profondo e tragico. Mi interessava rappresentare la possibile trasformazione di una persona così e, alla fine, l’ho trasformata fino ad una vera e propria “resurrezione”.

Nella prima parte il romanzo è una sorta di “American Psycho” milanese, da un certo punto in poi diventa invece la storia di un’ossessione. Quale parte ti è costata più fatica?

È stata più faticosa la prima parte. Nonostante sia quella più a portata di occhi, nel senso che ciò che racconto nella prima parte possono vederlo tutti girando per una città qualsiasi, a maggior ragione in una Milano futura che troppo futura non è. Probabilmente è vero ciò che dicono: la finzione pura è più facile da rappresentare rispetto alla realtà. Paradossalmente, da un certo punto in poi, in romanzo si è scritto da solo.

Il romanzo parla di gente che ha fatto “della creatività un lavoro”, per citarne una battuta. Che opinione hai delle possibilità che il nostro Paese offre a chi fa un lavoro creativo?

La situazione non è rosea. Non lo è non solo per chi vuole fare un lavoro creativo ma per chi vuole fare un lavoro in genere. Senza cadere nei soliti discorsi sui tassi di disoccupazione o sulla fuga di cervelli, vedo davvero pochi spazi e pochi sbocchi. Spero che la situazione possa cambiare.

“La resurrezione della carne” è anche un romanzo sulla paternità e credo che uno dei momenti più riusciti sia proprio quello del parto.

Sì, è un momento importante. È l’inizio della trasformazione del protagonista. Ivan esce dal suo stato di congelamento con questo evento lieto, anche se subito dopo viene ricongelato dal tragico evento che c’è a metà romanzo, tanto che la sua paternità viene come sospesa (per lungo tempo non vuole nemmeno vederlo il bambino) e riconquistata soltanto alla fine. Le pagine che raccontano il momento del parto mi servivano proprio per far vedere il primo passo della mutazione del protagonista. Il parto è un evento sconvolgente per le donne, ma anche per i padri. All’improvviso l’uomo viene riportato alla giungla, dove non ci sono sovrastrutture, in una condizione primordiale in cui tutto ciò che conta è proteggere il cucciolo, aiutarlo a sopravvivere.

Ancora una volta racconti Milano. La città sembra essere per te una continua sorgente di ispirazione.

Sì, è la città in cui vivo e quindi è facile che la usi come punto di osservazione della realtà. Ma Milano mi interessa molto, e mi piace anche molto, perché tenta sempre di mettere in scena un modello di futuro. Adesso c’è tutto il discorso legato al cibo, per non parlare dell’Expo… tutte cose che sembrano dire “ti faccio vedere una possibilità di futuro”. Ma non lego questo aspetto soltanto all’oggi. La stessa Milano da bere degli anni Ottanta era una messa in scena di una possibile alternativa. A volte Milano riesce nel suo scopo, altre, invece, fa scivoloni poco eleganti, però di sicuro è la città che più di altre ha questa caratteristica di proiettarsi verso il futuro.

Quando uscì “Il regno animale” mi dicesti che sin dalle medie sognavi di scrivere un romanzo e ti sentivi a posto con la coscienza dopo averne pubblicato uno. Stavolta da dove è nata l’esigenza di misurarti ancora con il romanzo?

Evidentemente mi porto ancora dietro questo desiderio di diventare uno scrittore che mi accompagna da quando sono piccolo. Dev’essere qualcosa che non guarisce dopo il primo colpo sparato. Avevo questa storia da raccontare e ho fatto un altro tentativo.

In cosa si differenziano i motivi ispiratori delle canzoni da quelli della narrativa?

Non faccio distinzioni perché, per me, l’idea di partenza è sempre narrativa. Germinalmente, alla base di una canzone o di un racconto, c’è una narrazione. Nel caso della scrittura di una canzone, destrutturo la narrazione originaria fino a distruggerla. Nel caso di un romanzo, la amplio, la metto a punto, ci costruisco sopra, piano piano.

Credi che un libro possa cambiare la vita più di un disco?

Credo che, per motivi diversi, dischi e libri possano allo stesso modo cambiare la vita. Personalmente il primo album dei Velvet Underground mi ha influenzato tanto quanto “Delitto e castigo”.

Quali sono i tre romanzi della tua vita?

“Delitto e castigo” di Dostoevskij. “I miei luoghi oscuri” di Ellroy. “I sotterranei” di Kerouac.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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