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Dal Pulitzer al primo libro scritto in italiano: intervista a Jhumpa Lahiri

di Simona Maggiorelli

Questo pezzo è uscito su “Left”. Ringraziamo testata e autrice dell’intervista.

È stato un colpo di fulmine, una passione fortissima e imprevista quello della scrittrice Jhumpa Lahiri per l’italiano, durante un viaggio a Firenze più di vent’anni fa. E da allora non ha mai smesso di studiarlo e di leggere romanzi e poesie, Verga, Pavese, Calvino, Manganelli, Ginzburg, Montale e Saba fino a Carlotto e Ferrante, solo per citare alcuni autori che compaiono nel suo nuovo libro In altre parole (Guanda) che la scrittrice, dopo Roma, sua città di elezione, ha presentato a Milano il 7 febbraio nella rassegna Writers organizzata da Frigoriferi milanesi.

Nata a Londra da genitori di Calcutta e cresciuta a Rhode Island, nel 2000 ha vinto il premio Pulitzer con L’interprete dei malanni (pubblicato in Italia da Marcos y Marcos e poi da Guanda). Nel 2003 esce il romanzo L’omonimo che la regista indiana Mira Nair ha portato sul grande schermo. Firma di punta del New Yorker e  dopo essere stata in lizza al Booker Price con il recente romanzo La moglie, Jhumpa Lahiri ha deciso di fare una scelta radicale: venire a vivere per qualche anno in Italia, misurandosi con una lingua amatissima, diversa dalla propria.

Da questa sfida è nato In altre parole, in cui l’autrice mescola, racconto, memoir (alla Speak Memory di Nabokov), riflessione sulla scrittura e crudo reportage. Mettendo assieme scritti d’occasione nati per la rivista Internazionale, ma che mostrano un filo tenace e sorprendente. Come quel gomitolo nero che compare alla fine de Lo scambio,vero e proprio racconto intessuto in questo libro originalissimo.

Scrivere in una lingua diversa è stata in qualche modo, per lei, una nuova nascita?

Direi di sì, non solo come scrittrice. C’è stato un cambiamento creativo ma anche personale. In questo nuovo percorso linguistico e creativo, mi sento rinata. E questo libro spero rappresenti davvero un nuovo inizio.

Alla Casa delle letterature a Roma Gabriele Pedullà ha detto che In altre parole s’iscrive perfettamente nella tradizione italiana del saggio alla Leopardi. Ci si riconosce?

Sono rimasta molto colpita dalle lettura di Gabriele, è stato molto generoso. Ma io mi sento sempre un’apprendista, una studentessa. In tutta sincerità non riesco a valutare la mia scrittura in italiano. C’è una distanza, uno scarto, fra me e quello che scrivo. Devo chiedere ad altre persone cosa ne pensano, per vedermi attraverso i loro occhi.

In queste pagine ricorrono espressioni come “incertezza”, “rinunciare all’autorevolezza” e poi “esilio linguistico”, ma anche “leggerezza”, “libertà”. Scrivere questo libro è stato un po’ come spogliarsi della propria identità e mettersi in discussione?

Ho adottato qui un nuovo approccio, direi anche filosofico- esistenziale: vivere sempre con l’incertezza che nasce dalla mancanza di una vera padronanza della lingua. Di solito la scrittura comporta una certa autorità. A me manca in italiano. Eppure scrivo lo stesso. Mi ha colpito una frase del pittore Botero: «L’artista dovrebbe lavorare con una angoscia permanente». Ovviamente è una condizione che riguarda specificamente l’artista. Un chirurgo deve sempre rimanere un esperto al cento per cento! Con l’italiano sperimento una dimensione “angoscia” formale e linguistica, che però mi apre una nuova strada, mi dà energia, una nuova prospettiva.

La decisione di venire a vivere in Italia è nata anche dal rifiuto del grande successo che lei ha avuto dopo il Pulitzer? Sul Corsera, scrivendo di Elena Ferrante ha raccontato anche la propria esigenza di diventare “invisibile”.

È certamente una sorta di fuga per me scrivere in italiano. Ed è la scoperta di una nuova dimensione linguistica. Ma c’è anche altro. In qualche modo mi rifiuto di partecipare a quel mondo, mi rifiuto di continuare ad essere una scrittrice inglese di successo. Ovviamente continuo ad essere quella scrittrice. Non sono diventata un’autrice italiana. Ma ora c’è un’altra variante di me stessa. Un altro ramo, che probabilmente ho fatto crescere pian piano, per darmi volutamente una distanza dalla notorietà. Che dal punto di vista creativo non serve. Anzi, è ingombrante. Perché la scrittura dovrebbe essere continua ricerca. Per questo vorrei proseguire in questo nuovo percorso che mi dà una libertà totale, mi rende imperfetta, sempre insoddisfatta, aperta al nuovo. C’è sempre questa fame per una lingua perfetta, ineccepibile che mi sfugge, di un traguardo che non riesco a raggiungere mai.

Ci sono delle parole in italiano che non trovano un’adeguata traduzione in inglese? Nel libro accenna a qualche esempio.

Ce ne sono molte. In ogni lingua vi sono parole che non sono traducibili. Questo è il fascino. Ogni lingua resta specifica. Oggi si può andare velocemente ovunque, si può vivere in qualsiasi posto del mondo, ma una lingua resta una barriera. Se non la capisci ti trovi davanti ad un muro. Ad un gap molto profondo. D’altro canto conoscere una lingua davvero è quasi impossibile. Anche se io restassi in Italia per tutta la vita, l’italiano per me resterebbe in certo modo sempre una lingua straniera, con questa distanza da attraversare.

Il suo essere cosmopolita, figlia di molte culture diverse, che cosa significa come scrittrice?

C’è sempre un altro orizzonte, uno dopo l’altro. Di fatto sono una scrittrice senza una vera lingua madre, senza una patria materiale. Questo stato di sradicamento è doloroso da un lato, dall’altro apre nuove possibilità. Di solito gli scrittori anglofoni vengono in Italia e poi continuano a scrivere in inglese. Imparano l’italiano ma restano radicati nella loro lingua. Per me è diverso perché anche se l’inglese resta la lingua della mia formazione e della mia educazione, non mi manca. Perché non è la mia vita. Ogni lingua resta per me una lingua straniera. Credo che sia stato possibile fare questo salto linguistico un po’ folle, questo gesto radicale di scrivere in italiano appena arrivata qui, proprio perché non appartengo veramente a nessuna lingua. Tutto questo permette flessibilità, offre spazio. Forse ormai non mi sarebbe possibile aggiungere una quarta lingua, dopo aver impiegato più di vent’anni per arrivare a questo punto con l’italiano, per poter arrivare a scrivere questo libro, per parlare ora con lei. Ma è anche vero che sono molto soddisfatta di questo triangolo fra bengalese, inglese e italiano. Mi ha aiutato a sanare il conflitto fra la lingua dei miei genitori (il bengalese) e l’inglese, la lingua imparata a scuola, con tutto ciò che questi due idiomi rappresentavano per me. Prima c’era una linea piatta, sconcertante, perché non contiene nulla, ora riesco a capire e a esprimere di più me stessa.

Ha parlato di bengalese, una lingua che risuona anche a Roma, grazie a tanti immigrati dal Bangladesh che qui, però, si scontrano con la crisi e il razzismo.

Fanno una vita durissima, parlo spesso con queste persone. Quando chiedo come si trovano, tutti dicono la stessa cosa: “qui non c’è futuro”. Ma anche il razzismo è un problema. Sono persone che si trovano quotidianamente in una situazione estrema. Vivono in nero, in ogni senso. Anche per mio padre in America è stata una sfida rifarsi una vita, è stato difficile anche per lui. Ma qui c’è una divisione troppo netta fra gli italiani e gli altri. I bengalesi sono molto frustrati, restano chiusi fra loro. E tutto questo non va bene.

Negli Stati Uniti di Obama cosa sta accadendo? I conservatori, per reazione, si sono arroccati sempre più nel loro razzismo?

Per quelli che non lo rispettano, Obama è diventato la scusa per dire qualsiasi cosa. Ma questi suoi otto anni alla Casa bianca, proprio per la storia americana, rappresentano una svolta storica. Il primo presidente nero, anche solo dal punto di vista simbolico, rappresenta un cambiamento enorme per il Paese.

Commenti
2 Commenti a “Dal Pulitzer al primo libro scritto in italiano: intervista a Jhumpa Lahiri”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    White men can’t Jhumpa.

    Ringraziamo Lahiri per onorare la lingua italiana con il suo talento e la sua passione di narratrice.

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