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I greci contro l’economia dell’espulsione: intervista a Saskia Sassen

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Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E può rappresentare una svolta per tutta l’eurozona, nonostante le difficoltà che incontrerà il nuovo governo di Atene. Perché il voto “dà voce a quanti sono stati espulsi dall’economia e dalla società greca”. E perché segnala la necessità di cambiare rotta: dall’economia predatoria fondata sull’espulsione a una vera economia distributiva, che punti all’inclusione.

A ridosso della vittoria di Syriza, abbiamo intervistato la più autorevole studiosa dei processi di globalizzazione per farci raccontare, attraverso il caso esemplare della Grecia, le tesi fondamentali del suo ultimo libro, Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (Harvard University Press 2014, in corso di traduzione per il Mulino). Un testo meditato a lungo, costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione” dalla lenta decomposizione dell’economia politica del ventesimo secolo. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, del contratto sociale, dell’economia, della biosfera. Per l’autrice di Città globali sta proprio qui, nel passaggio dal dentro al fuori, dall’inclusione all’espulsione, il segno di una transizione profonda, che per ora riguarda una minoranza (seppur cospicua) della popolazione e del globo, ma che è già sistemica, e che per questo può già essere temuta come un processo di graduale, lenta ma inesorabile generalizzazione di condizioni estreme. Come dimostra il caso della Grecia.

Professoressa Sassen, come giudica la vittoria di Syriza nelle elezioni greche?

Sono d’accordo con chi la interpreta come ‘la rivolta greca’ contro l’austerity. Ma è una ribellione ponderata, perché nasce dalla profonda, esatta comprensione di quali siano gli elementi essenziali di un’economia politica. Da una parte c’è l’economia politica centrata sull’austerity, dall’altra quella proposta da Syriza. Quando – come succede in Grecia – gli impiegati statali vengono licenziati, gli ospedali chiusi, quando le piccole aziende che forniscono servizi al governo non vengono pagate, quando si permette che i bambini, le donne incinte, gli anziani finiscano per strada, ma nello stesso tempo si finanziano lautamente le grandi banche, non si tratta di economia, ma di decisioni di politica economica. E del peggior tipo possibile. Syriza si pone dinanzi al disastroso insieme di decisioni imposte al popolo greco e dice: ‘No, questa non è l’unica via soltanto perché il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea pensano che lo sia. Ci deve essere un’altra strada’. 

Subito dopo l’annuncio della vittoria di Syriza, di fronte ai suoi elettori Alexis Tsipras ha detto che «il popolo greco ha fatto la storia». Il risultato elettorale può rappresentare un vero punto di svolta per la Grecia e per l’eurozona, o l’entusiasmo della sinistra europea e di Tsipras è eccessivo?

Si tratta di una svolta effettiva. Non è un caso che così tante persone prestino attenzione a ciò che accade in Grecia e che sul fronte opposto, di fronte alle promesse di Tsipras di cambiare le cose, molte altre invochino già, quasi istericamente, le vecchie obiezioni sul come un’economia dovrebbe funzionare. Gli avvenimenti della Grecia rendono evidente una questione fondamentale: l’insieme di principi che guida gran parte delle nostre economie occidentali si è dimostrato fallimentare per settori sempre più ampi della popolazione, e ha concentrato il benessere in una porzione troppo circoscritta di settori economici e di famiglie.

La volontà politica di Tsipras, per il quale la troika e i suoi diktat «fanno parte del passato», sarà sufficiente a invertire questa tendenza, perlomeno in Grecia? Lei stessa ricorda spesso che oggi occorre fare i conti non solo con le oligarchie, con le elite predatorie, ma con vere e proprie «formazioni predatorie», ben più complesse…

La volontà politica non è sufficiente, ma è essenziale. In questo caso segnala che Syriza ha la chiara comprensione e la precisa volontà per iniziare ad affrontare la crisi greca con strumenti diversi. C’è bisogno di fare, nel vero senso della parola. Non si tratta soltanto di una decisione, ma di invertire il corso delle cose. Il governo precedente ha scelto di accettare un’opzione che gli era stata presentata come l’unica. Il nuovo governo ha di fronte una sfida enorme: archiviare l’economia predatoria che concentra il benessere nelle mani di pochissimi in favore di un’economia che sia realmente distributiva. Significa muoversi verso un’economia caratterizzata in modo prevalente da salari modesti e, allo stesso tempo, profitti modesti. Non sarà semplice, soprattutto perché questa via contraddice il dogma economico dominante che ha assunto forme estreme con l’avvio dell’era della deregolamentazione e della privatizzazione, negli anni Ottanta: il profitto a tutti i costi.

«Le elezioni greche aumenteranno l’incertezza in tutta Europa», ha affermato il primo ministro David Cameron, dando voce a una preoccupazione diffusa nell’establishment europeo. In che modo il successo di Syriza condizionerà il futuro dell’eurozona?

Quello greco potrebbe diventare un interessante esperimento naturale, dimostrando che un’economia dominata da settori economici con modesti margini di profitti e salari medi può funzionare, nonostante non soddisfi i criteri preferiti dal mondo delle corporation e da molti rappresentanti delle banche centrali, sebbene non da tutti: per esempio Mark Carney, governatore della Banca centrale inglese, non è convinto del modo in cui funzionano le nostre economie, incluse quelle che apparentemente stanno facendo bene, come quella del Regno Unito.

Tsipras ha ripetuto più volte, prima e dopo le elezioni, che è intenzionato a rinegoziare il debito della Grecia. É un passo necessario per recuperare la stabilità e la sovranità dell’economia greca, come ripete il leader di Syriza, o una violazione dei patti europei?

La richiesta di Tsipras non deve sorprendere. I debiti, specialmente quelli governativi, vengono spesso rinegoziati. É una pratica piuttosto comune. Forse la più grande e imponente rinegoziazione è stata quella attuata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale a partire dagli anni Novanta con il programma destinato a 46 paesi fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries, HIPC). Venne stabilito che quei paesi non potessero restituire il debito e i termini dei programmi di risanamento vennero radicalmente modificati. È il caso più emblematico di una prassi corrente. D’altronde lo stesso accordo stipulato con l’Unione europea dal primo ministro uscente della Grecia, Antonis Samaras, non è altro che una rinegoziazione del debito.

Nel suo ultimo libro, Expulsions, lei sottolinea l’uso politico della questione del debito, già usata in passato come «strumento di disciplina» verso i paesi del Sud del mondo. Ci spiega meglio?

Il debito è stato usato spesso come strumento disciplinante. E la sua formazione varia di caso in caso. Il debito dei paesi del ‘Sud globale’, cresciuto rapidamente negli anni Ottanta e Novanta, è stato in qualche modo il risultato della vendita aggressiva di prestiti da parte delle grandi banche, che avevano un surplus di denaro di cui sbarazzarsi. In quel periodo, le banche si occupavano soprattutto di vendere denaro, mentre le attuali banche finanziarizzate sono tutta un’altra storia, non fanno soldi con la vendita diretta di debito. Allora invece era così, a causa della gran quantità di dollari dell’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), scaturita dalla crisi del petrolio del 1973. Se i paesi esportatori avessero deciso di tenersi quel denaro, la storia sarebbe andata diversamente. Ma decisero di affidarli a quelle che allora venivano definite banche transnazionali, per ottenerne profitti. Da qui, la necessità di vendere una massa di denaro insolitamente ampia.

L’altro elemento centrale nella formazione del debito nel Sud è stato la spinta per la deregolamentazione e per la privatizzazione, che ha significato la distruzione di molte aziende di medie e piccole dimensioni. I governi locali si sono pesantemente indebitati per costruire le infrastrutture di cui avevano bisogno le grandi corporation, soprattutto straniere. Sono così finiti schiacciati dalle richieste del Fondo monetario internazionale e delle corporation. Attraverso il debito, è stata modellata l’economia politica del Sud del mondo ai fini della nuova governance globale, indebolendo i governi e rendendoli dipendenti dalle organizzazioni internazionali. Tra l’altro, proprio quei meccanismi di indebitamento introdotti negli anni Ottanta hanno provocato un deficit, una lacerazione nel tessuto della sovranità territoriale nazionale dei singoli stati, rendendo più facile, oggi, per imprese e aziende straniere operare un così ampio land-grabbing nel Sud globale.

Lei sostiene che oggi un simile meccanismo sarebbe in atto nell’eurozona, dove la leva del debito verrebbe impiegata per riorganizzare l’economia politica comunitaria…

È così. I programmi di austerità e di ‘risanamento’ del debito non mirano, come sentiamo dire, a massimizzare l’occupazione o la produzione, a favorire la ‘crescita’, ma a proteggere e allo stesso tempo a consolidare il nuovo tipo di economia che ho descritto in Expulsions: quella delle formazioni predatorie. Oggi attraverso il debito i governi europei vengono usati per rendere le economie di alcuni paesi – la Grecia, l’Italia, la Spagna – funzionali agli interessi delle corporation. Per imporre un ampio progetto di ristrutturazione che favorisca l’economia privatizzata delle corporation a spese del contratto sociale. Il che spesso significa anche la distruzione delle piccole attività economiche che hanno storicamente soddisfatto i bisogni della maggior parte della popolazione. Per questo in Expulsions scrivo che i programmi di aggiustamento strutturale del Sud globale sono diventati i programmi di austerity del Nord globale. In quel caso si trattava di sollecitare i governi a una condotta appropriata: ‘governi, imparate come si fa a essere moderni’, si diceva loro. Nel  caso attuale si enfatizza una sorta di etica protestante: l’austerità! I paesi del sud Europa non sono che banchi di prova. Per questo è tanto più salutare che qualcuno cominci a ribellarsi. A partire da Atene.

In Expulsions scrive che la crisi greca non rappresenta un’anomalia, ma al contrario incarna le caratteristiche strutturali dell’economia politica di tutta l’Unione europea, mostrando la logica sistemica di una nuova fase del capitalismo: la logica delle espulsioni. Ci spiega meglio?

La mia tesi è che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso siamo entrati in una nuova fase del capitalismo, la cui logica centrale è appunto quella delle espulsioni. Intendo dire che settori sempre più ampi della nostra economia e della nostra società assumono un’importanza progressivamente minore agli occhi di coloro che decidono le regole di cosa sia un’economia funzionante. E ne vengono espulsi. Se nel periodo keynesiano l’esistenza di classi medie numerose e delle classi operarie erano elementi centrali dell’economia, perché questa era fondata sulla produzione e sul consumo, oggi appaiono molto meno rilevanti, perché è la finanza, piuttosto che la produzione e il consumo, a produrre superprofitti. Non intendo dire che il sistema precedente fosse perfetto. Tutt’altro: era segnato da disuguaglianze, povertà, razzismo, ma era un sistema che ha ampliato la classe media per generazioni.

Soprattutto, a orientare l’economia era una logica di inclusione, volta a incorporare i marginalizzati e i poveri nel mainstream economico e politico, una logica che mirava a ridurre le tendenze sistemiche verso la disuguaglianza attraverso un regime economico fondato sulla produzione e sul consumo di massa, con sindacati forti in alcuni settori e con il sostegno governativo. Dalla fine degli anni Ottanta i presupposti egalitari e keynesiani alla base di quel sistema volto alla costruzione di una società imperfetta ma giusta sono progressivamente venuti meno, contestualmente all’affermazione di nuove, inedite modalità di estrazione del profitto. Oggi domina la logica opposta a quella keynesiana, quella dell’espulsione. Un’inversione radicale, che va contrastata.

Negli ultimi anni, molti economisti hanno puntato l’attenzione sulla crescente disuguaglianza per dimostrare il fallimento delle politiche neoliberiste. Lei invece, pur facendo ricorso a dati e statistiche che dimostrano le disuguaglianze strutturali delle nostre economie, suggerisce un’altra chiave di lettura, quella delle espulsioni. Perché? 

Perché credo che di fronte alla lenta decomposizione dell’economia politica del Ventesimo secolo e all’emergere di un nuovo paradigma alcune categorie rischino di nascondere più di quanto non rivelino. Non nego la validità delle teorie e delle categorie che si concentrano sulla disuguaglianza, ma mi sforzo di chiedermi se non ci sia anche dell’altro. Attraverso la nozione di ‘espulsioni’ siamo in grado di vedere quelle tendenze concettualmente sotterranee che ancora sfuggono alle categorie geopolitiche, economiche e sociali a cui siamo abituati. È come se, per capire le trasformazioni in corso, dovessimo essere aderenti al terreno, de-teorizzare ciò che abbiamo teorizzato finora. Combinare insieme ricerca empirica e ricodificazione concettuale. E servirci con prudenza delle categorie tradizionali. La categoria di ‘espulsione’ ci permette inoltre di capire che le espulsioni vengono create, fatte, messe a punto, attraverso una serie di strumenti che variano molto, e che sono usati da attori molto diversi. Come ricordava lei prima, non si tratta soltanto delle classiche elite predatorie, ma di vere e proprie ‘formazioni predatorie’: un complesso assemblaggio di elementi multipli, una combinazione di elite e di capacità sistemiche, con un ruolo prominente della finanza, dove per capacità sistemiche intendo un insieme di innovazioni tecniche, giuridiche, finanziarie, di mercato, alle quali si aggiungono le facilitazioni governative. In altri termini, credo che ricorrendo alla nozione di ‘espulsioni’ sia più facile rendere visibile ciò che è ancora perlopiù invisibile: il passaggio dal dentro al fuori, l’attraversamento del confine, il cambiamento nelle dinamiche fondamentali del nostro sistema economico, prima orientate a incorporare sempre più persone dentro il sistema, ora invece a spingerle fuori. È importante provare a cogliere questo momento di passaggio, prima che ci dimentichiamo che sia avvenuto.

Provo a spiegarmi con uno degli esempi che porto in Expulsions: c’è stato un periodo nel quale, osservandola a volo d’uccello, l’Inghilterra poteva apparire ancora come un paese con un’economia prevalentemente rurale, mentre nei fatti il capitalismo industriale già costituiva la logica dominante dell’economia politica, e le pecore sui campi alimentavano le attività delle fabbriche in città. Oggi l’economia politica del ventesimo secolo è in decomposizione. La polvere che ne deriva ci impedisce di vedere pienamente le nuove dinamiche, le logiche sistemiche già all’opera. Per questo siamo in ritardo, nell’analisi. E per questo dobbiamo sforzarci di vedere ciò che è ancora largamente sotterraneo, invisibile. La nozione di ‘espulsione’ ci aiuta a farlo.

Tra le logiche ancora sotterranee, perlopiù invisibili, analizzate in Expulsions c’è la ridefinizione de facto dello spazio economico causata dalle politiche di austerity e dalla logica dell’espulsione che ne è alla base. Ce ne parla meglio? 

Si tratta di una riduzione dello spazio economico che esclude dalle misurazioni standard le aziende, i nuclei famigliari, i luoghi considerati prima produttivi e poi espulsi dallo spazio economico ufficiale. L’esempio più evidente è quello dei disoccupati di lungo termine, che sono stati esclusi dalle statistiche sull’occupazione. In questo modo l’andamento dell’economia appare migliore di quanto non sia nella realtà e si attraggono più facilmente gli investimenti. In modo simile, nelle statistiche ufficiali non vengono più conteggiati coloro che perdono casa e che provano a sopravvivere passando parte del tempo in chiesa, parte dagli amici, parte dai parenti, finendo probabilmente per strada. Il linguaggio ordinario, le griglie analitiche a cui siamo abituati, il riferimento esclusivo alla ‘bassa crescita’ e alle percentuali di ‘alta disoccupazione’ sono insufficienti a descrivere questo processo, che elimina di fatto dal sistema gli elementi considerati problematici. Il linguaggio della ‘crisi’ in questo senso è inservibile, perché la maggior parte dei ‘perdenti’ della fase post-aggiustamento rimane invisibile alle statistiche ufficiali. È una forma di ‘pulizia economica’. Il voto greco contesta questa pulizia economica.

Ma a chi conviene presentare statistiche ufficiali depurate dagli “espulsi”?

Anch’io mi sono chiesta a chi convenga presentare una fotografia migliore della realtà, chi abbia interesse a far sparire i disoccupati di lungo corso, i senza-tetto, a rendere invisibili quanti hanno dovuto chiudere negozi e aziende: sono gli investitori. Coloro che siedono su una importante somma di capitale (e la proprietà di capitale è sempre più concentrata) e che vogliono farlo fruttare. Per loro, perdere un intero paese non è proficuo. Molto meglio ‘recuperare’ quel paese, presentandolo come un luogo dove – secondo i termini a loro congeniali –  ci sono ancora buone possibilità di investimento.

Significa che la vittoria di Syriza va letta anche come una rivendicazione da parte degli “esclusi”, un modo attraverso il quale i “nuovi invisibili” chiedono visibilità e riacquistano protagonismo politico?

L’affermazione di Syriza va in questa direzione, perché rappresenta e dà voce a un ampio settore degli esclusi, degli espulsi. Ma va inserita in una storia più ampia. Gli accordi che presiedono l’attuale funzionamento della politica economica greca ed europea continuano a distruggere ampie porzioni del tessuto economico e sociale (oltre che culturale). Secondo la prospettiva della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, dal punto di vista del mondo delle corporation, uno ‘spazio economico’ greco radicalmente ‘ridotto’ va bene, fintanto che garantisce gli investimenti. Syriza dà voce agli esclusi, è vero. Ma il progetto dell’Unione europea va in direzione contraria: punta a rafforzare, tra gli inclusi, coloro che sono forti. Questa è la differenza. Questa la battaglia che dovrà affrontare Tsipras.

Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste tra cui l’Espresso, il manifesto, Gli asini, il Venerdì di Repubblica, oltre che con Radio3 e l’Ispi. Docente di “Tecniche di reportage” alla Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso, è coordinatore scientifico di Collettiva.org e dal 2010 al 2018 ha curato il programma del Salone dell’editoria sociale.

Con Giulio Marcon ha curato “La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare” (minimum fax 2018). Per le edizioni dell’asino ha pubblicato “Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda” (2017) e due libri-intervista: “Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione” (2009) e “Per un’altra globalizzazione” (2010). Dal 2008 si dedica all’Afghanistan con viaggi, ricerche, saggi.

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