Intervista a Michael Stipe e Mike Mills

Questa intervista è uscita per Rolling Stone.

di Francesco Pacifico

Ho così tanti ricordi legati ai REM che mentre passeggio nella neve, scivolando sui marciapiedi ghiacciati, per andare ad ascoltare Collapse Into Now e intervistare Michael Stipe e Mike Mills al Gramercy Park Hotel di New York, mi vengono le lacrime agli occhi. Ho praticamente imparato l’autostima dalle mosse di Stipe sul palco e nei video, ho corteggiato per anni la stessa donna associando a lei – a volte a sua insaputa a volte no – Be Mine, Tongue, (Don’t Go Back To) Rockville, At My Most Beautiful, Electrolite.
Però di fatto Mills e Stipe sono due signori di cinquant’anni che mi terranno a distanza in due modi diversi, in due stanze diverse di un hotel che sembra un enorme chalet di montagna in cui Montgomery Burns, il cattivo dei Simpson, sta facendo un’orgia: colori scuri, ocra, libri sadomaso sui tavoli intarsiati, maglie di ferro come cortina del gran camino nella lobby, e stanze progettate da uomini illustri. Mills, compositore, bassista, mi riceve come un professore, al di là del tavolo, offrendomi acqua, tè, caffè, e guardandomi con curiosità e distacco e benevolenza naturale mentre gli faccio domande troppo specifiche. Stipe invece è un artista gay in giacca di pelle e foulard al collo che mi guarda in faccia una volta ogni cinque minuti e sembra volere soltanto che io rispetti la sua vocazione d’artista – che giuro non ho mai lontanamente pensato di mettere in discussione.
Non ha nulla di antipatico, ma non trasuda il carisma che ha quando canta e balla, sembra voler conquistare il mio rispetto, fino al punto da definirsi creative director della band. È un personaggio serissimo ma caricaturale: sembra interpretato da John Malkovic, anche al di là delle ovvie somiglianze.
MICHAEL STIPE: “Ogni giorno della mia vita mi sveglio con un desiderio di creare qualcosa, che sia con la musica, o la scultura, o la fotografia. La fotografia, per me, come mezzo, è cambiato incredibilmente negli anni, per via del digitale, è diventato meno una cosa finale e più una fonte di materiali e idee per creare altro. Ho scritto tutto il disco sull’iphone”. Mi mostra il telefono. “Qui c’è tutta la musica; qui su note ci sono i testi; e qui” (su memo vocali) “canto le melodie che mi vengono in mente: Peter [Buck] e Mike [Mills] mi passano i demo dei pezzi, io vado in giro ascoltandoli. Ho passeggiato per due anni con questa musica. Quando mi viene una melodia la registro”.
RS: “Con la stessa app che sto usando per registrarci. Dimmi ancora della fotografia come modo per cominciare il processo creativo”. È contento della domanda. Devo dire che il merito è di Shane, l’organizzatore delle interviste: sentendo che ero felice di aver parlato di songwriting con Mills mi ha detto, prima di farmi entrare nella suite di Stipe: “Be’, con Michael tieniti più sull’astratto”. (L’intervista a Mills qui la metto per seconda solo per rispetto dello star system e perché è per appassionati pedanti.)
MS: “Con la fotografia digitale mi sono accorto che cominciavo a fare foto in modo molto diverso. Nel 2007 ho aperto un sito, futureepicenter, e per un anno, per tutto il 2007, scaricavo ogni giorno almeno una foto, come calendario. Volevo capire come la fotografia digitale aveva cambiato il mio modo di vedere le cose. Con la camera digitale posso fare foto da molto vicino. Non è un grande esempio”.
RS: “Invece sì. L’autofocus. Due ore fa ho fatto dieci foto di questa stanza. Della combinazione di beige, turchese e rosso bordeaux di questa panca”.
MS: “Colori stupendi. Questa stanza è stata progettata da Julian Schnabel”.
RS: “Stai qui in albergo?”
MS: “No, vivo qui a Manhattan. Ci ho messo due anni a capire la fotografia digitale. Ma sono più interessato alla scultura, a pensare in tre dimensioni. Creare qualcosa che la gente possa tenere in mano”. Indica una foto Magnum incorniciata e appesa al muro dietro di noi, una delle tante belle foto Magnum della stanza. “Non voglio fare una foto come questa, ingrandirla, stamparla e incorniciarla. Ammiro chi lo fa. Molto. Il mio compagno lo fa per lavoro. Ammiro i grandi fotografi. Anche il tipo che mi ha fatto le foto oggi: molto bravo. Ma per me voglio prendere foto e farle diventare tridimensionali, una cosa diversa. Per cui, come persona creativa, come artista, cerco in questi diversi mezzi espressivi, alcuni dei quali incredibilmente stimolanti… ed è con questa idea che vado a dormire e mi risveglio ogni giorno della mia vita. Certo, ci sono cose che so di non saper fare bene. Non sento il bisogno di occuparmi di pittura. Non mi piace come disegno. Ci ho provato. Non mi piace il mio tratto, la mia linea. Ma amo la grafica. Amo i font. Al momento sto lavorando molto sui font”.
RS: “Sui font?”
MS: “Sì. È molto eccitante. Se vai sul nostro sito alla prima canzone che abbiamo scritto per il nostro disco, Discoverer, il suo video ufficiale è fatto tutto con un font che ho scoperto quest’estate a Berlino. Molto eccitante. Un font di Josef Albers, uno dei primi professori della Bauhaus. Scappò dalla Germania durante la guerra e finì in North Carolina, a insegnare al Black Mountain College. Nello stato che confina con quello in cui sono nato io, per cui lo conosco bene. Ed era il college in cui andavano a insegnare molti beat. E creò questi font bellissimi. Li ho trovati a Berlino mentre facevo delle ricerche per le mie sculture. E stavo ovviamente anche scrivendo canzoni, come Uberlin. E ho scoperto questi suoi font. Per cui su Discoverer abbiamo fatto il video coi font. Che è un modo per dare il testo giusto, così la gente capisce, i fan che non parlano inglese come lingua madre, possono leggerlo – dalla mia bocca al tuo orecchio, ecco il testo giusto”.
RS: “Insomma per dare il testo corretto dovete avere il font adatto. È come la calligrafia giapponese… per cui puoi mostrare chiaramente le parole solo se le scrivi bene”.
MS: “Esatto. E volevo trovare un font che fosse avventuroso come la canzone. E la canzone parla di avventura, di andare oltre te stesso, muoverti lontano da ciò che ti viene facile e confortevole verso ciò che non lo è”.
RS: “E Bauhaus è una cosa che sta sempre a metà tra confortevole e scomodo”.
MS: “Sì, e continua ad avere un impatto sulle nostre vite a tanti livelli”.
RS: “E comunque, con tutti i brutti siti con brutti font su cui uno cerca i testi delle canzoni… l’esperienza di leggere il testo peggiora l’esperienza della canzone”.
Ci fermiamo a parlare dei luoghi in cui è stato inciso il disco: New Orleans, Nashville e Berlino. In tutte e tre le città secondo Stipe c’è una fervida vita culturale cosmopolita. È un argomento su cui non sono preparato. È vero quel che mi ha detto Mike Mills mezz’ora prima: noi fan degli album e delle canzoni facciamo quello che ci pare, loro tre non contano niente. Quindi mi esprimo su Mine Smell Like Honey invece che su chi la canta: ha un bridge clamoroso che più lo sento più mi fa tornare l’amore per Stipe e per la sua voce sensuale e autorevole.
RS: “E adesso a cosa stai lavorando?”
MS: “Sto lavorando con vari artisti. Ogni artista lavorerà su una canzone del disco. Alcuni sono filmaker altri no. L’idea è creare una componente visiva che sia diversa da quello che ci si può aspettare da un video”.
RS: “Ed escono insieme?”
MS: “Ancora non so come li distribuiremo. Ma il primo esce fra tre giorni in rete. Per la canzone Mine Smell Like Honey l’artista è Dominic de Joseph. Ci abbiamo già lavorato su altre cose. È bravissimo”.
RS: “Perché volevi i visuals per ogni canzone?”
MS: “Volevo fare un album come mi immagino debba evolversi un album nel ventunesimo secolo. L’idea di album si è evoluta con la tecnologia. Per me un album, come appassionato di musica (e ho cinquantun anni), è una cosa molto certa, solida: è una raccolta di canzoni scritte più o meno in uno stesso periodo, spesso legate da un tema, o con echi che ricorrono. Sono brani ognuno completo in se stesso ma collegato agli altri. Questa idea si può espandere fino a includere altri mezzi espressivi. Si possono usare i filmaker, e artisti vari”.
RS: “Hai visto il film di Kanye West?”
MS: Non l’ho visto, no. Voglio dire che non mi limito a quel che chiede MTV, a quel che chiede la televisione”.
RS: “Tanto questa non è un’epoca in cui conviene limitarsi alla televisione. La gente va a cercarsi le cose altrove”.
MS: “Esatto, quindi posso fare quello che mi pare. Visto che al momento sono una sorta di creative director della band”.
RS: “Ne avete passate molte. Non hai la sensazione di essere approdato a un’epoca in cui è più interessante vivere, rispetto ad altre epoche. Che ne so: i primi anni ottanta erano più interessanti degli anni novanta?”
MS: “Sono molto preso da quel che faccio oggi. Non voglio confrontare le epoche fra loro”.
RS: “Hai mai pensato: Questo è un momento più noioso…”
MS: “La fine degli anni Ottanta mi pareva poco interessante. Mi pareva non accadesse nulla”.
RS: “Ma voi alla fine degli anni ottanta stavate sbocciando”.
MS: “Ci stavamo spingendo oltre i nostri limiti. Cercavamo di fare cose che nessuno faceva”.
RS: “Magari quello sforzo aveva a che fare con la noia che provavate”.
MS: “Noia non è il termine giusto. Non mi sono mai annoiato in vita mia. Magari più la sensazione che la cultura fosse in un’impasse. Una stasi. E volevamo spingerci oltre”.
RS: “Puoi descrivermi quell’impasse? Nomi di artisti, fatti dell’epoca, per capire”.
MS: “Non so bene, è la prima volta che ci penso. E poi non vorrei mai parlare male di altri artisti”.
RS: “Dimmi cosa succedeva in America”.
MS: “Politicamente, si sa, era tremendo. L’Aids ci aveva devastati. Aveva distrutto tante comunità di artisti. E poi erano stati tolti molti finanziamenti all’arte e alla cultura. Quindi se eri un artista vedevi il mondo crollarti addosso. Sto cercando di farmi venire in mente degli esempi. Nella musica non sembrava esserci niente di molto interessante”.
RS: “Almeno non negli Stati Uniti. Magari in Gran Bretagna”.
MS: “Cosa?”
RS: “Gli Stone Roses!”
MS: “Ok, vero, un grande disco, quello”.
RS: “E che mi dici degli Smiths? Alla fine degli anni novanta un giorno ebbi un’intuizione: Morrissey e Michael Stipe sono i due figli di Elvis”.
Qui finalmente ride molto.
RS: “Mi resi conto che avevate entrambi questo legame sottile con Elvis – be’, a parte su Man of the Moon, lì era meno sottile che altrove… (Mi riferisco a, “Allora, Andy [Kaufman] stai facendo il verso a Elvis? Hey baby… are we having fun?)”
Ride ancora!
MS: “Abbiamo preso entrambi le mosse, da lui. E la voce. E lo humour, direi… eh eh. Hai ragione. Non so come si sentirebbe Elvis, se ti sentisse. Conosco la figlia. Ha un gran senso dell’umorismo”.

Con Mike Mills è diverso: lo tratto con abbandono e rispetto, mi fido di lui, è autorevole. Apprezzo le risatine che fa alle mie teorie sbagliate sul significato dei pezzi e dei dischi dei REM (molte delle quali noiosissime e qui omesse). Comincio spiegando il tragico impatto delle sue canzoni nella mia vita, poi passo al disco nuovo: “Mi pare che i pezzi abbiano sostanza e intenzione, e un buon sound. Ho letto che dici che è un po’ come Automatic for the people. E mi sono reso conto che sono passati 18 anni”.
MIKE MILLS: “Oh, wow, 18? Incredibile. Non ci avevo pensato neanch’io. Quella cosa l’avevo detta solo nel senso che il disco è vario, ci sono pezzi lenti, midtempo, veloci, ma che mi piacciono tutti. In Automatic non c’erano canzoni eccessivamente veloci ma erano canzoni molto varie. Ma solo in quel senso”.
RS: “Mi piace il sound grigio che vi dà Jacknife Lee. O più che grigio, color mattone”.
MM: “Ah. Be’ lui è un gran produttore, e ha due ingegneri del suono bravissimi, Tom McFall e Sam Bell. Molto talento, persone con cui è divertente lavorare. In generale il loro gruppo di lavoro è positivo, per cui hai sempre voglia di vederli per lavoro. Loro sono bravi a mettere i microfoni, a guardare la sala e capire dove è meglio mettere batteria, amplificatori… È una cosa fondamentale. Gli armonici giusti. Hanno molta esperienza”.
RS: “E le avete registrate suonando insieme o una parte per volta?”
MM: “Il grosso è live, che è come lo preferiamo”.
RS: “Secondo me dopo New Adventures… quel disco ha definito il suono perfetto dei REM. Perché era tutta roba registrata nei soundcheck e aveva un suono che si teneva insieme. La prima traccia, How the West Was Won, non poteva funzionare senza molti armonici, un vero sound. Perché era così rarefatta”.
MM: “Già, è abbastanza rarefatta. Sai, però, mi pare che quella non l’abbiamo registrata nei soundcheck come il grosso del disco, mi sa che l’abbiamo fatta in studio. Il che ti dà un’idea di quanto è stato bravo Scott Litt a produrla. Credo sia una delle poche del disco non incisa in tour. Ora mi ricordo: eravamo in studio e Bill Berry ha cominciato col charleston ts-ts-ts-ts-tsss-ts. Io ero seduto al piano e ho ciminciato a fare ta-ta-ta-ta-taa. E ci è venuta”.
RS: “Stupenda. Mi piace sempre quando un cantante caccia un urlo di dolore come Michael Stipe in quel pezzo. O come Kim Gordon nell’ultima canzone di Experimental Jet Set, Trash and No Star.
MM: “Eh sì, certi urli danno tanta emozione”.
RS: “E la versione dal vivo di Man on the Moon quando Stipe urla Cooooooool!”
Ridiamo.
MM: “Potentissimo”.
RS: “Vi ho visti suonare a Perugia nel 2008”.
MM: “Well, we like to rock, you know? Quando suoni dal vivo ti serve una certa potenza. Ci consideriamo una rock and roll band, e soprattutto dal vivo”.
E dunque gli rivelo la mia tristezza per l’addio di Bill Berry, il batterista, nel ’96, e il sound più sintetico dei tre dischi successivi.
MM: “Sai, quando sei in giro da tanto vuoi provare cose nuove. Per continuare a provare interesse. Anche prima che Bill lasciasse il gruppo, intendevamo fare un disco molto centrato su tastiere, piano e batteria. Non doveva essere chitarre e basta. Volevamo usare anche il computer. E quando Bill se ne andò proseguimmo in quella direzione. Per cui la partenza di Bill ci ha liberati e ci ha permesso di sperimentare, perché non avevamo la stessa base, le fondamenta. Potevamo divertirci con le tastiere”.
RS: “Come At My Most Beautiful. È bellissima”.
MM: “Mi piace”.
RS: “Suona come quei pianoforti rallentati alla fine di A Day in the Life. Sai, quella sensazione che ti dà un piano rallentato… E poi ho amato molto Accelerate. Li vedo insieme, Accelerate e Collapse Into Now”. Non proprio una clamorosa intuizione da parte mia, visto che hanno lo stesso produttore e sono consecutivi.
MM: “Sì, c’è chi la vede così. Per me gli album sono tutti come un mucchio di bambini che corrono in giro dove gli pare. Però c’è anche chi ama raggrupparli in periodi. Ma sai, i dischi non c’entrano con la fase in cui siamo noi che li facciamo, ma tu che li ascolti, e che gli dai significato. Certo può finirci dentro quello che sta succedendo nelle nostre vite, ma i REM… Una volta che pubblichiamo un disco, tu lo prendi e diventa parte della tua vita. E quel che ti sta succedendo mentre ascolti le canzoni deciderà il significato delle canzoni. E il modo in cui le accoglierai nel tuo cuore. Noi vogliamo così: non riguarda noi, ma chi le ascolta”. La cosa ci porta a parlare di varietà compositiva e generi, con un momento di gelo perché sembra che gli sto dicendo che scrivono canzoni tutte uguali mentre intendo che hanno uno stile preciso, Mills dice: “Ci piace andare in varie direzioni. Secondo me una canzone veloce può essere bella e poi magari la rallenti ed è ancora bella”.
RS: “Tu di fatto credi soprattutto nella melodia”.
MM: “Io credo nella melodia, sì. Credo moltissimo nella melodia. E se hai quello, poi i pezzi puoi farli nello stile che ti pare”.
RS: “Come hai perfezionato il tuo stile compositivo, negli anni? Chi sono i tuoi maestri?”
MM: “Oh, be’… certamente Lennon e McCartney. Alex Chilton e Chris Bell dei Big Star. Brian Wilson è uno dei grandi. Jimmy Webb”.
RS: “Sì, Brian Wilson, soprattutto nei tuoi controcanti”.
MM: “Jimmy Webb ha scritto Galveston e Wichita Lineman. Grandi canzoni.
RS: “E hai cambiato ispirazioni nel tempo?”
MM: “L’ispirazione viene da tante parti. Magari una sera vai a vedere un bel concerto e ti viene un’idea”.
RS: “Ora partite in tour?”
MM: “No, niente tour al momento. Andiamo in tour quando siamo pronti. E questo non ci sembra il momento giusto”.
RS: “E siete tutti d’accordo?”
MM: “Sì. Sarebbe divertente andare in tour, ma è una cosa molto impegnativa e se non sei concentrato al massimo è meglio non farlo. Non è bello suonare dando meno del massimo ogni sera”.
RS: “Quante volte avete evitato un tour subito dopo l’uscita del disco?”
MM: “Dopo Out of Time. Dopo Automatic of the People. E sono andati bene. Ma sai, secondo me i tour non influiscono molto sulle vendite. Se il disco è buono, lo ascoltano, se no no. Non so. La casa discografica sarebbe contenta se suonassimo”.
RS: “Ah, quindi qualcuno c’è che pensa sia una buona idea”.
MM: “Ripeto, sarebbe divertente ma non ce la sentiamo, al momento”.
RS: “E rispetto a come è cambiato il modo in cui si vende e fruisce la musica, si è modificata la vostra visione delle cose?”
MM: “È molto cambiato. Nessuno compra i dischi. Molti li prendono gratis, il che secondo me è sbagliato, ma così vanno le cose. Una cosa buona è che, soprattutto se sei una band giovane, devi andare in tour. Perché è il modo migliore per farti conoscere. E l’unico vero modo per fare soldi, visto che non puoi vendere molti dischi, è andare in tour. Il che è fantastico. Mi piace l’idea che ci siano molte band in giro a suonare. La gente non compra gli album. Magari compra i singoli su iTunes”.
RS: “Io lo faccio. Così ce li ho già sul telefono”.
MM: “Pure io. È molto comodo”.
RS: “Da Shazam, subito”.
MM: “Premi il tasto e ce l’hai”.
E ora la questione più delicata. RS: “Sai una cosa, con le vecchie band come voi, ascolti il disco e ogni volta hai paura che perderanno il tuo rispetto”.
MM: “Eh eh eh eh…”
RS: “È come una relazione di lungo corso. A volte perdi l’entusiasmo. È una cosa così importante che ho paura a farti domande su questa cosa”.
MM: “È vero. Come songwriter ti chiedi sempre: e se ora non riesco più a scrivere una bella canzone? Ma con questo disco ci sentiamo molto bene. Ci sono tre quattro bellissimi pezzi che non hanno trovato spazio nel disco”.
RS: “Parlami della paura. Rispetto al songwriting, non rispetto al mercato. La paura di non scrivere più bei pezzi”.
MM: “Non so… Forse all’inizio o a metà degli anni novanta… ma non mi disturba davvero. Ti capitano periodi in cui non scrivi belle canzoni, ma poi magari passa qualche settimana e ritrovi il tocco. Il blocco lo supero o continuando a scrivere, o prendendo una pausa, a seconda dei casi. Per liberarsi la mente, magari si fa qualcos’altro”.
RS: “Questa conversazione mi ha fatto capire che la cosa che ti interessa di più è comporre. Magari sono stato io a farti parlare di quello”.
MM: “No, è la cosa che mi interessa di più. Sai, per me è questa la cosa che rende più interessante una band: se hai due bravi autori di canzoni nella band, avrai una carriera più lunga che se ne hai uno solo”.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
6 Commenti a “Intervista a Michael Stipe e Mike Mills”
  1. azzurra scrive:

    wooooooooooo!

  2. mazingazeta scrive:

    Decisamente un gran rispetto per questi signorini dei Rem fin da Radio Free Europe e il magnifico loro 1° album Murmur. Coerenti, mai compromessi con il business system e sempre fatto la musica che desideravano suonare. Nemmeno gli Stones sono stati così onesti musicalmente no ? clap clap clap…

  3. Liborio scrive:

    Fino al ’94-96 praticamente La Band Perfetta.. poi alti (Up, giustamente) e bassi (l’orrendo Around the sun) e così così (Reveal, Accelerate).
    Scoprire che Stipe trovi “eccitante” lo studio dei font.. boh.

    Mai compromessi con il businesssystem? Eh?

    Ma talmente tante canzoni magnifiche.
    Questa per esempio
    http://www.youtube.com/watch?v=TVTbUIfq3jQ

    Who will stand alone?

    She carried ribbons, she wore them out
    Courage built a bridge, jealous tore it down
    At least it’s something you’ve left behind
    Like Kohoutek, you were gone

    We sat in the garden, we stood on the porch
    I won’t deny myself, we never talked

    She wore bangles, she wore bells
    On her toes and she jumped like a fish
    Like a flyin’ fish, you were gone
    Like Kohoutek, can’t forget that

    Fever built a bridge, reason tore it down
    If I am one to follow.. who will stand alone?

    Maybe you’re not the problem
    scissors, paper, stone
    If you stand and holler, these prayers will talk

    She carried ribbons, she wore them out
    Michael built a bridge…Michael tore it down
    At least it’s something you’ve left behind
    Like Kohoutek, you were gone

    Michael built a bridge… Michael tore it down
    If I stand and holler… will I stand alone?

  4. mazingazeta scrive:

    Gli album che citi non sono belli è vero ma sono almeno in parte compensati dal fatto che i video dei Rem fin dagli esordi sono sempre stati tra i più originali, non omologati e molto artistici. In quale occasione si sono compromessi con il business system ? incidono e pubblicano senza vincoli nè di tempo nè sotto mandato di niente no ?

  5. Luca scrive:

    Grande intervista a due Signori del rock, che ho avuto l’onore di veder tre volte dal vivo e che mi accompagnano con le loro canzoni da una vita. Michael è Michael (prendere o lasciare), ma lo spirito rock della band si respira soprattutto nelle parole di Mike; peccato non aver intervistato anche “Rickenbecker” Peter…

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  1. […] insomma, li percepivo come finiti. Non li sentivo più importanti, non nei nuovi dischi. Nell’ultima intervista ai Rem che ho letto, rilasciata a «Rolling Stone» – ogni membro del gruppo che riceve in una […]



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