Intervista a Gary Shteyngart

Questa intervista è uscita sul Mucchio.

di Liborio Conca

L’ultimo romanzo di Shteyngart, Storia d’amore vera e supertriste, racconta un futuro immaginato (ma non troppo?) in cui New York è dominata da una politica reazionaria e repressiva. La gente è ridotta a comunicare solo per via tecnologica. Uno scenario dickiano che però è solo l’impalcatura di una storia meno fantascientifica di quanto sembri: l’amore tormentato tra il protagonista Lenny Abramov e la giovane coreana Eunice Park, sbocciato a Roma, è l’altro tema fondamentale del romanzo.

La scrittura satirica, l’utilizzo di un registro ironico e paradossale sono caratteristiche precise della sua narrativa. Rispetto al precedente Absurdistan, in Storia d’amore i toni si fanno meno grotteschi e più cupi…
Sì, sono d’accordo. Credo che sia per questo motivo: Absurdistan era ambientato nell’ex Unione Sovietica, che a mio modo di vedere è la culla della satira, un paese molto satirico e satirizzabile. Ma… non è il mio paese, anche se ci ho vissuto per un po’. Certamente nella Storia d’amore l’umorismo, l’ironia prendono una piega più amara. Come si può notare dalla copertina che l’editore Guanda ha scelto per l’edizione italiana, le bombe piovono sulla mia città di adesso. Non su Mosca, cosa che per me andrebbe benissimo.

Il futuro immaginato in questo romanzo, in realtà, non sembra così distante dal nostro – soprattutto dal punto di vista della pervasività tecnologica. Tutta questa gente perennemente connessa. Le vorrei chiedere qual è il suo rapporto con la tecnologia; e se ci può spiegare cosa diavolo sono gli apparati, onnipresenti in Storia d’amore.
Glielo spiego subito. (tira fuori il suo iphone, ndr.) L’apparat è un piccolo dispositivo che si porta attaccato al collo e che secondo me nel futuro avremo tutti. L’apparat ci classifica; chiunque lo porta viene classificato. Esempio: entro in un bar e automaticamente vengo classificato – e questa classifica è proiettata su un grande schermo – come, che so, il quarto uomo più brutto presente nel bar in questo momento, ma in settima posizione per credito. Insomma, non esisterà nessuna informazione su nessuno di noi che non sarà automaticamente resa di dominio pubblico. Quanto al mio rapporto con la tecnologia, è presto detto. Ero talmente incapace che ho dovuto ingaggiare un giovanotto per spiegarmi cosa fosse internet e iniziarmi alle ultime tecnologie. Dopodiché mi ha comprato un iphone e sono diventato molto gravemente iphone-dipendente; tanto gravemente che adesso sto cercando una casa fuori da New York, in qualche posto dove non c’è campo, così almeno riuscirò a leggere, cosa che altrimenti non faccio più.
Ho letto che da ragazzo lei era appassionato di fantascienza, è vero?
Certo. Ero abbonato alla rivista di science fiction diretta da Asimov. È stata una cosa interessante; all’epoca non parlavo bene l’inglese, anzi proprio per niente. Però da qualche parte, nel mondo della fantascienza, c’è questa idea che anche se non padroneggi la lingua fino in fondo, in qualche modo riesci a cogliere lo stesso i concetti. Ed è vero, e mi affascinavano molto le tematiche trattate: la ricerca dell’immortalità, del senso di ciò che significa essere degli esseri umani, tutte questioni che un autore come Philip Dick poneva con insistenza.

A proposito di eternità, lei crede che sia un traguardo realizzabile? E qualora lo fosse, ne saremmo davvero felici? Dalle nostre parti, ad esempio, c’è un premier che sembrerebbe eterno…e non tutti gli italiani ne sono propriamente felici.
Berlusconi è stato sicuramente di grandissima ispirazione, ha avuto una grande influenza su di me nel momento di dar vita al personaggio di Joshie. Perché anche lui si sforza di essere sempre più giovane, e sempre più questa sua giovinezza appare sforzata. Insomma, l’idea che bisogna vivere per sempre e servirsi di trattamenti medici di vario tipo, è comune a molti. Anche al mio Lenny. Con una differenza: Lenny ama uscire con ragazze molto più giovani di lui, però essendo prudente non va sotto i 25 anni, mentre Berlusconi va giù piatto e sceglie le sedicenni. L’idea è la stessa, una sola: morire non è una cosa bella. Un altro che mi ha molto ispirato è un tizio che va in giro per l’America sostenendo che entro il 2048 tutti riusciremo a raggiungere l’immortalità. Come? Venendo “scaricati” dentro un computer. Dal mio punto di vista è uno scenario che fa accapponare la pelle. Sono tempi difficili.

È stato divertente riprodurre il gergo giovanile di Eunice Park e delle sue amiche?
Oh, certo che mi sono divertito. Io ho un ottimo osservatorio, perché insegno per qualche mese l’anno alla Columbia University, che naturalmente è un istituto molto serio, frequentato da gente intelligentissima; poi, quando esci la sera, e senti un po’ in giro come si parla, ti rendi conto che i ragazzi e le ragazze fanno a pezzi la lingua inglese. Quindi mi sono divertito molto, aggiungendo pure qualche sigla di mia stretta invenzione. Tipo JBF, ‘Just butt-fucking.

Diamo i numeri. In percentuale, quanto c’è in lei di russo, ebreo e newyorkese?
Allora…forse direi 50% newyorkese, e russo ed ebreo 25 % ex-aequo. L’unico problema è che oramai essere ebrei e newyorkesi è praticamente la stessa cosa, le due parole sono sinonimi.

E cos’è invece che la fa sentire ancora russo?
Sono molto affascinato dall’autoritarismo. Pensi che quando ero piccolo, sono cresciuto in un quartiere dove c’era un gigantesco monumento a Lenin, e ogni mattina andavo lì e abbracciavo il piedistallo. Quindi per me Grandi Capi, Grandi Leader, le Grandi Affermazioni, sono cose alle quali sono molto abituato, e ne sono molto affascinato. Quando poi ci siamo trasferiti in America mio padre mi ha spiegato molto praticamente che dovevo smettere di amare Lenin e cominciare ad amare Reagan. Come vede, si va da un capo all’altro.

Chissà se la statua è stata abbattuta…
Vado in Russia ogni anno ed è ancora lì.

Torniamo in America. Crede davvero che il periodo 2000-2008, l’era dell’amministrazione Bush, sia stato così nefasto per gli Stati Uniti? E adesso nota miglioramenti sensibili?
Bush era un idiota, ma non soltanto un idiota. Ogni grande potenza conosce dei periodi di crescita e poi dei periodi di declino, ed è chiaro che gli Stati Uniti sono in una fase di declino. Nel senso che ci sono altri paesi che hanno più fame di successo, di espansione di noi, noi che beninteso l’abbiamo avuta quella fame. Ma quel periodo è alle nostre spalle. Tuttavia è vero che un uomo può fare un’orrenda differenza e sicuramente Bush ha fatto un’orrenda differenza. Adesso Obama avrebbe il compito non dico di invertire questo processo, ma almeno di rallentarlo. Per invertirlo credo davvero che occorrerebbe un’altra generazione.

Che rapporto ha con i suoi colleghi come Jonathan Franzen, o di generazione più avanzata, come Philip Roth?
Tengo a precisare come prima cosa che sono più giovane di entrambi (ride, ndr). Sono un fan enorme di Philp Roth, alla Columbia ho un corso che si intitola “Il maschio isterico”, e come può immaginare insegno autori come Bellow, Richler e Roth; non ci si può sottrarre a questi nomi. È molto interessante avere come oggetto di insegnamento questi autori più grandi, anche perché spesso molti ragazzi proprio non li capiscono. Non li conoscono. Questa scrittura ebraico-isterica non sembra più così rilevante per loro, forse sono più calati dentro un tipo di scrittura postmoderna, molto più pretenziosa.

A proposito di Roth, glielo daranno il Nobel? In Italia c’è un sacco di gente si chiede continuamente quando avrà il Nobel. Non è che lo danno prima a lei?
Sa cosa le dico, mi sa che non lo prendiamo né io né lui. Come saprà ho abitato a Roma per circa un anno e quando mi portavano a qualche party ero sempre introdotto come “lo scrittore russo” (lo dice in italiano, ndr). Era l’epoca di Bush, e nessuno voleva dire che ero uno scrittore americano. Penso che in ultima analisi c’è sempre un fattore politico per l’assegnazione dei premi Nobel per la letteratura, e non solo, e noi americani abbiamo bombardato un po’ troppi paesi negli ultimi vent’anni per aspirare al Nobel adesso.

Chiudiamo con l’Italia; il suo romanzo si apre a Roma e si chiude in Toscana. Che idea si è fatto degli italiani, che rapporto ha con il nostro paese?
L’Italia è come una bellissima amante che ha dei problemi gravissimi. Tu la ami, l’adori, e dici “Santo cielo, prima o poi cambierà, diventerà normale”, ma il problema è che non cambia mai. Ogni anno è un po’ peggio. O rimane impantanata negli stessi problemi in cui era prima. E i problemi crescono fino a raggiungere livelli inquietanti. Ora, è chiaro che tutti i paesi passano periodi buoni e meno buoni; come dicevo prima, anche il mio sta passando un momento di declino. Resta che per vedere l’Italia da lontano bisogna mettere in campo tutte le proprie capacità fantascientifiche, o di analista sociale.

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