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Intervista a Irvine Welsh

Questa intervista è uscita su Mucchio

di Liborio Conca

Incontriamo l’autore di Trainspotting, Colla, Porno e altri memorabili ritratti di una fauna pericolosamente borderline. Si chiacchiera di come scrivere un racconto equivalga a una scazzottata dopo un’ubriacatura, e di come si può essere accolti di ritorno dagli Stati Uniti, in un pub di Edimburgo; della difficoltà di tradurre libri scritti in un inglese dialettale, parlato, e, uhm, degli Human League.

Tra i posti in cui NON ti aspetteresti di intervistare Irvine Welsh, figurerebbe sicuramente ben piazzato in classifica un albergo nel cuore dei Parioli. Chi abbia letto almeno dieci pagine di uno dei suoi diversi libri pubblicati in Italia, chi ha imparato a conoscere geografia, luoghi e fauna della sua letteratura accelerata e per certi versi al di là di ogni barriera, può comprendere l’effetto straniante di chiacchierare con Mr Welsh circondati da un drappello di uomini incravattati, evidentemente riuniti a un convegno nello stesso albergo lussuoso che ospita lo scrittore scozzese. Per un attimo ho temuto che potesse trattarsi di un’adunata di grandi elettori di Renata Polverini, ma non ho indagato: meglio concentrarsi sull’intervista con un Welsh rilassato e disponibile. T-shirt da galeotto, un tatuaggio sull’avambraccio, testa completamente calva e occhietti vivaci. Quello che si direbbe un tipo simpatico. Marcato stretto dalla propria casa editrice storica in Italia, Guanda, con un’agenda fitta di impegni, Welsh sta anche pensando di fare un salto all’Olimpico per Roma – Inter, in programma all’indomani del suo tour de force tra interviste e presentazioni. Durante l’intervista approfitta di una pausa per andare alla toilette, non riesco a non pensare a quella allucinata scena di Trainspotting in cui Renton viaggia nella tazza… e pensare che il tipo che spaccia le supposte d’oppio, nel film di Danny Boyle, è impersonato nientemeno che da… Irvine Welsh.

Esce in questi giorni Tutta colpa dell’acido, una raccolta di tuoi racconti. Quanto ti cambia lavorare a un racconto piuttosto che ad un romanzo?
Scrivere racconti è per me puro divertimento, non comporta la sofferenza di dover scrivere un romanzo. Per un racconto è semplice: prendo un personaggio, una situazione, e la sviluppo. Scrivere un racconto è come ubriacarsi la sera in un bar e fare una scazzottata con qualcuno, mentre un romanzo comporta una battaglia in trincea, lunga cinque anni…poi ci sono autori di racconti magnifici, penso ad Alice Munro, alle sue short stories uniche per atmosfera, sfumature, dettagli.
C’è anche da dire che gli editori non amano molto i racconti: tutti dicono “ah che bello leggere racconti”, ma si crea una strana situazione, quello che accade quando si dice “salviamo il panda”, però tutti continuano a distruggere le piantagioni di bambù. Forse la gente preferisce avere qualcosa di più corposo tra le mani; per questo, quando sei a pranzo con il tuo editore e vuoi parlargli della tua prossima raccolta di racconti, è meglio ordinare prima; altrimenti ti dirà di prendere il menu a prezzo fisso (ride, ndr).

Parliamo della violenza anche visionaria che compare nei tuoi lavori – compresi questi racconti. Quanto è un elemento stilistico, e quanto invece è una trasposizione della realtà che ti circonda e vuoi raccontare?
In realtà la violenza fa parte della realtà che racconto. Io scrivo del proletariato scozzese, e ti assicuro che in quel caso la violenza è parte integrante della società. E non si tratta necessariamente di una violenza esplicita; può trattarsi anche di una violenza inespressa, che traspare dal modo in cui le persone interagiscono l’una con l’altra. Ma è una violenza che è accettata e che fa parte della cultura di cui parlo.

È una violenza che ti riguarda anche personalmente?
Ti faccio un esempio, semplice ma indicativo: adesso vivo negli Stati Uniti, dopo aver vissuto per parecchio in Irlanda, e quando torno a Edimburgo e incontro i miei vecchi amici al pub, scattano subito forti pacche e un coro di “heyy fucck you mann” (mima voce rauca e schiaffi e tono aggressivo, ndr), poi le pacche diventano schiaffi e poi ancora “heyyy mann fucck youu”, insomma, è tutto molto viscerale, anche questo amore tra amici è sempre aggressivo, è sempre sull’orlo di diventare aggressione vera e propria, c’è sempre questa violenza latente. Davvero! È buffo perché quando torni dopo tanto tempo nei luoghi in cui hai vissuto, in posti che ti sembravano così noiosi, ti accorgi che in realtà sono i più esotici del mondo.

La musica è spesso entrata nei tuoi libri; tu hai anche suonato in una band. Inoltre, hai dichiarato di lavorare spesso ascoltando musica. Quali sono i tuoi ascolti attualmente?
Sì, è vero, spesso ascolto musica anche per creare e definire i miei personaggi. Per questa ragione, attualmente sto ascoltando due tipi diversi di musica, creo delle playlist differenti per ciascuno dei personaggi che voglio narrare. Ho un personaggio che ha qualche problema a trattenere la propria rabbia, e per favorire il processo creativo sto ascoltando i Guns ‘n Roses, Chinese Democracy. Per l’altro personaggio, invece, ascolto Gustav Mahler, il compositore tedesco… chissà cosa ne verrà fuori.

Rimaniamo in questo limbo musical-letterario. Ci sono gruppi come i Radiohead che non suonano più le primissime canzoni, magari perché non si sentono più rispecchiati da lavori lontani nel tempo. A te capita di leggere qualcosa della tua produzione che non apprezzi più come una volta?
Come scrittore sono ossessionato dal rapporto con il momento attuale, non dedico tanto tempo a quanto ho scritto in passato. Tuttavia, quando mi è capitato di raccogliere materiale scritto negli anni ’90, ho incontrato testi che ho ripreso con piacere, e altri con cui è stato più difficile lavorare, perché magari nel frattempo io mi sono evoluto e distaccato da certe situazioni. Quindi, capisco i musicisti, capisco quelli che devono riproporre sempre il loro repertorio storico, ma capisco anche quelli che non ne possono proprio più.
Se penso agli Human League, una band che è sempre in attività da anni, chissà quante volte avranno dovuto cantare Don’t you Want Me… per me sarebbe un vero inferno sulla terra dover fare qualcosa del genere. Certo, se il pubblico accorre ai tuoi concerti è anche per i tuoi pezzi più famosi. Ho visto di recente i Magazine a Edimburgo e tutti aspettavano il momento di Shot By Both Sides, ma non l’hanno suonata, neanche nei bis, e anche se il concerto è stato bellissimo, ci siamo sentiti un po’ fregati. È la vecchia dicotomia tra entertainer e artista. Bisogna dare alla gente quello che vuole, oppure quello di cui si pensa abbiano bisogno?

Uno scrittore italiano ha sostenuto, in un articolo pubblicato in questi giorni, che “la scrittura può cambiare il mondo”. Ha citato non solo scrittori “impegnati” dei nostri tempi, ma anche autori di altre epoche come Tolstoj, o Dostoevskij. Cosa pensi al riguardo?
Che sono d’accordo, senz’altro. Questo è il motivo per cui si scrive. Almeno, io la penso così: non so se produrrò qualche effetto o meno, però quella è l’intenzione, voler trasmettere un messaggio che non sia effimero, che sia destinato a entrare nella testa di qualcuno. Quando è uscito Trainspotting, tutto l’establishment ha gridato allo scandalo: si diceva che fosse una minaccia all’ordine costituito, al buoncostume, che si incoraggiano i giovani all’uso di droghe, e quant’altro. Dopo qualche tempo, tutti i programmi realizzati dal governo per cercare di arginare la tossicodipendenza hanno iniziato ad usare la stessa impostazione, sia a livello di messaggio che di stile, proprio di Trainspotting.

E ritieni che questo “valore aggiunto” che viene della letteratura sia senza tempo, possa giungere anche da altre epoche?
Se penso ai grandi classici, anche a Shakespeare, loro hanno interpretato la realtà e noi la leggiamo alla luce delle loro interpretazioni. Leggendoli, ci influenzano e in qualche modo ci cambiano: si scrive anche di morale, di idee, e quindi io penso che, almeno per quanti abbiano orecchie per ascoltare, la letteratura possa cambiare la percezione della realtà, modificarla.

Ho una domanda legata al tuo stile: ti preoccupa la resa dei tuoi libri in altre lingue, considerando il tuo uso di una lingua parlata, dialettale?
Oh, sì. Però c’è ben poco che io possa fare, posso solo fidarmi del traduttore. È chiaro, se il traduttore è bravo la notizia ti arriva all’orecchio, mentre se è meno bravo è più facile che non sappia niente. Una buona traduzione è fondamentale affinché i libri possano entrare in un’altra cultura, ma davvero io non posso farci granché. Credo che la migliore traduzione sia una sorta di seconda scrittura del libro, non è davvero facile.

Nei tuoi libri le relazioni umane sono fondamentali; abbiamo già parlato della centralità dei rapporti, dell’importanza del contatto fisico. Come vedi l’esplosione di fenomeni di massa come i nuovi social network, che tendono a ridurre questo tipo di rapporto “fisico”?
Ho una pagina Facebook ma praticamente non l’ho mai guardata, in molti cercano di entrare in contatto con me ma non posso certo dar retta a tutti e quindi sono costretto a ignorare quasi tutto quello che ricevo. Poi la gente s’incavola e mi dà dello stronzo, ma non posso farci niente. Io trovo che tutti questi social network siano poco eccitanti, addirittura deludenti. Alla fine sembra che tutti siano diventati dei presentatori televisivi di serie B. Tra i tuoi contatti hai praticamente chiunque, amici, familiari stretti e fidanzate: alla fine diventa praticamente impossibile esprimersi liberamente. Quindi prevale questo stile mainstream, stucchevole e sciatto, fatto di formule anche stupide. La profondità è annullata, e per come la vedo io, se uno non è proprio di coccio, dopo un po’ di tempo questi social network diventano noiosi, una vera rottura.

Ormai sei uno scrittore con una notevole produzione alle spalle, alcuni tuoi libri sono entrati nell’immaginario collettivo, ma ti capita di pensare a come “invecchieranno” i tuoi lavori, se resteranno centrali nella nostra cultura?
Beh, sì. Devo dire di sì, ogni tanto ci penso. Ti posso rispondere così: ho iniziato a scrivere quando avevo una ventina d’anni, e i miei primi lavori sono stati pubblicati quando avevo trent’anni. Ricordo che alle prime presentazioni dei miei libri, quando iniziavo a diventare uno scrittore conosciuto, il pubblico era rappresentato da persone della mia età. Invece adesso, con il passare degli anni, sto notando che io divento sempre più vecchio (ride, ndr) e loro continuano a restare sempre giovani, alcuni giovanissimi, teenager: perché sono loro ad avere maggiore sintonia con i miei libri. Lo stesso mi accade quando sono in giro con Chuck Palahniuk (l’autore, tra l’altro, di Fight Club, ndr): spesso negli Stati Uniti facciamo letture insieme in pubblico e notiamo sempre come noi invecchiamo e la platea è sempre tutta composta da ragazzi, con qualche presenza di nostri coetanei.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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