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Intervista a Jennifer Egan

Questa intervista a Jennifer Egan è originariamente uscita su inutile e fa parte della raccolta Oggetto: Intervista, acquistabile su Port Review.

di Gianluca Didino

Il tempo è un bastardo è un libro incredibilmente coraggioso. Parte di questo coraggio sta nel fatto che hai scelto di trattare un tema enorme come quello del tempo rinunciando in maniera pressoché totale allironia come strumento privilegiato di approccio ai problemi. In unintervista al Mucchio Selvaggio hai detto che, ti cito, «lironia distrugge i significati e uccide la differenza» e che tu scrivi «da un punto di vista di fede». Potresti spiegarci meglio cosa intendi?

Credo che utilizzare un approccio ironico porti a una perdita di vicinanza. Nell’ironia è insita una distanza che alla fine diventa noiosa e produce un effetto che è esattamente l’opposto di quello che voglio quando scrivo: invade totalmente la privacy delle persone. Ciò che a me interessa è scavare nel profondo dei miei personaggi e muovermi liberamente, mentre l’ironia relega lo scrittore su una specie di isola dalla quale è impossibile andarsene. Gli strumenti che utilizzo di più nel mio lavoro (e questo credo che sia vero per tutti i miei libri) sono l’empatia e lo straniamento, nel senso che non scrivo mai di mie esperienze dirette e quindi devo trovare un modo per rendere comprensibili e interessanti punti di vista lontanissimi dal mio. Per questo non ho mai sentito la necessità di utilizzare l’ironia, tranne forse come una trappola da tendere a qualcuno. Prendi ad esempio Jules Jones. Lui prova a essere ironico, e più o meno ci riesce, ma tutto crolla perché non riesce a mantenere le distanze – e voglio dire in senso letterale. Credo che questo episodio possa essere interpretato come un caso di fallimento del distacco ironico come espediente letterario.

In un mondo ossessionato dallidea di avere ventanni per sempre, parlare di giovinezza senza retorica è davvero difficile, ma tu ci sei riuscita. Che cos’è la giovinezza per te e che ruolo gioca in Il tempo è un bastardo?

Detto così potrà sembrare strano, ma è vero: spesso ho qualche problema a ricordarmi quanti anni ho. Mi sembra di avere la mia sensibilità, di procedere nella vita, e per quanto mi renda conto di apparire molto diversa adesso di quando avevo diciassette anni mi sento la stessa persona di allora. Per cui non sento la giovinezza come qualcosa di molto lontano da me. Penso di avere una sensibilità molto fluida, e come giornalista questo è un vantaggio. Ho scritto spesso di ragazzi e non mi sento lontana da loro, anche se ho dei figli anche io. Può darsi che sia una mancanza di barriere nella mia percezione, ma a volte dimentico chi sono, soprattutto quando lavoro come giornalista – certe volte nemmeno ricordo di avere dei figli, o da dove vengo. Detto questo, ciò che trovo così interessante nella giovinezza, la differenza principale tra una diciassettenne e una quarantanovenne, è che a diciassette anni la storia è all’inizio, non hai idea di quello che verrà dopo, il che è intrinsecamente drammatico e intenso. Quella è l’età in cui uno cerca di capire come diventerà, non si riesce a credere veramente al tempo che passa eppure ci si sente così vecchi. È un periodo pieno di contraddizioni, e me lo ricordo così bene che spesso mi sorprendo a tornarci con la mente.

Da questo punto di vista il suicidio di Rolph è un simbolo molto potente: il personaggio che porta inciso sul proprio corpo il segno della giovinezza finisce per suicidarsi.

In un certo senso il suo suicidio è la cosa peggiore che succede in tutto il libro. È qualcosa di terribile. Se devo essere sincera non riesco a leggere quel capitolo ad alta voce. Non riesco a leggere Safari, è troppo. Il rapporto tra Rolph e suo padre è così doloroso e triste che si potrebbe ipotizzare che il suo suicidio sia una sorta di punizione per le colpe del padre. Adesso vorrei aver approfondito. Uno dei capitoli non riusciti (qualcuno c’è stato) è quello su Rolph: avrei voluto vederlo da ragazzo, uno che si uccide a ventotto anni, che fa esperienza della giovinezza ma non arriva a essere adulto, un vero adulto. Avrei voluto stare a guardarlo mentre ci provava. Vorrei averlo fatto, ma non ci sono riuscita. Il suo personaggio mi sembra ancora inesplorato, e mi chiedo se mai ci tornerò sopra, perché sento di dover spiegare. C’è troppo non detto, ma la verità è che non ho trovato un modo soddisfacente di scriverne.

È un bel personaggio, è un peccato non sapere qualcosa di più su di lui.

Lo so. È una pecca, me ne rendo conto. Sarebbe stato meglio se fossi riuscita a trovare un modo, ma era davvero difficile scrivere dal suo punto di vista. Non ce l’ho fatta, non sono riuscita a trovare un punto di vista vicino al suo. Il vero problema con Il tempo è un bastardo è che per scriverlo potevo avvicinare i personaggi solo in un certo modo, se non potevo mettermi nei loro panni e scrivere dal loro punto di vista allora dovevo trovare qualcuno che fosse loro vicino, e se non c’era nessuno che andasse bene allora dovevo introdurre un altro personaggio solo per raggiungere lo scopo. Questo è quello che è successo con Rolph: era diventato ingombrante, e visto che non potevo scrivere un libro di diecimila pagine ho dovuto lasciarlo stare. Mi ha molto deluso che non abbia funzionato, però.

Il capitolo in Power Point mi ha fatto pensare a una versione contemporanea della seconda sezione di Gita al faro di Virginia Woolf. In entrambi i casi la trama è relegata a un ruolo apparentemente marginale (Bosco apre un allevamento di mucche; la signora Ramsay è morta) ma ciò che davvero conta è lazione del tempo su cose e persone. In entrambi i casi il termine cambiamento gioca un ruolo fondamentale. Cosa significa per te questa parola?

 

Per me il cambiamento è ciò che ci fa capire che il tempo è passato. Ci accorgiamo che il tempo passa dalle piccole cose quotidiane («Quanto tempo abbiamo?», «Ho una scadenza»), ma quelle sono quasi distrazioni dal grande lavoro che il tempo compie su di noi. È sempre uno shock rendersi conto che il tempo è davvero passato e di solito quello shock si realizza in qualche forma di cambiamento. Per me negli ultimi anni sono stati i figli. Penso: «Oddio, non è più un bambino, potrebbe prendermi in braccio!». Fa quasi paura. Quindi penso che il cambiamento sia essenzialmente il mezzo tramite cui ci rendiamo conto del tempo che passa. Se ci pensi questo è vero anche in Proust: Alla ricerca del tempo perduto è tutto costruito attorno al cambiamento, allo shock del cambiamento. La stessa cosa succede con il capovolgimento, quando le cose vanno nella direzione opposta a quella che ci si aspettava – il che succede di continuo in Proust e anche nella vita, almeno per quella che è la mia esperienza. Volevo metterci un po’ di tutto questo, nel libro. A volte poi c’è anche lo shock di sapere in anticipo quello che succederà alla fine, come ad esempio in Gita al faro. Conoscere il finale prima di quello che c’è in mezzo è sconvolgente, perché poi quello che c’è in mezzo trasuda di pathos e di attesa: anche se sappiamo che alla fine la signora Ramsay morirà come tutti noi, vogliamo credere che non sia vero. Trovarsi a confronto con una realtà del genere è un’esperienza drammatica. Pulp Fiction funziona allo stesso modo: quando Vince Vaughn viene ucciso nella storia di un’altra persona e poi è di nuovo vivo è uno shock, perché ci sembra che sia risorto, ma semplicemente non è ancora morto. Allora pensiamo: «Sta per morire», e all’improvviso tutto è avvolto da questa tensione tremenda. Il solo giocare con l’ordine degli eventi ha il potere di provocare tutte queste emozioni – è qualcosa di davvero potente.

Sei stata adolescente in California alla fine degli anni Settanta, cioè nel tempo e nel luogo in cui la rivoluzione informatica stava cambiando il mondo. Pensi che questo abbia influenzato il tuo interesse per limpatto che le tecnologie hanno sulla vita delle persone?

Non saprei. La verità è che quando ero adolescente (anche se oggi sappiamo che la Silicon Valley stava esplodendo e stava capitando di tutto) una delle famiglie per le quali facevo da baby-sitter aveva in casa il primo computer Apple. Mi ricordo che il padre me lo mostra e mi fa: «Questo è un computer», e io penso: «Che roba è? Un televisore? Una specie di combinazione tra una macchina da scrivere e un televisore?». E in effetti ho tenuto una battuta del genere nel libro per un po’ di tempo, ma poi mi sembrava un tantino didascalica e così l’ho tolta. Quello che voglio dire è che non ho una risposta, ma ho la sensazione che nell’arco della mia vita il progresso tecnologico sia stato prima di tutto enorme, e poi che tutta questa enormità si sia concentrata diciamo dai miei venticinque anni in poi. Quando ero una ragazzina, se telefonavi a qualcuno o trovavi occupato, o quella persona ti rispondeva o il telefono squillava all’infinito. Quando sono andata all’università l’unica novità era la segreteria telefonica. Non era cambiato molto in tutti quegli anni – e guardaci adesso.

Quando l’ho raccontato ai miei figli (me lo ricordo ancora: erano entrambi nella vasca, quindi erano piccoli) spiegavo loro che quando ero giovane se telefonavi a qualcuno succedeva questo e quello, e il figlio più piccolo mi guarda e mi fa: «Ma c’era l’elettricità?». Ecco, questo per dire quanto gli sembrava assurdo. Quindi non saprei, quello che vedo è un bel punto di domanda: quanto la mia esperienza personale nella Silicon Valley può avermi influenzato? Di sicuro lo sento come uno dei grandi eventi di cui sono stata testimone, perciò mi sembra importante scriverne e voglio continuare a farlo.

In un recente incontro alla Columbia University hai paragonato Facebook a un soviet e ti sei chiesta, testuali parole, «Chi se ne frega di essere tutti connessi?»

Era anche un po’ retorico… voglio dire, ho un iPhone anch’io.

Va bene, però resta un pensiero in netta controtendenza rispetto allideologia delle reti dominante eppure coerente con la struttura di Il tempo è un bastardo, dove la rete esplode in decine di frammenti umani. Quali sono secondo te i rischi maggiori a cui ci espongono le nuove tecnologie?

Forse il rischio più grave è che le persone si rendano conto in ritardo del cambiamento. Non è nemmeno un rischio, è la realtà: il caseggiato sovietico è un’analogia precisa, non un’idea campata per aria. Facebook è assolutamente orwelliano, al 100%. L’unico errore di Orwell a riguardo è stato di pensare che a imporre il Grande Fratello sarebbe stato un regime totalitario. Nessuno a quei tempi avrebbe potuto immaginare che lo avremmo accettato come un prezzo da pagare per stare vicini agli altri. Eppure è esattamente quello che è successo. Con questo non voglio dire che Facebook sia un regime totalitario, intendiamoci: ma ogni messaggio, ogni email, ogni genere di comunicazione è monitorata, e quelle informazioni sono accessibili ad altri. Queste informazioni esistono e sono disponibili, chi le vuole le può avere, e dire: «Ma loro non sono autorizzati», be’, nemmeno il Dipartimento di Stato voleva che documenti privati venissero diffusi, ma è successo. Una volta che le informazioni sono là fuori non si possono tenere sotto controllo – è un fatto. Il punto è che la gente lo vuole, davvero non ha remore nel vedere ogni comunicazione o fatto personale osservato e monitorato. E lo dice una che usa Facebook. Non che ci stia molto, ma ci sono. Voglio vedere che succede. Eppure è abbastanza incredibile che la gente lo accetti. Tutte queste cose le ho scoperte qualche anno fa mentre stavo scrivendo un articolo per il New York Times Magazine sui siti di incontri online. Era l’epoca di Friendster, c’era MySpace che stava partendo, era l’inizio dei social network. Non riuscivo a capire per quale motivo aziende come Match.com fossero valutate così tanto. Un giorno ero a pranzo con qualcuno di March.com e dico: «Allora, come mai queste aziende sono valutate così tanto?», e lui dice: «Perché noi sappiamo tutto di quelli che usano il nostro sito». E io: «Oh!», e lui fa: «Ovviamente non potremmo mai abusarne». E magari non lo farebbero intenzionalmente, ma ripeto: le informazioni sono là fuori e le persone accettano di buon grado che non appartengano più a loro. Non che sia qualcosa di intrinsecamente terribile, ma se pensi che dai via tutte queste informazioni su di te senza farci davvero caso, be’, questo fa un po’ paura.

Adesso mentre parli mi viene in mente un collegamento: dicevi che lironia uccide la differenza, ma quando parli di Facebook come di un soviet mi viene da pensare che forse anche Facebook uccide la differenza.

Esteticamente è terribile. Noiosissimo. Almeno con, chessò, Myspace uno poteva disegnarsi il layout della propria pagina. Facebook invece è molto uniforme, e per questo mi è venuta in mente la metafora del soviet: lo vedo come un caseggiato dove tutto è uguale. E quello che odio davvero di Facebook è che cambia le cose senza nemmeno chiedere, all’improvviso la tua pagina ha un altro aspetto. Adesso cambierà di nuovo e in maniera ancora più radicale, visto che stanno imponendo la timeline. Ma questo è assurdo! Io non voglio la timeline! Mi dà sui nervi, ma che ci posso fare? Voglio dire, potrei provare a uscire, ma l’altro problema è che non puoi veramente uscire da Facebook. È impossibile. Si oppongono se li vuoi lasciare. Non che viva nel terrore per questo, ne sono solo affascinata. È quello che sta succedendo, quello che succederà. Ma se dovessimo immaginare le prossime evoluzioni, terrei a mente che ci sono delle aziende che per lavoro, legalmente o illegalmente, prelevano informazioni da siti come Facebook e le vendono a chiunque le desideri. Non che Facebook dica: «Ehi, compagnie di assicurazioni! Vediamo un po’ chi è che sta male!». No, non lo fanno, non credo che siano così malvagi. Ma un’altra azienda potrebbe farlo, un’azienda che potrebbe specializzarsi nel raccogliere informazioni su chiunque e per chiunque, diventando una specie di freddo e neutrale intermediario. Ecco come verranno usate le informazioni. È così che immagino che potrebbe evolvere.

In Il tempo è un bastardo torna spesso il termine punk, e così anche nelle tue interviste. È un concetto a cui sono molto legato, per cui mi interessa sapere che significato attribuisci al vocabolo. Non credi che ci voglia una certa attitudine punk, di rifiuto dellordine e delle convenzioni, per scrivere un libro come Il tempo è un bastardo, il cui genere è quasi impossibile da definire (non è una raccolta di racconti, non è un romanzo ecc.)?

A me il termine “punk” non riporta alla mente molto di più del suo contesto originario, quando vedere ripudiati gli anni Sessanta era eccitante ma anche un po’ stupido e autolesionista. Un sacco di gente morta di overdose e tutto il resto. Voglio dire: che significa veramente “punk”? Ma allo stesso tempo trovo molto interessante che persone di generazioni diverse abbiano un’immagine del punk così completamente diversa. Il tuo modo di intendere questo concetto mi interessa molto e sì, in questo senso è importante per me. Non so quale sia il termine esatto per descriverlo. Per esempio c’è stato un periodo in cui ho avuto problemi con il capitolo in Power Point e ho voluto chiedere un parere a mio fratello, che adoro. Lui nella vita ha dovuto combattere, e ha detto qualcosa su come a volte ci sono cose che funzionano ma mancano di “polvere da sparo”. Quando gli ho fatto leggere il capitolo in Power Point mi ha detto che funzionava ma non c’era polvere da sparo. Sono parole che mi porto sempre dietro. Ogni tanto rileggo quello che ho scritto e penso: «È a posto, ma manca polvere da sparo». Credo che questo sia il senso in cui tu parli di “punk”, il potenziale per un’esplosione che può essere distruttiva, o esaltante, o tutt’e due insieme. Questa idea non mi ha più abbandonato: prima che mio fratello ne parlasse era quello che cercavo di fare senza saperlo, e ora che lo so voglio continuare a farlo.

Gianluca Didino è nato nel 1985 in Piemonte. Ha vissuto otto anni a Torino e da tre vive a Londra. Suoi articoli sono stati pubblicati su “Internazionale”, “IL”, “Studio”, “Nuovi Argomenti”. Ha curato la rubrica VALIS sul “Mucchio Selvaggio” e attualmente collabora con “Il Tascabile” e “Pagina 99”.
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  1. […] tornata a pensarci qualche giorno fa dopo avere incrociato questa bella intervista a Jennifer Egan, autrice del libro, apparsa su Minima et moralia, il blog letterario di Minimum […]



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