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Intervista a Judith Schalansky

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Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013. (Fonte immagine)

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

Cresciuta a Berlino Est negli anni Ottanta, Schalansky ha passato l’infanzia a sognare posti dove non era permesso andare; da grande ha condensato il suo desiderio dell’altrove in un libro onirico e favoloso, un vero e proprio “Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove sono mai stata e mai andrò” (Bompiani).

Una sorta di epica della lontananza. È d’accordo?

Sì, assolutamenteTutti noi idealizziamo l’isola sperduta, la consideriamo un luogo di pace, lontano dallo stress quotidiano. Quando ero piccola, andavo tutte le estati sul Mar Baltico a casa dei miei nonni che vivevano sull’isola di Usedom. L’isola era collegata alla terraferma da due ponti. Per una ragazzina dall’animo romantico non era una vera isola! Lo era invece quella del faro, un minuscolo scoglio vicino alla costa. Morivo dalla voglia di andarci. Ma non si poteva, era territorio proibito, come il Muro di Berlino. Qualche anno fa sono andata a visitare l’isoletta: un posto incantevole, una vista strepitosa, con il rumore del mare che arrivava da ogni parte. Ma quando sono salita sul faro, mi sono sentita improvvisamente sola e triste. Non sarei rimasta lì un minuto di più.

“Può darsi che il paradiso sia un’isola. Lo è anche l’inferno”, scrive. In che senso?

Le isole remote, soprattutto quelle del Pacifico, sono per natura prigioni, circondate dalle mura di un mare ostinatamente presente; lontane dalle rotte commerciali, sono luoghi adatti per raccogliervi tutto ciò che è indesiderato, anomalo. E in quei piccoli continenti, lontano dagli occhi del mondo, è facile violare i diritti internazionali. Pensiamo alle misteriose morti infantili a St. Kilda, o alla prassi dell’uccisione dei bambini a Tikopia, due isolette sperdute nel Pacifico.

Quest’immenso oceano… che sembra quasi un grande romanzo.

Quando guardi un mappamondo sembra che il Pacifico stia sul retro del globo. Vedi una massa enorme di acqua con questi puntini di terra disseminati qua e là: diversi linguaggi, diverse visioni. Il Pacifico è tante piccole storie diverse. Direi che assomiglia di più una lunga raccolta di racconti che un romanzo. Il romanzo è più un genere “continentale”.

Ma non c’è un fil rouge di abitudini, costume e folkore che unisca le sue migliaia di isole?

È tutto molto diverso dal nostro modo di pensare. Ho la sensazione che ogni isola sia diversa dall’altra. Ma è possibile sia la mia fantasia a lavorare, più che la realtà.

A proposito: lei dice che “la realtà è sopravvalutata”. Meglio sognare sulle carte?

Viaggiare è istruttivo. Ma non bisogna andare a Venezia per scrivere di Venezia. Se il mondo non fosse stato ancora scoperto, sarei diventata un’esploratrice. Ma, visto che oggi è tutto così accessibile, non ho altra scelta che stare a casa e scrivere.

Alcune delle isole di cui parla stanno scomparendo a causa del cambiamento climatico: il mare le mangia via lentamente. Scriverà un “Atlante delle isole scomparse”?

No, che malinconia… Ma è vero. Il mio atlante non è solo quello di un mondo sperduto, ma anche quello di un mondo che sparisce a poco a poco.

Sembra che realtà e finzione siano molto ben intrecciate nell’Oceano Pacifico: dal disastro di Fukushima all’ultimo film di Guillermo del Toro “Pacific Rim”, dal pittore Paul Gauguin che fece di Tahiti il suo atelier al leggendario Bounty con tre diverse versione cinematografiche… Perché?

Proprio a causa della sua “sperdutezza” – almeno dal punto di vista della terraferma – che è perfetta per qualsiasi idea, da quella in stile “paradiso terrestre” ad altre più crudeli. Marlon Brando diceva ne “Gli ammutinati del Bounty”: “In Inghilterra siamo rinchiusi, qui siamo esclusi”. Ma come ho sempre detto questo è una visione totalmente europea del Pacifico. Sarebbe molto più interessante saper cosa pensa la gente delle isole del Pacifico di questo strano piccolo borioso continente che è l’Europa.

Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself, Vogue e Pagina99.
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3 Commenti a “Intervista a Judith Schalansky”
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  1. […] Per la cronaca 2: Una bella intervista di Valentina Pigmei all’autrice si trova qui  (Minimaetmoralia). […]

  2. […] in questo caso, trasformare un nome in una meta di viaggio pare alquanto impegnativo: nemmeno l’“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” cita questo nome. Forse è questa l’isola che non […]

  3. […] questo caso, trasformare un nome in una meta di viaggio pare alquanto impegnativo: nemmeno l’“Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò” cita questo nome. Forse è questa l’isola che non […]



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