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Intervista a Seth Grahame-Smith

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Riscrivere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen come una storia zombie? Che orrore! Raccontare che Abraham Lincoln fosse un cacciatore di vampiri? Assurdo. Invece c’è chi l’ha fatto, e con successo. Seth Grahame-Smith, trentasettenne newyorkese dall’aria scanzonata ma tutt’altro che ingenuo, professionista della scrittura tra narrativa, saggistica, televisione, fumetto e cinema (sceneggiatore ad esempio di Dark Shadows di Tim Burton), ha infatti messo a frutto la sua passione “nerd” per zombie, vampiri, lupi mannari, storie fantastiche e paurose, e ha pubblicato Orgoglio e pregiudizio e zombie e La Leggenda del Cacciatore di Vampiri: Il diario segreto del presidente (da cui nel 2012 il film di Timur Bekmambetov). Due romanzi di successo usciti in Italia per Nord, a cui si aggiunge in questi giorni La bugia di Natale, pubblicato da Multiplayer.it, una rivisitazione della Natività con zombi e magie, con i Re Magi che sono tre ladroni che si incontrano per caso e salvano il Bambino.

Come le è venuta in mente una storia del genere?

All’improvviso, in piena estate, guidando sulla Robertson, a Los Angeles, per riportare un film da Blockbuster. Mi è ronzata in testa una semplice domanda: chi erano i Re Magi?, e cosa facevano lì quella notte? Così ho iniziato la ricerca: tornato a casa ho letto i Vangeli di Luca e Matteo, dove sono più citati i Re Magi, poi ho cercato le tradizioni in cui spuntano quei tre saggi nei secoli successivi. Mi ha subito colpito che ci sono un sacco di leggende su di loro, ma se ne parla poco nel Nuovo Testamento, giusto una manciata di righe. Vengono da Est, vanno da Erode, bruciano incenso e mirra, si presentano alla mangiatoia e non fanno nient’altro di cui parlare, ma partecipano alla più famosa nascita di tutti i tempi: perché non raccontarla attraverso una lente così sconosciuta?

…e mescolare storia e religione, personaggi storici, come Ponzio Pilato e Re Erode, e altri inventati o appartenenti alla tradizione delle Sacre Scritture?

Sì. Diciamo che io prima di tutto sono un umanista, e la storia e la politica mi hanno sempre affascinato: sono convinto che guardando al nostro passato possiamo cercare un senso a ciò che succede oggi, e capire cosa potrebbe accadere. Al discorso storico in questo caso si aggiunge quello su fede e spiritualità, che sono state una parte importante della mia educazione. Con La bugia di Natale però non ho scritto un libro cristiano, piuttosto un libro “pro-fede” nel senso che, se osservi Baldassarre, lui arriva da non credente e se ne va che crede, e in questo processo cura il suo malessere profondo e comincia a capire il potere stesso della fede. Questa duplice anima, storica e spirituale, all’interno della fiction, è molto importante per me. Mi piacerebbe che persone senza alcuna fede leggessero il libro e dicessero: “Wow!, che cavalcata divertente!”. Poi vorrei che un credente lo leggesse e dicesse: “Wow!, questo libro mi ha toccato nel profondo, spiritualmente”. Non era facile provarci: affrontare storie universali ed esplorare territori nuovi da narratore, cosa sempre eccitante per me.

Non è però la prima volta, per lei. Ha riscritto Jane Austen e la biografia di Lincoln, ora le sacre scritture appoggiandosi a classici della letteratura d’appendice, horror e del fumetto. Dove nasce la sua passione per questo mash up? 

Sono stato a lungo un fan dell’horror, ma allo stesso tempo potrei dire che il 90% delle mie letture sono biografie e storie “non fiction”, come le biografie dei presidenti, che ho sempre amato. Prendiamo il mio libro su Lincoln: com’è nato? Mi piace vagare per librerie e osservare cosa venga letto. Un paio di anni fa, durante il bicentenario lincolniano, quando il film Twilight aveva appena fatto il botto, si trovavano quasi solo biografie di Lincoln e storie di vampiri. Unire le due cose era stato un collegamento istantaneo del mio cervello. Potrei dire che ne è uscito sia il mio rispetto per queste figure storiche che il mio modo di cercare un senso a quel che accade oggi nel mondo.

Cioè una continua lotta tra poteri malvagi e buoni per il controllo del mondo? In effetti, il romanzo non si conclude con l’assassinio di Lincoln, ma arriva agli anni 60. Senza svelare troppo, possiamo dire che alla fine Lincoln assiste al discorso di Martin Luther King del 1963, “I have a dream”. Ci sarà un sequel ambientato da quel periodo?

Per ora posso soltanto dire che sono attualmente al lavoro su qualcosa del genere.

Allora dovremo riparlarne. Ma perché cercare un senso al nostro mondo usando figure del soprannaturale?

Fantasmi, zombie, vampiri hanno avuto successo finché la narrazione ha avuto la funzione di affrontare le nostre paure più profonde: la mortalità, l’amore, la fede e la morte. Paure di tutti. Gli zombi sono stati una facile metafora per i tempi più duri: numerosi gruppi di esseri demoniaci senza faccia né cervello che cercano instancabilmente di distruggerti senza pensare ad altro. Il successo dei vampiri ha invece a che fare con la nostra paura della morte e la ricerca dell’immortalità. Anche se oggi, grazie al cinema, pensiamo che i vampiri dovrebbero essere sexy, sono figure spaventose da decapitare alla prima occasione possibile, e vorrei riportare tutti a considerarli tali. Diciamo che per quanto io scriva con ironia, vorrei davvero anche spaventare i lettori, perché da sempre abbiamo sovrapposto queste creature alle nostre paure, e ancora oggi possiamo farlo. E penso che più le cose peggioreranno nel mondo, più crescerà l’interesse per l’horror.

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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