niccolò fabi

“Scrittura e lettura hanno a che fare con gli odori”: intervista a Niccolò Fabi

fabi

(fonte immagine)

Per i vent’anni dall’uscita del suo primo album, un artista solitamente poco incline all’autocelebrazione come Niccolò Fabi ha deciso di festeggiare insieme al proprio pubblico con un tour chiamato Diventi Inventi (1997-2017) e con un greatest hits in uscita dopo l’estate. Cogliamo l’occasione per proporre un’intervista che indaga il suo rapporto con i libri, tratta da Letture d’autore, pubblicato da Galaad nel 2016.

Qual è il tuo primo ricordo legato ad un libro?

Il primo ricordo non è legato ad un libro letto in prima persona, ma a libri che mi leggeva mia nonna. Dunque non si tratta di un ricordo di lettura, bensì di ascolto. Trovo molto bella l’usanza che hanno, o avevano, i genitori e i nonni di leggere i libri ai bambini. E mia nonna mi leggeva, innanzitutto, Pinocchio. E poi molto Salgari. Ecco, Pinocchio e I misteri della giungla nera di Salgari forse sono i primi ricordi di racconto e di storie di cui ho percezione.

Quali sono i tre romanzi più importanti della tua vita adulta?

E’ difficile. La risposta è per forza parziale e potrebbe essere diversa se mi rifai la domanda fra venti minuti. Però questi titoli, anche per il semplice fatto che mi vengono in mente per primi, hanno un significato particolare. L’uomo che ride di Victor Hugo. Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa.
Penso soprattutto a quel momento della vita in cui la letteratura diventa una sorta di scrigno che per la prima volta ti schiude davanti agli occhi cose che fino ad allora non avevi nemmeno considerato. In questo senso è ovvio che i primi dieci anni di lettura sono quelli più importanti e quelli che ricordo come emotivamente più forti.
Aggiungerei anche La vita è altrove di Kundera. I miei pseudonimi più frequenti su internet all’epoca delle prime email erano Gwynplaine, come il protagonista de L’uomo che ride, e Jaromil, come il protagonista de La vita è altrove. Quindi, banalmente, questa è una cosa che mi fa capire quanto io mi fossi identificato con i personaggi di alcuni romanzi.

Ti capita di rileggerli?

Sì, mi capita di rileggerli. Il libro dell’inquietudine soprattutto.

Un romanzo che racconta Roma in un modo a te vicino?

Roma è talmente tante cose, che dipende molto dalla prospettiva con cui la si osserva. Io inevitabilmente riconosco la Roma di Niccolò Ammaniti, perché io e lui siamo della stessa generazione, dello stesso spicchio di Roma, siamo cresciuti con le stesse cose. Quando, in Che la festa cominci, racconta di quella grande festa a Villa Ada, sento una grande vicinanza perché quella è una Roma che conosco bene.

Quale libro hai regalato più spesso?

Il testamento di Rilke. L’ho regalato più volte. Ma parliamo di un’epoca lontana in cui regalare un libro era una delle armi utilizzate per il corteggiamento della ragazza di turno.

C’è un romanzo per il quale ti piacerebbe scrivere un’ideale colonna sonora?

Direi di no, perché in qualche modo è più un’immagine a ispirarmi una colonna sonora e una musica, che non qualcosa di scritto. La scrittura e la lettura hanno più a che fare per me con gli odori. Ricordo di aver letto alcuni libri in un giardino o in un parco, ricordo con precisione gli odori che c’erano mentre leggevo. Quando leggo, la vista è legata al libro per forza di cose, gli odori mi colpiscono molto di più.

A quale scrittore commissioneresti la tua biografia?

Mamma mia! Veramente difficile! Forse dovrei cercare qualcosa di molto vecchio. Mi piacerebbe che fosse scritta in un antico italiano. Ecco: Boccaccio. Mi piacerebbe che fosse raccontata come una sorta di novella, un po’ irreale e un po’ no.

C’è un grande scrittore che a te non è mai piaciuto?

Manzoni. Non so perché di preciso, ma con I promessi sposi non sono mai riuscito ad entrare in sintonia. Al contrario, ho sempre sentito una grande affinità con Dante. Mi sento molto medievale come approccio.

Credi che musica e letteratura tocchino corde simili nell’ascoltatore e nel lettore, o che ci siano sostanziali differenze?

C’è differenza. Se ascolto molta più musica di quanto non legga, è soltanto perché la musica non esclude altro. La maggior parte delle volte che ascolto musica non lo faccio soltanto per ascoltare un disco ma per far sì che quel disco mi faccia vivere ciò che sto facendo in una maniera più forte, più intensa. Per questo uso spesso la musica in cuffia, che mi permette di ascoltare mentre faccio altro, mentre sto correndo, camminando, osservando. Questa cosa non è possibile con la lettura, che pretende un’attenzione maggiore e ti chiede di entrare nella storia dimenticandoti di te stesso. In questo senso, considero la letteratura una via più utile per conoscere altro, la musica più utile per conoscere se stessi.

È vero che hai scritto la canzone Ecco ispirandoti al romanzo di Jonathan Safran Foer Molto forte, incredibilmente vicino?

Sì, sul finale di quel romanzo c’era una serie di fotografie successive in cui si vede un corpo che cade, ma montate al contrario, come a voler identificare una possibilità di tornare indietro nel tempo. Tutto il finale di quel libro era raccontato come un tentativo del bambino di rivivere all’indietro quella giornata per evitare che suo padre morisse sulle Torri Gemelle. E’ ciò di cui ho scritto nella canzone.

Quindi ti capita di scrivere canzoni ispirato dalla lettura di un romanzo? Ti è successo altre volte?

Sì, certe immagini ritornano. Per esempio, dal romanzo Le cose che non ho detto di Azar Nafisi, l’autrice del più noto Leggere Lolita a Teheran, mi sono portato dietro quest’immagine delle cose non dette che vengono a disturbare il sonno e ho scritto una canzone che si chiama Le cose che non abbiamo detto. Dunque sì, capita che le immagini tratte da un romanzo siano il punto di partenza per scrivere una canzone.

Hai mai pensato di scrivere un romanzo?

No. Me l’hanno chiesto più volte, ma ho troppo rispetto per la letteratura per fare una cosa del genere. Ho pensato invece con più naturalezza a una raccolta di poesia, perché il mio modo di scrivere credo sia molto più vicino a un accostamento di immagini che ad una narrazione. Ogni volta che scrivo, e parlo di qualsiasi cosa, da una mail a un messaggio, mi accorgo di non avere il talento del narratore, non ne ho i tempi. Invece, pur essendo soddisfatto del risultato che sono riuscito a raggiungere con l’abbinamento di parole e musica, talvolta trovo interessante isolare delle liriche dal loro contesto musicale.

E poi c’è dell’altro. Ho sempre pensato che il mio gusto musicale fosse molto più elevato del mio talento come musicista. Ora che ho lavorato tanto e forse mi sono avvicinato al mio gusto, il pensiero di ricominciare da zero come narratore e rendermi conto che non sono in grado di scrivere, sarebbe davvero troppo masochistico.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Aggiungi un commento