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Tra il Burraco e Donald Trump. Intervista a Mara Maionchi

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(fonte immagine)

Intervistare Mara Maionchi è stato esattamente come lo immaginavo. Ci siamo incontrati in un bar di Milano, io ho ordinato un tè verde e lei ha sorriso col suo sorriso e scherzato sulle persone che bevono il tè verde, quindi ha ordinato un caffè e poi abbiamo iniziato a parlare. Qualche volta rispondeva prima che avessi finito di formulare la domanda, altre no, e intanto passavamo dalla musica ai sogni premonitori, dalla TV a Donald Trump, dalla Costituzione alle partite online di Burraco.

Io: La tua carriera è iniziata nel ’67, quando hai risposto a un’inserzione pubblicata sul Corriere della Sera.

Mara Maionchi: Sì, è vero. A scuola andavo abbastanza male, poi ho fatto un corso da stenodattilografa e ho iniziato a lavorare in vari ambienti. Il primo lavoro fu alla SAIMA, che era una società di spedizioni internazionali, sopratutto via nave. Io lavoravo all’ufficio imbarchi, poi da lì ho deciso di trasferirmi a Milano perché rispetto a Bologna mi sembrava potesse darmi qualche possibilità in più.

Io: Quindi non sei venuta a Milano per la musica?

Mara Maionchi: La musica la ascoltavo e basta, senza neanche avere un amore forsennato. Ci sono arrivata per caso, come in tutte le cose della mia vita. C’era questo annuncio sul Corriere, cercavano una segretaria per l’ufficio stampa dell’Ariston, che era una casa discografica. Avevano la Vanoni, Mino Reitano, eccetera. Mi sono presentata e mi hanno assunta e da lì ho cominciato a guardarmi intorno.

Io: Dal ’67 a oggi. Sono passati quasi  quarant’anni, com’è guardarsi indietro?

Mara Maionchi: È passato tanto tempo, non so nemmeno se sarebbe ripetibile un percorso del genere. Era proprio un altro mondo rispetto ad oggi, dove se vuoi entrare nel campo musicale devi avere una lunga preparazione alle spalle. Io non sapevo quasi niente, ma avevo voglia di imparare. Ho imparato sul campo a fare questo mestiere.

Io: In tutti questi anni sei cambiata più tu, la musica o il mondo che ti circonda?

Mara Maionchi: Fra tutte le cose che hai nominato, quella che è cambiata di meno sono io, però capisco che intorno a me il mondo è diverso. È diverso politicamente, economicamente, musicalmente, ma in fondo è normale.

Io: Il mondo della musica è cambiato solo in peggio, oppure oggi c’è anche qualche vantaggio che una volta non c’era?

Mara Maionchi: Non c’è dubbio che fattori tecnici come il computer, YouTube e il poter fare i dischi più facilmente siano un fatto positivo, però è anche vero che la musica oggi possono farla quasi tutti, e questo non è un vantaggio. Rispetto a una volta ci sono meno soldi, ma c’è anche meno interesse. Il senso di aggregazione che derivava dalla musica negli anni ’70 e ’80 è sparito, una volta ascoltare un genere musicale equivaleva anche a far parte di un certo gruppo di persone, ad avere un certo pensiero politico, di vita, di socialità. Oggi la musica non ha più questa funzione, assolutamente. Forse ce l’hanno i social network…
E poi ripeto, ci sono meno soldi. Oggi se fai musica puoi garantirti solo la prima colazione, se arriveranno anche il pranzo e la cena è tutto da vedere. Le cifre si sono abbassate perché è il mercato a creare l’offerta e oggi il mercato non c’è, oppure c’è molto poco.

Io: All’interno di un panorama del genere, quale dovrebbe essere il compito di un discografico?

Mara Maionchi: Scoprire prima di tutti cosa andrà di moda fra due anni. Poi, be’, io sulla musica ho delle idee un po’ particolari. Quando mi chiedono qual è stato il gruppo più commerciale di sempre, io rispondo i Pink Floyd. Chi altro è riuscito a rimanere per dodici anni in classifica?

Io: In qualsiasi campo artistico, quanto conta la fortuna e quanto il talento?

Mara Maionchi: Ti risponderò con un proverbio: il lavoro duro batte il talento, se il talento non lavora duro. Poi certo conta anche il talento, o il destino, chiamalo come vuoi tu.

Io: Lo stereotipo del musicista capriccioso è vero?

Mara Maionchi: Sì, ma io non temo i capricci. Basta dire di no, non lo trovo così difficile. Quando Gianna Nannini mi mandò le spese della tintoria me la sono mangiata. Cioè, io sono una discografica, cazzo. Devo pagarti le royalties, non il conto della tintoria. Più avanti, invece, dopo il primo disco, quando sia io che la Nannini ci stavamo riprendendo dopo il flop iniziale, lei è venuta da me e mi ha detto che si era presa un manager, uno che chiedeva un sacco di soldi alle case discografiche. Io le ho detto: “Fammi respirare un attimo, ho investito su di te quando nessuno ci credeva”. Mi sono incazzata così tanto che ho dato un pugno alla scrivania e il vetro si è frantumato. Se intuisco che dietro il capriccio c’è un dramma reale o una forma di disagio, allora posso anche ascoltarti. Ma se il capriccio è gratuito no, a rompere i coglioni siamo tutti bravi.

Io: Parliamo un po’ della TV. A livello emotivo, personale, come ti fa sentire essere contemporaneamente su milioni di schermi? Voglio dire, è una forma di visibilità che non tutti sopporterebbero.

Mara Maionchi: Io ho 75 anni, e quando diventi vecchio diventi anche più fragile. Sentire che le persone intorno mi vogliono bene mi fa stare meglio.

Io: Per chi vuole provare a farsi conoscere attraverso la musica, X Factor è sempre il palcoscenico giusto? Oppure per alcuni può non essere adatto?

Mara Maionchi: Non credo che sia il palcoscenico giusto per tutti. Lì regna il pop, perché è una trasmissione pop, però non c’è dubbio che a X Factor chiunque ha la possibilità di entrare in contatto con qualcuno che lavora in campo musicale, e se quel qualcuno non è proprio sordo, potresti comunque avere un’occasione.

Io: La musica italiana riesce ancora a colpirti?

 Mara Maionchi: Come dice Bertolt Brecth, bisogna sempre essere un passo avanti, mai due, e mai uno indietro. In questo momento, in Italia, produciamo brutte canzoni, troppo tradizionali. Manca un po’ la novità. È molto più fresco un testo come c’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso delle canzoni che si fanno adesso, dove c’è sempre un amore perduto, qualcuno che è andato via e non torna, qualcuno che è disperato. Mi faccio due palle così dopo un po’. (Ride) Alla quarta canzone su un amore perduto, vorrei sentire qualcuno che fa una festa perché ha perduto un amore. Qualcuno che canti: “Stasera tutti a casa mia, faccio una festa, mia moglie finalmente si è levata dai coglioni!”

Io: Tu e tuo marito (Alberto Salerno) siete sposati da quarant’anni e lavorate insieme da molto tempo. Come siete riusciti a coniugare le due cose?

Mara Maionchi: L’amore eterno non esiste, esistono i buoni rapporti. Con gli anni le cose cambiano, abbiamo imparato a capirci e poi anche a sopportarci. Per fortuna non siamo cambiati così tanto da arrivare a odiarci. Abbiamo fatto un lungo percorso insieme, e in questo caso era importante volersi bene e stimarsi. Dopodiché bisogna anche cominciare a non ascoltarsi sempre. Sul lavoro abbiamo fatto delle risse colossali, oltretutto la rissa non finiva in ufficio ma continuava a casa. Mio marito negli anni ha anche avuto delle fidanzate, e lo capisco, la stessa solfa dopo un po’ è noiosa. Un giorno gli ho telefonato e gli ho detto: “Vieni a casa, è arrivata una fattura di cui dobbiamo parlare”. Lui è corso subito, sembrava che avesse appena fatto la maratona di New York. Certo che lui è anche un po’ pirla. (Ride) Era stato in albergo con una donna e si era fatto fare la fattura. Io, allora, gli avevo fatto passare un’estate infernale, però sono cose che succedono. Stare insieme per quarant’anni non è facile. Io non l’ho mai tradito perché non mi interessava, ma ho fatto altre cose. Ognuno è cattivo a modo suo. Ad esempio, io spendevo soldi nel gioco d’azzardo.

Io: Giochi ancora, qualche volta?

Mara Maionchi: Al casinò, ma raramente. Sono molto contraria alle macchinette nei bar e nelle tabaccherie, ti mettono la droga sotto casa. Se invece devi andare a St. Vincent o Sanremo, intanto devi farti 200 o 300 chilometri, e questo se lavori tutto il giorno è già un deterrente. Se invece non lavori, e sei anziano, e ti rompi i coglioni tutto il giorno, è normale che ti venga la tentazione di giocare alle slot sotto casa.

Io: È vero che hai scoperto di avere un tumore al seno grazie a un sogno premonitore?

Mara Maionchi: È vero, ho scoperto di averlo a 73 anni. Tanto tempo prima avevo fatto un sogno, ero in un salone e c’erano tante persone. Mi sono avvicinata a un signore seduto al tavolo, e lui ha scritto su un foglio 36, ossia gli anni che avevo allora, più 33 – totale 69.
A 69 anni ho avuto un po’ di paura, ma per fortuna non è successo niente.
A 73 anni, invece, controllando il calendario degli esami di routine, ho notato che il medico si era sbagliato e aveva scritto: Mara Maionchi, anni 69. L’ho subito chiamato e lui mi ha detto che non ricordava perché avesse scritto 69, allora ho prenotato una visita d’urgenza e ho scoperto di avere un tumore al seno, sia destro che sinistro.

Io: Però alla fine ti è andata bene…

Mara Maionchi: Mah, sai, il cancro è una brutta storia, perché può sempre tornare. Per adesso è andata bene. Speriamo nel culo, cosa vuoi che ti dica. Anche se è vero che più passa il tempo, più il muro è vicino.

Io: Questo come ti fa sentire?

Mara Maionchi: Be’, non è che mi scompisci proprio dalle risate, però col tempo ci si abitua al fatto che il muro sia sempre più vicino. Cominci a vedere la morte non come una tragedia ma come qualcosa di naturale. Quando ho scoperto di avere un tumore, mi dicevano che l’85% delle donne si salva, ma io pensavo solo a quel cazzo di 15% che non si salva.

Io: Hai qualche rimpianto? C’è qualcosa che avresti voluto fare nella vita e invece non hai fatto?

Mara Maionchi: No, non ho così stima di me da pensare che avrei potuto fare di più. Penso che mi sia già andata molto bene così. La vecchiaia va presa sul ridere, altrimenti è difficile.

Io: Quando penso alla vecchiaia, o al fatto che un giorno toccherà anche a me, mi viene solo da dire: “Cazzo, non è possibile”.

Mara Maionchi: Continuerai sempre a dire: “Cazzo, non è possibile”, solo che un giorno sarai vecchio davvero. Quanti anni hai?

Io: Ventotto.

Mara Maionchi: (Ride) Vaffanculo…

Io: Be’, comunque non ho più quindici anni. A ventotto ci si guarda già indietro.

Mara Maionchi: Sì, ma dopo è peggio, perché non hai più tempo di guardarti indietro. Guardi solo il muro che hai davanti. Finché ti guardi indietro, vuol dire che sei giovane.

Io: Qual è il tuo rapporto coi libri?

Mara Maionchi: Io amo soprattutto i libri di storia, mi fanno impazzire. Conoscere i periodi storici, i personaggi. La storia produce dei fatti che tolti dal contesto non hanno motivo di essere. Prendi la nostra costituzione, fuori dal ’47 non avrebbe senso. Avevamo appena perso una guerra dichiarata da noi, c’era il comunismo al 20%, eccetera. È chiaro che quella costituzione è nata in un contesto storico molto preciso, quindi può anche essere modificata.

Io: Da appassionata di storia, come vedi Donald Trump presidente degli USA?

Mara Maionchi: Penso sia il presidente che volevano gli americani. L’America non è solo New York, c’è anche l’Arkansas o come cazzo si chiama. Io, su Internet, giocavo a Burraco con le vecchiette dell’Arkansas e ti assicuro che non sapevano niente di niente.  Ai tempi gli avevo detto: “Hey, allora, avete visto Bin Laden?” E loro: “Who is Bin Laden?”

Iacopo Barison (Fossano, 1988); pubblica un primo romanzo all’età di vent’anni, tratto dal suo blog. Suoi racconti e articoli sono apparsi su numerosi siti e riviste. A maggio 2014, per Tunué, è uscito il suo nuovo romanzo, Stalin + Bianca, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.
Commenti
4 Commenti a “Tra il Burraco e Donald Trump. Intervista a Mara Maionchi”
  1. Lalo Cura scrive:

    mi chiedo come ho fatto per tutti questi anni a ignorare una pensatrice di tale calibro
    mi cospargo il capo di cenere e corro a procurarmi le sue opere – non prima di aver ringraziato m&m’s per questa ulteriore possibilità di conoscenza e di arricchimento personale

    l.c.

  2. RobySan scrive:

    Ma scusa, Cura, una persona che sorrida col suo sorriso è perlomeno onesta! Pensa avesse sorriso con un sorriso altrui. Eppoi l’aver ordinato un caffè (presumibilmente nero) è una implicita critica al vacuo snobismo dei bevitori di tè verde.

  3. Lalo Cura scrive:

    la teoria del self made laughter è una delle ragioni che mi hanno spinto a ordinare l’opera omnia

    il caffè mi piace, ma vorrei provare anche l’ebbrezza del tè verde, ergo, dato che c’ero, ho ordinato anche l’omnibus dell’intervistatore

    ordunque, robysan, fatti anche tu una strenna come si deve, un bel self green laughing gift

    l.c.

  4. velia scrive:

    cara Mara ,auguri ,quando farai un torneo di burraco a torino ????io fibur ti ho incontrata simpaticamente anni fa in un torneo ciaooo e buna feste e buona vita ciaooo velia

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