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Intervista a Scott e Zelda Fitzgerald

Il 26 marzo 1920 Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo primo romanzo, «Di qua dal paradiso». Noi oggi ricordiamo Fitzgerald (e la sua musa e moglie e amante: Zelda) in tre diversi modi. Pubblicando un’intervista inedita in Italia, in cui Scott e Zelda parlano vicendevolmente l’uno dell’altra, e per la quale ringraziamo Tiziana Lo Porto, la mamma di Superzelda che l’ha scovata e l’ha tradotta appositamente per noi. 
Mettendo on line le prime pagine di «Di qua dal paradiso» nella nuova traduzione di Veronica Raimo. Con infine il resoconto del dietro le quinte di «Superzelda», attraverso il quale Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta raccontano come hanno realizzato la loro graphic novel.

Intervista a Scott e Zelda Fitzgerald

traduzione di Tiziana Lo Porto

Quest’articolo è stato pubblicato il 7 ottobre 1923 dal «Baltimore Sun» e da altre testate dello stesso gruppo editoriale. Il pezzo uscì senza firma.

Che cosa il «romanziere delle maschiette» pensa di sua moglie

Zelda Sayre Fitzgerald, moglie di Scott Fitzgerald, autore di storie di maschiette, è l’eroina dei libri del marito? Se è così, è lei il prototipo vivente di quel genere di donne meglio note come maschiette americane? E com’è una flapper nella vita reale? Ecco a voi un ritratto sensazionale di Zelda Fitzgerald.

«E così parleremo solo di me!» chiede la signora Fitzgerald allegramente.  «Non sono mai stata intervistata in vita mia!»
Appoggia la schiena sprofondando in una sedia esageratamente imbottita, lo sguardo carico di aspettative. «E adesso che si fa? Sarà una di quelle cose formalissime? Scott, ti prego, vieni in soggiorno e aiutami a essere intervistata!»
Obbediente Scott Fitzgerald lascia il suo studio – scenario dove vengono creati quelle brillanti storie che entusiasmano migliaia di maschiette americane. Alto, biondo, spalle larghe, si dirige verso la sua moglie minuta, dagli occhi blu e i capelli biondi come i suoi.
«I miei racconti!», dice la signora Fitzgerald. «Ah, sì, ne ho scritti tre. Cioè, li sto scrivendo. Ma ho già scritto un sacco di articoli per delle riviste. Scrivere mi piace. Lo sa, ero sicura che mio marito avrebbe scritto un finale perfetto per uno dei miei racconti, e invece si rifiuta di farlo. Dice che i miei racconti sono sghembi! Dice che iniziano dalla fine».
Con un allegro cenno di mano bianca interrompe gli sforzi del marito di spiegare che quei racconti invece sono «buoni».
«Scrivere ha i suoi vantaggi», continua lei. «Provi a pensarci: coi soldi che guadagna Scott riesco a farmi comprare un sacco di regali. E molta altra roba la compro sulla base delle previsioni teoriche di quel che guadagnerò un giorno con i racconti che scriverò.
«Spendere è divertente, no? – Ah sì, scrivo tutto a mano. Non si ha notizia di dattilografe qui a Great Neck».
A questo punto bisogna spiegare che la dimora di questa giovane coppia affascinante e brillante che risplende tra i nuovissimi astri del mondo della letteratura moderna è una ridente casetta di campagna a Great Neck, Long Island.
Parlando «di faccende domestiche», cosa per lei alquanto insolita, la signora Fitzgerald fa notare che il maggiordomo non c’è. «Dev’essere andato alla sua lezione di sassofono. Sì, oggi è giorno di lezione. La cosa che mi dispiace è che non l’ho mai sentito suonare; sento solo dei suoni distanziati tra loro e in lontananza.
«Sì, certo che li amo i libri e le eroine di Scott. Mi piacciono quelle che sono come me! E infatti mi piace Rosalind di Di qua dal Paradiso. Leggo sempre tutto quello che scrive mentre lo scrive. Anche se poi così mi perdo il divertimento, la sorpresa. A volte gli faccio anche delle critiche.
Ma Rosalind! Adoro le tipe come lei», continua, scuotendo la sua massa riccia di capelli corti color del miele. «Mi piacciono per il coraggio che hanno, perché se ne infischiano di tutto e sono delle spendaccione. Rosalind è stata la prima maschietta d’America.
«Tre o quattro anni fa le ragazze come lei erano delle pioniere. Facevano quello che volevano, e forse sì, erano sconvenienti, ma solo perché lo volevano essere, era un modo per esprimere se stesse. Oggi se una ragazza si comporta in modo sconveniente lo fa solo perché va di moda – e infatti lo fanno tutte.
«Quando ci hanno presentati, Scott era in un accampamento militare al sud e c’era la guerra, e aveva iniziato a scrivere Di qua dal Paradiso. Diceva che stava lavorando a un episodio del libro su una ragazza che si chiamava Eleanor che era una sciocchina come me. Ma intanto che ha finito di scrivere quell’episodio, ci siamo conosciuti meglio, e ha deciso che Eleanor non era affatto come me. Per cui ha aggiunto dei nuovi capitoli in cui c’era Rosalind».
Rosalind è un personaggio che in una certa misura rappresenta l’attuale generazione di giovani donne sfrontate – una persona giovane e temeraria, divertente da morire, che ha le sue opinioni e una schiettezza che farebbe cadere stecchite le damigella dell’età vittoriana.
E ha lo stesso fascino del prototipo originale di Rosalind, Zelda Sayre Fitzgerald.
«Ha passato la giovinezza ai balli», spiega Scott Fitzgerald con orgoglio evidente e totalmente comprensibile, «e abitava a Montgomery, in Alabama. Che è un bel po’ lontano da New York, se si misura la distanza in soldi spesi di taxi, soprattutto se l’uomo in questione lavora – o cerca di farlo – per un grandioso salario di 35 dollari a settimana. Questo era prima che iniziassi a scrivere – sì, certo». Così risponde alla domanda taciuta ma sottesa da un sopracciglio inarcato e inquisitore.
Quando gli chiedo di usare il talento ampiamente dotato che ha nelle descrizioni per fare un ritratto a parole della moglie, risponde laconicamente e senza alcuna difficoltà. «È la persona più affascinante della terra».
«Grazie, caro», è la cortese risposta.
Gli chiedo di continuare la descrizione che ha iniziato così amabilmente, e lui: «Tutto qui. Mi rifiuto di ampliare il concetto. Posso dire solo che è perfetta».
Quest’ultima cosa la dice con un ardore che tanto ricorda i suoi personaggi più riusciti – Amory Blaine, per esempio.
«Ma non lo pensi veramente», arriva con tono di protesta dal bracciolo della sedia imbottita. «Per te sono pigra».
«No», dice lui saggiamente, «mi piaci così. Per me sei perfetta. Sei sempre disposta ad ascoltarmi mentre ti leggo i miei manoscritti a qualunque ora del giorno o della notte. Sei affascinante – e bella. E sbrini il frigo una volta a settimana. O almeno credo».
«Il libro di Zelda» è un grosso scrapbook – un diario pieno zeppo di ricordi dei «momenti migliori».
Dentro ci sono dettagliati programmi di sala, un mucchio di fotocopie, cartoncini segnaposto, telegrammi, appunti, fotografie.
«Ci siamo sposati il primo aprile del 1920», continua la signora Fitzgerald, «poi siamo subito partiti in viaggio – ho amato l’Inghilterra e detestato l’Italia – poi nel 1922 è arrivata Patricia Scott Fitzgerald, meglio nota come ‘Scotty’, poi nel 1923 Great Neck, Long Island. Nel frattempo ci sono stati un sacco di racconti venuti fuori dalla penna di mio marito e due libri, Di qua dal Paradiso e Belli e dannati.
«Ecco un telegramma da Montgomery, Alabama – qui nello scrapbook!
«C’è scritto: ‘Zelda Sayre Fitzgerald, New York City. Torna presto a Montgomery perché da quando sei partita la città è a pezzi. Niente brio, nessuno a cui raccontare pettegolezzi per avere qualcosa di cui parlare. Il Country Club ha intenzione di licenziare la signora che ci faceva da guardiana alle feste perché non c’è più alcun bisogno di lei. Alle feste ci si va solo per fare la maglia. Per il bene della vecchia cara Montgomery torna subito a casa.
«Ah, sì, so disegnare. Scott dice che non ne capisco niente, ma che so disegnare. E gioco a golf.
«La musica jazz mi piace da morire, soprattutto quella di Irving Berlin», continua. «Mi piace perché è creativa. Uno dei principi fondamentali della danza è il lasciarsi andare, ed è una qualità che ha anche il jazz. Il jazz è complesso. Sono convinta che avrà un ruolo fondamentale nell’arte americana».
Ecco che il marito metto un disco sul grammofono e la signor Fitzgerald risponde che la danza non le «interessa particolarmente» – ammissione inaspettata.
A questo punto il marito decide di diventare parte attiva dell’intervista. Propone tutta una serie di domande a velocità supersonica.
«Chi è per te il personaggio più interessante della letteratura?»
Dopo un’articolata discussione si finisce per decidere niente di meno che per Becky Sharpe.
«Solo mi piacerebbe fosse più carina», fa notare malinconica l’intervistata.
«Come dovrebbe essere la tua giornata ideale?»
«Pesche a colazione», è la risposta immediata. «Sarebbe un buon inizio, no? Fammici pensare. Poi golf. Poi una nuotata. Poi oziare e basta. Senza mangiare né leggere, soltanto starmene tranquilla ad ascoltare suoni piacevoli – e non il silenzio assoluto. Il pomeriggio? Ritrovarmi con amici e gente brillante, mi sa».
«Se sono ambiziosa?» fa eco alla domanda successiva. «Non in modo particolare, ma sono piena di speranze. Non voglio far parte di nessun club. Né comitati. Non ho la mentalità del ‘membro’. Voglio solo essere me stessa e godermi la vita».
«Ti piace studiare?»
Fatta quest’ultima domanda, il marito la guarda ridacchiando, come se s’aspettasse che esploda.
E infatti è così.
«Lo sai che non mi piace. Non m’è mai piaciuto. Ma i miei antenati mi hanno fatta in modo da non averne alcun bisogno».
Zelda viene da una lunga stirpe di distinta gente del sud – i nonni della signora Fitzgerald erano entrambi membri del senato degli Stati Uniti.
«Ti piacciono le famiglie numerose o poco numerose?»
«Numerose. Sì, abbastanza numerose. Così i figli hanno la possibilità di essere quello che vogliono, senza che vengano oppressi da genitori che li accudiscono troppo, né condizionati da alcuna forma di quotidianità. I figli non dovrebbero preoccuparsi dei genitori, né i genitori dei figli. Sarebbe fantastico se tra loro si riuscissero a stabilire relazioni amichevoli, di comprensione reciproca, ma lì dove non si riesce, non mi sembra il caso di frequentarsi troppo. Lasciate che siano i figli a decidere quali siano i loro doveri nei confronti dei genitori, come riuscire a diventare immortali e quale debba essere la loro carriera».
«Cosa vorrebbe che diventasse sua figlia da grande, signora Fitzgerald?» domanda Scott Fitzgerald con la sua solita galanteria, «e con ciò non voglio dire che cercherai di influenzarla, è chiaro, ma…»
«Non voglio che sia perfetta, seria, malinconica o inospitale. Voglio che sia ricca, felice e che sia un’artista. Non che i soldi diano per forza la felicità. Ma possedere cose, semplici cose e oggetti, rende le donne felici. Il profumo giusto, un bel paio di scarpe: sono di gran conforto per l’animo di una donna».
«Alle donne interessano le ‘cose’, vestiti o mobili che siano, in quanto cose», s’intromette il marito, «mentre agli uomini interessano perché alimentano la loro vanità».
«Riguardo a ‘Scotty’», continua la madre, «preferirei che fosse una Marilyn Miller piuttosto che una Pavlova. E voglio che sia ricca».
Di fuori, in un angolo ombreggiato del prato di fianco alla casa, la signorinella in questione gioca felice, alquanto dimentica del fatto che in casa si stia decidendo, a parole, della sua carriera. È una personcina che si fa notare, tenuto conto che se ne sta quasi sempre zitta. Non è per niente loquace, dicono i genitori. Ma è assai graziosa.
L’indottrinamento riprende: «Che cosa faresti se dovessi guadarti da vivere?»
«Ho studiato danza. Cercherei un posto come ballerina alle Follies. O proverei col cinema. Se non dovessi riuscire, proverei a scrivere».
Parlando di vita domestica in generale, e di quella in casa Fitzgerald in particolare, Zelda dichiara che «casa è il posto in cui fare le cose che vuoi fare. Qui mangiamo solo quando ci va di farlo. Le colazioni e i pranzi sono faccende abbastanza mobili. È tremendo lasciare che le abitudini convenzionali abbiano il controllo della casa; mangiare, dormire e vivere agli orari stabiliti».
Tra gli scritti del marito i suoi preferiti sono gli episodi di Rosalind in Di qua dal Paradiso, la seconda metà di Belli e dannati, il racconto Pirata al largo e la commedia The Vegetable.
Nella trama di Di qua del Paradiso c’è molto della storia personale della vita di Scott Fitzgerald. St. Paul, Minnesota, la cittadina dov’è nato, fa da scenario al libro. Alcune delle scene ambientate al college sono prese dalla «vita reale», incarnando i desideri più accesi della giovane America al femminile, il cui vivido interesse ha contribuito a tenere gli scaffali delle biblioteche pubbliche privi delle scorte di libri di Scott Fitzgerald di cui s’erano riempite all’indomani dell’incredibile successo. Le scene in cui Amory (il protagonista) s’affanna cercando di sbarcare il lunario in un’agenzia pubblicitaria non sono frutto esclusivo dell’immaginazione del giovane scrittore. Né è probabile che lo sia la storia d’amore.
Tutto ciò per dire che Zelda Sayre Fitzgerald, malgrado si dichiari «per nulla ambiziosa», è responsabile e non in scarsa misura del notevole successo del suo illustre marito scrittore.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
5 Commenti a “Intervista a Scott e Zelda Fitzgerald”
  1. Francesca scrive:

    “Sei affascinante – e bella. E sbrini il frigo una volta a settimana. O almeno credo”

    :)

    grazie per averla pubblicata

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