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Günter Wallraff, un camaleonte con il dono dello scoop

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Questo pezzo è uscito su il manifesto. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Roberto Ciccarelli

Gün­ter Wall­raff, «fac­cia da turco», il fre­goli del repor­tage, il cama­leonte del gior­na­li­smo, è il testi­mone della Ger­ma­nia reale. Da più di quarant’anni Wall­raff scrive inchie­ste sul paese dove oggi ci sono oltre 9 milioni di semi-schiavi mar­chiati con l’innocuo nomi­gnolo di «mini-jobs». In tede­sco que­sta espres­sione ha un con­te­nuto ben più sostan­zioso: Gering­fü­gige Beschäf­ti­gung cioè lavoro scar­sa­mente remu­ne­rato. Lavori da 450 euro.

«Oggi, come ieri, la Ger­ma­nia dimo­stra di essere eccel­lente nella pro­pa­ganda — afferma Wall­raff, a Roma per riti­rare il pre­mio Mor­rione dedi­cato al gior­na­li­smo inve­sti­ga­tivo — La per­ce­zione esterna è di un paese che vive un boom eco­no­mico e la Mer­kel è un modello di virtù. Il 50% della popo­la­zione è invece nul­la­te­nente o inde­bi­tata. La pro­por­zione tra ric­chi e poveri è la più dise­guale d’Europa: 40 milioni di per­sone, la metà degli abi­tanti, pos­sie­dono l’1% del Pil, men­tre il 10% pos­siede i 2/3 del Pil. In nes­sun paese la spe­re­qua­zione sociale è così estrema e tutti gli ultimi governi hanno con­tri­buito a farla cre­scere. Il mio è un paese dove non si fanno figli, come in Giap­pone. E ci si defi­ni­sce solo in base al lavoro. Quella che oggi chia­mano «razio­na­liz­za­zione» in realtà è un pro­cesso in cui ci sono sem­pre meno per­sone attive che lavo­rano sem­pre di più. Que­sta situa­zione riguarda tutti: dai pre­cari ai mana­ger. Non siamo una società di classi ma una società di caste, dove ci sono gli oli­gar­chi e i pariah. Gli intoc­ca­bili sono i migranti, soprat­tutto quelli che non par­lano tede­sco e non hanno posto nella società».

Per spie­gare il suo lavoro può essere utile un suo ricordo del 1969, quando è stato denun­ciato per «usur­pa­zione di fun­zioni pub­bli­che» a seguito di alcune inchie­ste sotto coper­tura. Cosa è acca­duto da allora?

La mia car­riera è stata accom­pa­gnata da pro­cessi e ten­ta­tivi di cri­mi­na­liz­za­zione da parte dei media. La metà della mia vita l’ho pas­sata a difen­dermi in tri­bu­nale. Cer­cano di nascon­dere i risul­tati delle inchie­ste attac­can­domi sul metodo che sarebbe falso, bugiardo, inaf­fi­da­bile. Tut­ta­via non si può nascon­dere la verità di un fatto e ho sem­pre vinto. Nel 1969 sono stato pro­ces­sato per­ché mi ero spac­ciato al tele­fono per segre­ta­rio del mini­stero degli interni. Il caso pro­dusse un enorme impatto nei media. Mi ricordo che al pro­cesso c’era il mini­stro in per­sona. E c’era anche Daniel Cohn-Bendit. Per lui dove­vano pro­ces­sare il mini­stro e non me. Fu allon­ta­nato dall’aula. Ma io fui assolto. Forse per­ché non vole­vano dare troppa pub­bli­cità al fatto che in Ger­ma­nia allora si orga­niz­za­vano eser­ci­ta­zioni para­mi­li­tari con la destra.

La sua idea di gior­na­li­smo inve­sti­ga­tivo l’ha spesso spinta a tra­sfor­mare il corpo e a usarlo poli­ti­ca­mente. Per que­sta ragione è stato arre­stato nel 1974 in Gre­cia con l’accusa di essere un dis­si­dente. Greco, natu­ral­mente.

Quello è stato il mio ruolo più facile. Bastava non avere docu­menti, vestirsi in maniera cre­di­bile, e non dire una parola, anche per­ché io il greco non lo parlo. Era un ruolo spa­ven­toso, rischiavo fino a 12 mesi di car­cere in un posto dove c’era la tor­tura. Feci un’assicurazione sulla vita e par­tii. Volevo rac­con­tare la vita dei pri­gio­nieri sull’isola di Yaros dov’era stato recluso anche il com­po­si­tore Mikis Theo­do­ra­kis. Quando riu­sci­rono a farmi par­lare dissi di chia­marmi «Hans Wall­raff, ope­raio della Ford». La prima agen­zia tede­sca riportò que­sta noti­zia. Sono stato in galera per 14 mesi e per i due anni suc­ces­sivi ho risen­tito delle con­se­guenze. In com­penso, sulla stampa tede­sca si parlò a lungo della repres­sione nelle carceri greche.

Il suo impe­gno anti­fa­sci­sta la portò a denun­ciare un intrigo inter­na­zio­nale ordito dal gene­rale De Spì­nola con­tro la rivo­lu­zione dei garo­fani in Por­to­gallo nel 1976. Come andò?

A rac­con­tarla oggi non ci credo ancora com’è andata que­sta sto­ria. Tutto è nato dall’incontro con un pastore tede­sco in un bar in Por­to­gallo dov’ero andato insieme a un’amica per visi­tare il paese della rivo­lu­zione. Il padrone del cane era un tipo musco­loso che par­lava molto e teneva a far capire che non era uno qua­lun­que: era di destra, cer­cava valo­rosi patrioti per con­tra­stare il nuovo regime. Tre mesi dopo mi tra­ve­stii da traf­fi­cante d’armi inter­na­zio­nale, incon­trai a Düs­sel­dorf De Spì­nola che rico­nobbi dal suo mono­colo. La noti­zia uscì prima in Sviz­zera. Willy Brandt pre­sentò un’interrogazione par­la­men­tare per­ché un poli­tico tede­sco, un certo Strauss, aveva finan­ziato il colpo di Stato. Dimo­strai che in Ger­ma­nia c’era chi minac­ciava la demo­cra­zia in un paese euro­peo. De Spì­nola fuggì in Bra­sile dove fu accolto dal regime fasci­sta. Corsi molti rischi. La mia casa venne bru­ciata insieme al mio archi­vio. Era un avver­ti­mento alla mia famiglia.

«Fac­cia da turco» nel 1985 è un’inchiesta che ha ven­duto 5 milioni di copie. Ritiene che il suo paese sia grato verso i «gastar­bei­ter» («lavo­ra­tori ospiti») che hanno reso pos­si­bile il boom del dopo­guerra?

Il suo suc­cesso è stato tale che ancora oggi i tur­chi appren­dono il tede­sco leg­gen­dolo. Il libro doveva essere pub­bli­cato dal sin­da­cato che però lo rifiutò. Mi ero tra­ve­stito da turco, e non da tede­sco. Que­sto era un pro­blema per loro. La Ger­ma­nia non si rico­no­sce ancora oggi come una terra di immi­gra­zione. Il raz­zi­smo dichia­rato non può espri­mersi aper­ta­mente, c’è un dif­fuso anti­mi­li­ta­ri­smo e paci­fi­smo. Movi­menti come Pegida sono soprav­va­lu­tati dai media. Il pro­blema è un altro: il raz­zi­smo resta nella testa, indi­pen­den­te­mente dalla classe sociale o dal titolo di stu­dio. Basta un nome turco, o una foto con la pelle diversa ed è dif­fi­cile tro­vare un lavoro.

Lo scon­tro con il gruppo Sprin­ger è stato duris­simo, come rac­conta in un altro libro. Sono arri­vati ad accu­sarla di essere stato un infor­ma­tore della Stasi. Cosa è suc­cesso?

Dal 68 all’89 sono andato in Ger­ma­nia dell’Est dove si tro­va­vano gli archivi dei gerar­chi nazi­sti. Era una fonte essen­ziale per indi­vi­duare la loro iden­tità all’Ovest. Con la Bild ho un rap­porto di amore e di odio. Que­sto gior­nale è come un malato com­pul­sivo, un padre vio­lento che pic­chia i figli e pro­mette di non farlo più. Ma poi ci rica­sca. Nell’ufficio cen­trale hanno 8 metri di libre­ria di docu­menti con­tro di me. Dopo quell’accusa gli ho fatto causa e hanno perso. Credo che abbiano capito che tra­sfor­marmi in un nemico della Ger­ma­nia non fun­ziona. Sono arri­vati ad usare inter­cet­ta­zioni dal mio tele­fono fatte dai ser­vizi segreti. Ciò che è fon­da­men­tale per il gior­na­li­smo tede­sco è che la Corte Costi­tu­zio­nale ha appro­vato una legge — che porta il mio nome – per cui si pos­sono usare metodi come i miei per sve­lare reati ben peg­giori. Que­sto ha per­messo a molti di fare que­sto lavoro.

Lo «Spie­gel» l’ha accu­sata di aver fatto una con­su­lenza per Mc Donald’s men­tre pub­bli­cava inchie­ste sul suo prin­ci­pale con­cor­rente, Burger’s King. Come sono andate le cose?

Mi dispiace molto che lo Spie­gel abbia preso que­sta ini­zia­tiva. Il vec­chio capo­re­dat­tore mi tro­vava anti­pa­tico e rite­neva che riven­di­cassi un mono­po­lio sulla morale. Con la nuova dire­zione le cose sono cam­biate. È suc­cesso que­sto: un mio col­la­bo­ra­tore da 8 anni mi sot­trasse un Pc e cercò di ven­dere alcune infor­ma­zioni alla Bild. Il colmo è che dall’intero archi­vio riu­scì a pren­dere solo que­ste infor­ma­zioni, e per di più in maniera scor­retta. Per­sino la Bild rifiutò di pub­bli­carle. Mi ha fatto pia­cere che la Faz, un quo­ti­diano con­ser­va­tore, abbia dimo­strato quanto fos­sero poco fon­date que­ste accuse. In occa­sione di un incon­tro pub­blico rega­lai ai ver­tici un libro sul vege­ta­ria­ne­simo e il com­penso l’ho dato per metà alla mia fon­da­zione e a una sin­da­ca­li­sta licen­ziata. Ho fatto inchie­ste per 30 anni su Mc Donald’s e non sono mai stato tenero con i fast-food. Nell’inchiesta su Burger’s King ho dimo­strato le con­di­zioni di lavoro impo­ste da un fran­chi­sing turco-russo che gestiva in appalto 180 risto­ranti in Ger­ma­nia. Dopo, Burger’s King gli ha revo­cato l’appalto.

Inchie­ste sotto coper­tura. Pro­grammi tele­vi­sivi come «Team Wall­raff» sulla rete tede­sca Rtl. La fon­da­zione «Work Watch» che finan­zia i repor­tage di gio­vani gior­na­li­sti e rac­co­glie le denunce dei lavo­ra­tori. Ci spiega come fun­ziona oggi il sistema-Wallraff?

Il mio è un lavoro soli­ta­rio, ma ho sem­pre cer­cato di coin­vol­gere altre per­sone. Fac­ciamo libri col­let­tivi che rac­col­gono inchie­ste, l’ultimo è Die Lasten­trä­ger (fac­chini, un gioco di parole che indica chi «sop­porta un peso nella vita», ndr.), dove scri­vono gio­vani talenti del gior­na­li­smo come Caro Lobig che ha fatto un’inchiesta sull’azienda di ven­dita online Zalando. Su Rtl rea­liz­ziamo una tra­smis­sione da 4/6 pun­tate all’anno. Per me è stato anche un ritorno alle ori­gini, ho rea­liz­zato repor­tage in fab­brica. Quando abbiamo tra­smesso l’inchiesta su Burger’s King, que­sta azienda ha perso il 40% del fat­tu­rato, Mc Donald’s il 20%. Tutti pro­met­tono di cam­biare qual­cosa e tal­volta la situa­zione migliora. La fon­da­zione mette a dispo­si­zione avvo­cati o psi­co­logi volon­tari e assi­stiamo anche finan­zia­ria­mente le per­sone che denun­ciano la loro con­di­zione sul lavoro. Da noi oggi arri­vano anche qua­dri e mana­ger che hanno biso­gno di con­su­lenza. Work Watch svolge anche un ruolo di media­zione nei con­flitti. Con­tatta le aziende e chiede una solu­zione con i lavo­ra­tori, altri­menti pub­blica le noti­zie. I gua­da­gni vanno ai gior­na­li­sti e alla fon­da­zione per soste­nere i suoi scopi.

Dopo qurant’anni si sente cam­biato e come?

Que­sto lavoro non lascia spa­zio per la vita pri­vata. Ma penso che que­sto sia il momento in cui ho mag­giore influenza. Tra due ore ho un aereo. Andrò in un altro paese e mi vestirò da mana­ger. Adesso la devo lasciare. Devo entrare nella parte.

***
La scheda: una vita da cama­leonte

Per Gün­ter Wall­raff è stato creato un neo­lo­gi­smo in Sve­zia. La parola «wall­raffa», o «wal­raf­fare», signi­fica con­durre un’inchiesta gior­na­li­stica sotto falsa iden­tità. In quarant’anni Wall­raff, 73 anni, è stato panet­tiere, bari­sta, auti­sta o fat­to­rino, ope­raio, tede­sco o turco. O immi­grato somalo. Nel 2009 è uscito un film rea­liz­zato da una troupe tele­vi­siva in inco­gnito «Nero su bianco. Un viag­gio attra­verso la Ger­ma­nia». Wall­raff ha scritto anche un repor­tage pub­bli­cato in parte dall’Orma edi­tore nel 2012 («Noti­zie dal migliore dei mondi»). Sem­pre l’Orma ha pub­bli­cato nel 2013 le inchie­ste «Ger­ma­nia anni dieci. Fac­cia a fac­cia con il mondo del lavoro», dove emerge la realtà del paese reale. Il suo libro più cele­bre è «Fac­cia da Turco» (Pironti, 1986). Un altro libro che ha sca­te­nato pole­mi­che è «Der Auf­ma­cher», scritto nei tre mesi in cui si finse Hans Esser e lavorò da gior­na­li­sta per il nemico sto­rico «Bild», rive­lan­done i metodi. L’inchiesta con­ti­nuò in «Zeu­gen der Anklage» che è diven­tato un film con il titolo «L’infiltrato» nel 1990.

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  1. […] “Non siamo una società di classi ma una società di caste, dove ci sono gli oli­gar­chi e i pariah. Gli intoc­ca­bili sono i migranti, soprat­tutto quelli che non par­lano tede­sco e non hanno posto nella società”. (da un’intervista al Manifesto, 3 febbraio 2015, pagina 10: Un camaleonte con il dono dello scoop). […]

  2. […] casuale: fa tornare in mente un’espressione in voga qualche decennio fa in Germania dove – ha raccontato Gunter Wallraff in Faccia da turco – ai turchi erano affidati i lavori più modesti, come appunto le pulizie. In questo caso si […]



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