Intervista a Rick Moody

Sulla rivista Inutile abbiamo intercettato questa lunga intervista allo scrittore americano Rick Moody, registrata a New York lo scorso novembre. Ringraziamo la redazione e l’autore per averci concesso di pubblicarla.

di Giacomo Buratti

È una domanda un po’ stupida ma te la devo fare: ti hanno mai scambiato per Hank Moody, quello di Californication?
La cosa divertente è che mio zio — il mio prozio, in realtà — si chiamava Hank Moody, e il mio vero nome è Hiram, con l’acca, così quando la serie è iniziata mi è capitato di chiedermi se fosse una specie di cronaca… su di me. E conosco qualcuno che conosce Tea Leoni, la moglie di David Duchovny, e ha chiesto a Tea e David se il nome [Hank Moody] fosse basato su di me, e loro dicono che non è assolutamente così…

Ti hanno mai proposto di scrivere per la tv? Qualcosa tipo Jonathan Ames, o Franzen, che pare che adatterà Le correzioni per HBO…
La risposta è no, nessuno me l’ha mai proposto. C’è stato qualcuno interessato a portare in tv della roba che ho scritto, ma io proprio non ho mai fatto niente del genere.

Lo faresti?
Non credo. Non mi interessa molto.

Non ti piace… la tv?
No, mi piace certa tv. HBO è stata spettacolare, o meglio, la tv via cavo è stata spettacolare negli ultimi dieci anni, e c’è un sacco di roba che guardo o ho guardato avidamente, tipo The Wire, Treme, Mad Men — cioè, le serie che tutti dicono che sono belle sono belle pure per me. Ma considero quello che faccio totalmente letterario, fatto apposta per stare tra due copertine, quindi non mi sono mai sentito a mio agio ad avere a che fare col cinema o la tv. Voglio dire, ci sono cose che la letteratura fa o ha fatto in reazione al modello cinematografico dal… 1920, per dire, che sono veramente interessanti. E la maggior parte di questi effetti, questi effetti letterari, hanno a che fare con la coscienza, l’interiorità, la voce, la descrizione dell’informazione sensoriale, e questo non può essere riprodotto al cinema. Il cinema è ottimo con questa specie di strato superficiale dell’apparenza, e riesce ad agghindarlo con una idea wagneriana di come la musica dovrebbe essere usata, ma non riesce a descrivere la soggettività. Può giusto usare bene il punto di vista oggettivo, la terza persona, e a me piace l’attenzione sulla soggettività e la coscienza che ha reso la letteratura quello che è stata negli ultimi cento e passa anni.

Sì… non si può usare il corsivo al cinema, ma forse…
Non sto dicendo che non mi piace il cinema. Io amo il cinema. Sono — o sono stato, finché non sono diventato padre — uno spettatore avido, ma penso che la letteratura richieda abilità diverse adesso, e sono quelle che mi intrigano di più… È per questo che faccio quello che faccio…

Ma scrivi testi di canzoni, e hai una band. Per te allora è più facile avvicinarti alla musica?
Beh, secondo me musica e letteratura condividono lo stesso terreno, perché alla fine la letteratura è fatta di suono. La letteratura è quel medium dello storytelling in cui la tradizione del racconto orale è rappresentata dalla roba nera sulla pagina bianca. In sostanza è una questione di suono, originariamente. Quindi credo che essere interessato alla musica aiuti uno scrittore a sviluppare l’orecchio, così che quando torna al lavoro sulla pagina può pensare meglio al suono delle parole, alla funzione del ritmo ecc., più di uno che non ascolta musica o non ha mai provato a suonare uno strumento. Per me, è un hobby utile anche a sviluppare abilità che mi servono prima di tutto per essere uno scrittore migliore.

Leggi mai una frase ad alta voce per capire se funziona?
Spesso sì. È meglio leggere a qualcun altro, così quello di cui ti dovresti vergognare salta fuori subito, ma sì, ogni tanto leggo per me stesso, quando cerco di dare alle cose un certo aspetto… melodico.

Prima ho citato Jonathan Franzen, e non posso non parlare di tutto il cicaleccio intorno all’ultimo romanzo di Eugenides. Ho letto questo articolo sul New York Magazine, questo dettagliatissimo resoconto dei rapporti tra scrittori [Eugenides, Franzen, D.F. Wallace], dove anche tu sei nominato. Come ci si sente a essere l’oggetto di un tale interesse?
Non penso che quell’articolo avesse molto a che fare con me… Ti dirò, io voglio bene a Jeff [Eugenides], è stato come un fratello, al college. Ho come una profonda lealtà verso di lui, lo considero un brav’uomo, e mi piace molto il suo lavoro, e… e , fossi stato in lui, credo che mi sarei sentito malissimo a leggere quell’articolo. Quell’articolo era stupido, e avrei trovato irritante, e ho trovato irritante il fatto che è impossibile parlare dell’opera, quando tutto quello di cui siamo in grado di parlare è se questi tizi erano in competizione e quanto è triste che quello s’è ammazzato. Io ero amico di quello che s’è ammazzato, e mi piaceva enormemente, e con lui sentivo una vera collegialità, e sono stato distrutto da tutto quello che è successo, e capisco che per certi lettori della scena letteraria americana contemporanea è una ferita tanto persistente, ma il libro di Jeff è qualcosa di completamente al di sopra e lontano da tutto questo, e merita di essere valutato in base a ai suoi stessi termini, cioè se è o no un buon esempio di prosa di inizio XXI secolo. E lasciamoci tutta quest’altra merda alle spalle. È semplicemente irrilevante. E, cioè, magari lui se l’è pure in parte cercata, perché ha scritto un romanzo sulla Brown University nel 1982, ma l’articolo non era sulla Brown University nel 1982. Non capisco il resto che c’entri.

A me è sembrato una specie di The Real Housewives of New Grub Street...
Esatto. È gossip letterario. A me interessa la valutazione critica seria di un’opera, non il gossip letterario.

Pensi che sia una strategia di marketing?
Non credo che Farrar, Straus and Giroux [l’editore del romanzo di Eugenides] stia a dire “Oh, vendiamo un sacco di copie se qualcuno scrive un articolo su quanto David Foster Wallace fosse geloso di Jonathan Franzen”, non penso che è quello che avevano in mente. Cioè, ovviamente la promozione dice “Più se ne parla, meglio è”, ma non riesco a immaginare che quello fosse l’articolo che si aspettavano.

A proposito, tu hai lavorato per una casa editrice. Che ti sembra di quello che sta succedendo nell’editoria?
[Sospirando] Beh, non sta messa male quanto l’industria discografica, e almeno di quello possiamo essere contenti… In realtà non è che consideri l’editoria proprio come il mio ambiente. Ho lasciato vent’anni fa ormai. All’epoca lavoravamo ancora sui manoscritti con le correzioni fatte a mano. Ma sono grato per il fatto che l’e-book non ha ancora eliminato i libri fisici, perché ci sono molto affezionato, e li abbandonerò solo quando non avrò altra scelta. E secondo me è rassicurante che negli Stati Uniti ci sia ancora un mercato per l’hardcover, che un libro come La trama del matrimonio la gente lo possa ancora comprare anche se lo potrebbe scaricare sull’iPad ecc. Un sacco di gente ancora vuole il libro vero, e questo un po’ mi rassicura. Quello che sta succedendo nella discografia in termini di contenuto che è diventato strettamente digitale è un campanello d’allarme per quello che succederà nell’editoria, ma non credo che sarò nella lista dei clienti felici quando l’unico modo per avere i miei libri sarà di ficcare l’affarino nella porta usb…

Non penso che succederà tanto presto.
Lo dico pure io, ma poi vedo le statistiche sul mercato dell’e-book e inizio a preoccuparmi. Ci sono titoli del catalogo Little, Brown and Co. che l’anno scorso hanno venduto il 30% di e-book. Il 30% di tutte le entrate prodotte da quei titoli. È vero che è quasi tutta narrativa di genere, ma per esempio Libertà [il romanzo di Franzen] credo ne abbia venduti molti, di e-book. Secondo me non ha senso dire “Non succederà mai, gli e-book non raggiungeranno mai i libri di carta”, d’altra parte però penso che la gente che in questo paese ama davvero i libri di carta sia abbastanza da non farlo succedere immediatamente.

In Italia sei stato pubblicato sia da Bompiani, una grande casa editrice, che da minimum fax, un editore piccolo e indipendente. Che differenze hai notato?
Hanno interessi molto diversi. Hanno punti di forza diversi. E io sono stato fortunato ad avere tutt’e due. Voglio molto bene a Marco, il capo di minimum fax, così come a Martina, che è il direttore editoriale. Mi piacciono molto, ed essere pubblicato da loro è stato… confortevole, piacevole, soddisfacente, perché sono persone con cui probabilmente avrei fatto amicizia comunque, e mi piace quello che rappresentano, e le cose che fanno. Ma non ti possono pagare [ride] più di tanto. Io già non sono nella condizione — come certi altri autori americani — di fare molto per poco, pure se ammiro tanto gli editori. Vivo di quello che guadagno scrivendo: è così che pago l’asilo di mio figlio ecc. Quindi la parte Bompiani della mia esperienza è stata molto allettante, perché loro sono più affermati, hanno una grande reputazione, danno visibilità ai libri, hanno una buona promozione, e credo abbiano un catalogo eccellente. Sì, nonostante ami l’editoria indipendente, non è male essere con Bompiani. Ammiro Bompiani. Se non avessi mai incontrato gli uomini e le donne di minimum fax e fossi stato pubblicato solo da Bompiani sarei stato un felicissimo scrittore americano, felice di essere pubblicato in Italia. Ma è venuto fuori che sono stato abbastanza fortunato da lavorare a un po’ di piccole cose — penso soprattutto ai racconti — che non sono tali da interessare veramente Bompiani, mentre minimum fax è stata disponibile a completare l’opera, diciamo. Ho pubblicato molto in Italia, sia con una grande e importante casa editrice che da un piccolo editore con una reputazione da ribelle: è significato, alla fine, che lì ho un pubblico relativamente devoto ed entusiasta. E è fantastico.

Ho letto un’intervista in cui parlavi di “delusione semantica”, cioè dell’idea del linguaggio come qualcosa di non sempre in grado di descrivere esperienze, emozioni, ecc. Mi chiedevo se è una cosa che ancora provi, la “delusione semantica”, e se ti spinge ad andare avanti oppure la vedi come una minaccia.
Sì, la provo ancora, eccome. E sento, nel mio caso, la frustrazione nel provare a piegare il linguaggio al mio volere… e un senso di… disperazione, quando mi guardo indietro, perché non ho saputo scrivere il romanzo che avevo in testa. Cioè, pure adesso che ti rispondo sto ripensando alle risposte che ti ho già dato. Provo questo senso di fallimento riguardo alla mia abilità di usare le parole esattamente come voglio. Credo che in parte quello che faccio sia accettare il mio lavoro come viene sulla pagina, piuttosto che farlo aderire a un possibile fine idealizzato. E questo significa in un certo senso abbandonare le mie ambizioni artistiche per adattarmi ai fallimenti della sintassi.

Hai paura che questo ti possa portare a smettere di scrivere, a un certo punto?
È l’esatto contrario. È uno di quei casi in cui il fallimento ti spinge a continuare. Per me se scrivi il romanzo perfetto è allora che sei ridotto al silenzio, come Harper Lee dopo Il buio oltre la siepe, o Margaret Mitchell dopo Via col vento. Non che io trovi Via col vento perfetto, ma in termini di pubblico fu qualcosa di così gigantesco che pare che l’autrice non sapesse più che fare, dopo. Ralph Ellison, con Uomo invisibile, è un altro esempio. Penso che mi ridurrebbe al silenzio più una cosa del genere che riconoscere il fallimento del linguaggio.

Tu spesso dici che non pianifichi quello che scrivi, che segui il corso naturale degli eventi, e io questo lo vedo un po’ in contrasto col fatto che hai studiato scrittura creativa. Voglio dire, avrai seguito delle… istruzioni, nel tuo percorso formativo, e questo ti ha portato a dire “Oh, fare la scaletta non mi serve”. Pensi che sia strano, o una naturale evoluzione?
Credo che sia tipico della fiction europea, per esempio, non elaborare trame esagerate. Le trame intricatissime sono tipiche della narrativa americana. Ci sono molti esempi di scritture europee degli ultimi cento anni la cui struttura è molto più organica di quella di certo storytelling sfrenato che sembra essere apprezzato qui. Bruno Schulz, per esempio. Sono colpito da come la struttura funziona nei suoi racconti. Sono assolutamente idiosincratici, organizzati intorno all’imagery, e c’è una specie di progressione laterale attraverso le immagini piuttosto che per una qualche trama. E questo mi pare molto più simile al modo in cui noi pensiamo… Se la letteratura deve davvero rappresentare cosa significa essere umani, cosa significa avere una coscienza, allora una struttura che sia un’anti-struttura è più vicina a come noi siamo nella realtà, a come la nostra psicologia crediamo che sia. Quindi, sono arrivato alla mia idea di storia e di scrittura molto organicamente: non attraverso i miei studi, ma proprio attraverso una strada che ho cercato di percorrere nel corso della mia carriera. E penso che questo sia il destino di ogni scrittore, cioè di trovare e seguire la propria strada, secondo le proprie inclinazioni, senza qualche libretto di istruzioni su quello che la collettività ritiene accettabile o meno.

Avverto una nota di sfiducia verso le scuole di scrittura…
Sì… cioè, io ho i miei particolari interessi, e insegno quello che mi interessa. Perché poi l’approccio contrario è che esiste una specie di struttura epifanica che dà in ogni caso significato a un racconto, ed è questo che ci si aspetta da un racconto — per me è incredibilmente artificiale. Per dirla in un altro modo: il realismo nella narrativa contemporanea è una formula e, in quanto formula, non può essere realistico. È diventato decisamente artificiale. Per me è falso, finto, fraudolento. Quell’ordine classico di valori che promuove questo modo di scrivere, nella narrativa americana, lo trovo assurdamente ipocrita, proprio in relazione a quei valori che si crede di portare avanti così. Quindi sì, quando sono io a insegnare preferisco muovermi in altre direzioni.

A proposito di realismo, che ne pensi di Fame di realtà di David Shields?
David… odia la narrativa [ride]. E penso che quello che stia dicendo in realtà è che ci sono molti brutti romanzi in giro, e su questo sono d’accordo con lui. Ma non credo che le sue conclusioni, cioè che bisognerebbe scrivere solo non-fiction, seguano necessariamente da lì. Se quello che fa è dire che la narrativa convenzionalmente definita realistica è noiosa, sono d’accordo con lui, ma non sono d’accordo sul fatto che la soluzione al problema possa essere abbandonare totalmente l’immaginazione, che è la soluzione a cui lui più o meno arriva. Usa la parola “immaginazione” qualche volta nel libro, ed è una specie di suo guilty pleasure il pensiero che l’immaginazione abbia un valore, nonostante lui voglia aderire alla realtà. Io non sono sicuro di cosa sia la realtà, e non so nemmeno se David lo sappia. Stare sempre a celebrare la realtà e dire che è quello che la letteratura dovrebbe fare è pericoloso se non si sa bene cosa sia la realtà, e lui non lo sa, per sua stessa ammissione non è sicuro che la realtà esista. Quindi, il libro è problematico, soprattutto perché io credo che l’immaginazione sia un incredibile serbatoio di entusiasmi e passioni, e per me è semplicemente sciocco suggerire che non sia valido concentrare lì le proprie ambizioni artistiche.

In generale, come ti poni nei confronti dei critici? Su YouTube c’è un video di te che tiri una torta in faccia a Dale Peck [il critico che in una recensione definì Rick Moody “il peggior scrittore della sua generazione”].
Sai, a questo punto dei critici non me ne frega più niente. E voglio dire, per la cronaca, che adesso io e Dale siamo amici. Quello che dicevo prima riguardo a quell’articolo su Jeff del New York Magazine vale pure qui: scrivere di letteratura dovrebbe avere come scopo quello di provare a elevare la forma. Scrivere di letteratura per promuovere se stessi, invece di celebrare la forma, credo che non… contribuisca alla causa. E la causa è importante. Le stroncature, che Dale stesso non scrive più, non fanno del bene a nessuno. Servono solo a vendere qualche giornale in più e a complicarti la vita. A me non interessano: non le leggo quando sono su altri scrittori, non le leggo quando sono su di me, e non ne scriverei mai.

E pensi che sia questa la strada che ha preso il dibattito letterario, almeno negli Stati Uniti?
Beh, il New York Times non ha motivo di evitare articoli del genere. Il New York Times ama articoli del genere, i pezzi Dale Peck, tagliati con l’accetta. Ma ripeto, Dale non ne scrive più, e non vuole più avere quella reputazione. C’è Walter Kirn, uno scrittore che mi piace anche, che per un periodo ha avuto la stessa reputazione da stroncatore, ma pure lui non scrive più quella roba. Ché in realtà nessuno vuole fare quel lavoro, perché nessuno vuole essere lo stronzo. I giornali però amano questo genere di cose, e per loro che svantaggi ci sono? Parte un po’ di dibattito, si riempiono le pagine… Non ci guadagnano nulla a evitarlo. Ma le persone che veramente lavorano in ambito letterario ci devono pensare su bene prima di imboccare quella strada. E qual è il punto? Se i libri sono davvero brutti — e ne è pieno il mondo, di libri brutti — puoi comunque parlarne esponendo validi argomenti su quello che non va, invece di sminuire la gente. Non vedo qual è il punto.

Credi che ci sia spazio per una discussione seria e interessante sulla letteratura?
Io penso di sì. Qui c’è la New York Review of Books, un periodico intero dedicato a quello, e ce n’è uno a Boston, la Boston Review, pure ben fatto. Lo spazio c’è. Vendono tante copie? No, non vendono tante copie, ma chi cazzo se ne frega.

Questa era l’altra parte della domanda: la discussione è rilevante?
Chi se ne frega. A me mi frega di quello che pensa la letteratura, non mi frega un cazzo di quello che pensa, che ne so, la gente di Prospect Park. Voglio dire, noi non lavoriamo sulla forma per chiunque. Se lo facessimo saremmo tutti Stephen King. Non è quello che faccio io, in ogni caso. Cioè, sono contento che in giro ci sia Stephen King a fare quello che fa, ma non è quello che faccio io. Le riviste che si vogliono rivolgere al pubblico più grande e più numeroso possibile devono per forza di cose abbassare il livello. Io non voglio andare in quella direzione. Non lo vedo come il mio lavoro.

Ma non pensi che sia…
Elitario? È elitario. Non mi crea nessun problema.

A parte quello, non pensi che dovresti, non lo so, diciamo fare la differenza?
Credi che a qualcuno freghi un cazzo di quello che un mucchio di scrittori pensa di qualsiasi cosa?

Te lo chiedo perché un po’ di tempo fa in Italia c’è stato un dibattito, degli scrittori dicevano che è importante essere presenti, prendere posizione…
Io mi sento presente e ho preso posizione, e un sacco di altri scrittori hanno fatto lo stesso negli ultimi dieci anni in America. Era facile sentirsi politicizzati e come se… ci fosse un argomento del giorno sul quale essere ascoltati. Il fatto è che la letteratura non è una cosa a cui la gente si rivolge per le opinioni sull’argomento del giorno. Guarda il sito di Occupy Writers, che è uscito fuori come analogo letterario di Occupy Wall Street. È fantastico! Ho firmato la petizione e tutto, sono andato lì e ho marciato con loro, ho portato mia figlia alla protesta ecc. Tutto questo ha lo stesso impatto che avrebbe Lady Gaga che va a Occupy Wall Street? O Michael Bloomberg che dice qualcosa a riguardo? No. Noi in questo senso non siamo una forza culturale e basta. Ciò non significa che dovremmo evitare di fare certe dichiarazioni, ma credo che parte di quello che rende fantastica la letteratura oggi sia quando segue le sue inclinazioni invece di impantanarsi ad attirare l’attenzione del grande pubblico. È una cosa che non credo faccia parte del mio lavoro.

A proposito, che ne pensi di Occupy Wall Street?
È fantastico! Mi piace! Potere a loro! Spero diventi sempre più grande.

E credi che succederà?
Intanto devono superare l’inverno [ride], quello sarà difficile. Gennaio e febbraio non saranno una passeggiata. E credo che la città nel complesso stia provando a indebolirli. Questo è quello che prevedo io. Bloomberg dirà in pubblico “Io sono per la libertà d’espressione! Credo nel diritto di ogni americano a organizzarsi e a protestare!” e poi, dietro le quinte, gli renderanno sempre più difficile stare là fuori.

Parlavi di forma. Tu spesso parli di forma, di struttura, di linguaggio. Diresti che è quello che ti interessa di più? O certe volte vorresti poterti concentrare più sul contenuto?
No. Immagino che direi che la scrittura ha sempre una forma, e la grande maggioranza dei discorsi, a ogni livello, in questo Paese, si concentrano sul contenuto, come se la forma non esistesse. Sia per i miei interessi che per l’educazione che ho ricevuto è impossibile per me ignorare le questioni filosofiche che orbitano intorno alla forma. Ne parlo perché è così spesso sottaciuta nella conversazione. Tutto ha una forma. Jhumpa Lahiri ha una forma, Wells Tower ha una forma, Jonathan Franzen ha una forma, e nessuno di loro si addentra nel discorso su questi aspetti formali. Ma per me è eccitante.

E non pensi che sia in qualche modo restrittivo concentrarsi su questi aspetti ed evitare di affrontare temi, non so… sociali, o roba del genere?
Secondo me si possono fare tutte e due le cose. Io ci ho provato.

Sì, si può. Ma si può pure affrontare certi temi più apertamente.
Si può, e ogni tanto io l’ho fatto. Ma le questioni formali mi affascinano, e continuo a tornarci. E veramente non vedo le due cose come due opposti. Sono alleati. D’altro canto, se ti prendi la briga di affrontare temi morali o quello che ti pare, non significa che non stai usando una forma e non stai affrontando questioni formali: significa solo che lo stai tacendo. Alla fine risulta problematico. Per dire, il romanzo politico, che dati i suoi obblighi verso il tema adotta la forma più conservativa del realismo sociale, è una forma che io trovo esteticamente in bancarotta. Se il tuo unico obbiettivo è di vendere un messaggio, nove volte su dieci non hai nessuna grazia nel farlo. Hai solo quell’obbiettivo e non pensi ad altro. Secondo me è meglio, se è possibile, unire sempre una qualche coscienza morale al gusto estetico.

Sembri pessimista riguardo alla letteratura americana contemporanea…
Certa mi piace, certa non mi piace. Cioè, c’è della roba in giro, tipo… Don DeLillo ancora fa un lavoro incredibile, sposta l’asticella più in alto con ogni libro. Ma sai, ormai ha pubblicato così tanto che la maggior parte dei lettori non si preoccupa più di esaminare con attenzione quello che scrive. Questo è un errore, perché poi ci si fissa su qualunque sia la soupe du jour di un certo anno e ci si dimentica che qui abbiamo gente che fa funzionare la forma romanzo con una maestria assoluta.

Conosci un po’ la letteratura italiana contemporanea?
Pochissimo. Non molto. Non abbastanza. Non so leggere l’italiano, e in genere in America abbiamo un libro per volta di uno scrittore italiano. Sandro Veronesi è stato l’un libro per volta di uno scrittore italiano dell’anno scorso. L’ho letto un po’ ma non l’ho ancora finito.

Ho visto la pubblicità di un romanzo di Erri De Luca, forse quest’anno tocca a lui.
Sì. Dato che la mia sensibilità è necessariamente ottusa, in un certo senso, dal fatto che non so l’italiano, direi che ci sono stati degli autori italiani che ho amato. Pavese, e ovviamente Eco — scelta piuttosto ovvia. C’è un libro che negli anni ’90 mi era piaciuto parecchio, di Bufalino. E quello fascista, come si chiama? quello che ha scritto Kaputt…

Malaparte?
Sì, Malaparte pure è davvero interessante… Calvino! Ovviamente amo Calvino. Le città invisivbili mi piace molto, e Se una notte d’inverno un viaggiatore. E Dante, certo.

L’hai letto Dante in italiano?
No no. Ma ho un’edizione col testo a fronte, e ho seguito un corso su di lui, e… cioè, me lo sono fatto leggere in italiano, per sentire dove stavano gli accenti, e…

Pensi che sia davvero possibile apprezzare veramente qualcosa di tradotto?
No, ma che dovrei fare? non conoscere affatto Dante perché non ho scelta? Voi siete fortunati ché ve lo fanno leggere al liceo, ma… l’esempio opposto sarebbe Shakespeare. L’hai letto Shakespeare in inglese?

Ci ho provato…
Di sicuro c’è una traduzione italiana del Macbeth, no? Non ce n’era una bella del XIX secolo? Di quell’autore… Comunque, dovresti sapere qualcosa su Macbeth, ed è lo stesso se lo leggi in italiano, per farti un’idea di quello che succede. Non saprai come all’orecchio inglese suona il pentametro giambico, ma è giusto che tu sappia una o due cose su Macbeth.

Ti volevo fare una domanda sull’effetto che ha la musica sul tuo lavoro, sul fatto che usi il linguaggio come fosse uno strumento musicale. Lo fai coscientemente, o è solo il tuo modo di scrivere?
Un po’ di tutt’e due. È facile per me fare una cosa tipo l’incipit di Rosso americano, o il racconto Boys, che abbia quell’aspetto ripetitivo. È una roba che accendo e va avanti da sola, non è difficile per me. Anzi, è così facile che evito di farlo spesso. Non voglio ripetermi. È lo stesso di quando parlavo prima del fatto che la musica è una buona palestra per uno scrittore. La musica è intrinseca al linguaggio, e ti devi sforzare di non mettercene troppa quando scrivi prosa. Per me il pericolo è suonare troppo poetici, e credo che la prosa non debba aspirare alla condizione di poesia, credo che debba avere il suo proprio registro, non tanto eufonico da risultare prezioso. Cerco di limitarmi per non andare lontano su quella strada.

Ascolti mai musica per prendere qualche idea?
Non molto. Un paio di volte ho usato l’assolo del jazz come base — ascolti il sax e scrivi, in un certo senso, dentro il perimetro di quell’assolo di sax — ma era anni fa… Ascolto sempre meno musica adesso mentre scrivo, e di sicuro non il rock and roll.

No? Vivi a Brooklyn!
Sì, cioè, lo ascolto, solo non mentre scrivo. Le parole mi si mettono in mezzo, inizio a seguire quella metrica e non voglio…

Non segui la scena musicale newyorchese, diciamo?
Poco. Voglio dire, ho cinquant’anni, non ho l’età per stare dietro al rock and roll. Ma lo ascolto, un po’. Sono molto esigente. Mi ricordo di quando gli Interpol erano la band grossa di Brooklyn, e io li odiavo così tanto che era difficile per me sentirmi parte di questa cosa, perché se hai un odio così viscerale per la band che piace a tutti allora devi essere fuori dal giro.

Nemmeno a me piacciono. Ma mi piace Sufjan Stevens. Ho letto quel pezzo che avevi scritto per un suo disco.
Sì, Sufjan piace anche a me, pure se preferisco i suoi primi dischi all’ultimo. È che non mi piace molto l’elettronica, ed è stato strano per me… Cioè, per me Sufjan può fare tutto quello che si sente di fare, mi piace davvero, ma essendo io un appassionato di musica folk [ride], mi fa strano ammirare uno che suona il banjo e poi ascoltare un suo disco fatto di drum machine e sintetizzatori.

Lui spesso fa i conti con la religione, con la spiritualità. Tu hai fatto lo stesso. È una delle tue principali preoccupazioni?
Non direi principale, ma sì, è ancora una mia preoccupazione. Ma è un argomento che non voglio… Non voglio essere stanato, non voglio rilasciare dichiarazioni pubbliche sull’argomento. Preferisco vederlo come uno dei colori a mia disposizione, piuttosto che come un soggetto sul quale scrivo. E con lui [Stevens] è lo stesso. L’ho intervistato una volta, e uno penserebbe che è facile per noi parlare di questa cosa, invece niente, lui non ne parla in pubblico e basta. E va bene così, in realtà.

È perché è facile che il discorso venga distorto? Penso a quel tipo di religiosità à la Bush…
Sì, quello è ovvio. Ma c’è un problema che viene dall’altra parte, e che mi colpisce certe volte: quello di come si possa essere, diciamo, un intellettuale pubblico, partecipe della crescita di una cultura letteraria, e ancora credere in ciò che la maggioranza degli intellettuali considera voodoo. Se io entrassi in una chiesa battista in Alabama, quelli penserebbero che sono un comunista gay senza Dio. Allo stesso tempo qui a New York ogni tanto mi guardano con sospetto perché la penso in un certo modo riguardo a queste cose.

L’altra sera sono stato a una proiezione di Io e Annie, e Woody Allen ha una battuta simile sugli intellettuali newyorchesi senza Dio. È ancora così?
Di sicuro. Un po’ sì, è ancora così. Non è un caso se qui il libro di Christopher Hitchens ha avuto molto successo; o quello dell’altro tizio, l’evoluzionista… come si chiama? Dawkins? Questi libri hanno successo, qui, nei circoli intellettuali, diciamo. Nonostante l’America abbia una certa reputazione per una spiritualità che sfocia nella superstizione, per essere retrograda e ardente nelle sue convinzioni religiose, non è questo il caso.

Vorresti poterne parlare più liberamente?
No, perché è personale, non è un interesse letterario. E credo davvero che le persone dovrebbero essere libere di fare le proprie scelte su certe cose. Non è un crimine contro cultura.

Magari poi uscirebbe un pezzo del New York Magazine sui migliori romanzieri chiesaroli, o qualcosa del genere…
Sì, beh, dubito che gli interessi.

A cosa stai lavorando?
A marzo uscirà una raccolta di saggi sulla musica, che incredibilmente uscirà anche in Italia, per Bompiani. Quello è fatto. Adesso sto lavorando a un nuovo romanzo.

Che parla di…
Non lo so. Non so mai come rispondere a questa domanda. Parla di… un produttore radiofonico della National Public Radio che non ha molto successo.

Commenti
4 Commenti a “Intervista a Rick Moody”
  1. Davide scrive:

    Davvero una bella intervista, si legge che è un piacere. Complimenti all’autore.

  2. Nadia Russo scrive:

    Bella intervista sì. Chi l’ha fatta poi mi sembra bello cazzuto. Malaparte è avvilente che negli USA lo leggano e in Italia sia rimosso solo a causa delle sue posizioni politiche assurde e da bastardo banderuola. Però come scrittore era bravissimo. Devo dire però che mi è piaciuto quasi più l’intervistatore dell’intervistato, che pareva un bambino di 12 anni che rispondeva a qualcuno che di letteratura (ma direi del mondo) ne sa qualcosa in più. Com’è che anche gli americani delle elite mi paiono tutti un po’ bambinoni? Boh. Però bel pezzo.

  3. Lorenzo scrive:

    Che belle domande! Complimenti all’intervistatore!

  4. Nadia Russo scrive:

    Devo dire che ci ho ripensato. Non è male neanche l’intervistato…

Aggiungi un commento