Richard_Hell_by_David_Shankbone

Intervista a Richard Hell

Richard_Hell_by_David_Shankbone

Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

“Superati i quarant’anni ti rendi conto di avere vissuto la tua giovinezza”, mi dice spiegandomi le ragioni di questa sua autobiografia. “Sei un adulto, e hai capito cosa sei capace di fare e cosa invece è il caso di smettere. Da ragazzino puoi fare tutti i sogni irrealizzabili che vuoi, puoi provare un sacco di cose per capire qual è quella giusta, quella che ti si addice, perché la giovinezza è proprio questo, una sorta di esplorazione. Poi da adulto inizi a chiederti che forma ha preso la tua vita e com’è che ci sei arrivato a quella forma lì. Io ho passato anni a ragionarci sopra, e poi è arrivato un momento in cui dovevo mettere tutto in fila: le persone amate, i lavori fatti, i sogni di bambino, le esperienze occasionali. Anche solo per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Scrivere questo libro era l’unico modo che avevo per farlo”. Poi aggiunge che se ha iniziato a scrivere è “perché non volevo avere un capo, non volevo avere divieti, volevo essere io a decidere della mia vita. E fare lo scrittore è questo: i tuoi pensieri che diventano la tua vocazione”.

A un certo punto della sua autobiografia, parlando di musica e adolescenza, Hell scrive: “Il rock and roll è la sola forma d’arte in cui gli adolescenti non solo sono in grado di eccellere ma sono più o meno gli unici a poterla praticare”. Così è anche il punk, che a detta di molti è stato inventato proprio da Hell quando adolescente eccelleva nell’arte del rock and roll. Gli chiedo conferma, lui fa spallucce dicendomi che sulla questione si esagera sempre e però non smentisce. Cambio argomento per schivare il cliché e parliamo di New York, di com’è cambiata dai Settanta a oggi, di come sia rimasta il posto migliore dove stare “perché tutte le cose più eccitanti accadono qui”.

C’è un momento, durante l’intervista, in cui qualcuno suona al citofono, Hell mi dice che deve assentarsi un attimo e io rimango da sola. Mi guardo intorno, non so bene che fare. Sono seduta su un divano in una piccola stanza piena di libri. Alla mia destra c’è la camera da letto (piena di libri anche questa e occupata quasi interamente dal letto) e il bagno. Davanti ho la scrivania e l’ingresso che è anche la cucina. Scorro le coste dei libri. Jean-Luc Godard, Allen Ginsberg, Lautréamont, Jim Carroll, una foto di Serge Gainsbourg. Gli scaffali sono alti fino al soffitto.

In metropolitana, venendo verso casa sua, ho letto decine di poesie di Hell. L’unico verso che ho memorizzato è di una poesia che parla di un topo, e a un certo punto dice: He smiled his big smile, sorrise il suo grande sorriso. Mi viene in mente guardandolo, quando ritorna e riprende a parlare, mentre m’aspetto che da un momento all’altro faccia una delle sue strane facce, una di quelle delle foto e dei video, diventate così sue che quando doveva decidere il nome da dare alla sua band, propose di chiamarla The Facial Expressions. Mi viene in mente perché mentre parla quest’uomo ogni tanto s’illumina e sorride.

Sorride quando gli chiedo cosa sta leggendo e lui indica l’edizione inglese della Folie Baudelaire di Roberto Calasso. Sorride quando mi dice che i Libertines sono l’unica band recente che gli piace. E anche l’unica che conosce. (Il cd è in alto alla pila accanto allo stereo). Sorride quando ci mettiamo a parlare di cinema. “È l’arte del Ventesimo secolo”, dice. E aggiunge, “Va’ a sapere qual è quella del Ventunesimo”. Sorride di nuovo subito dopo dicendo: “Rossellini”. Sorride quando mi dice che sì, Bob Dylan gli piace moltissimo, ma che lui non è un fan di nessuno. E Bob Dylan nemmeno l’ha mai visto suonare dal vivo. Sorride alla fine, quando di questa sua vita giovane, di prima dell’84, dell’essere musicista, delle canzoni che scriveva, di tutto questo gli domando cos’è che gli manca. Lì Richard Hell, illuminato, col più sorridente dei sorrisi, mi guarda e dice: “Niente”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “Intervista a Richard Hell”
  1. Marco scrive:

    Bella intervista! E per ogni intervista che si rispetti serve un divano 😉

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