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Intervista a Steven Knight

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e accolto come uno dei migliori film del festival, esce il 30 aprile nelle sale italiane per la Good Films Locke, scritto e diretto da Steven Knight. Già sceneggiatore per Stephen Frears (Piccoli affari sporchi) e David Cronenberg (La promessa dell’assassino), Knight ha esordito alla regia lo scorso anno con il thriller Redemption – Identità nascoste, interpretato da Jason Statham. Interamente girata dentro una BMW che da Birmingham si dirige a Londra, la sua opera seconda prende il titolo dal cognome dell’uomo che è dentro l’auto, Ivan Locke, interpretato dall’attore inglese Tom Hardy.

Impeccabile nel suo quasi monologo in un marcato accento gallese, Locke si dirige al St. Mary’s Hospital di Londra dove una donna (Bethan, a cui dà la voce Olivia Colman) con la quale ha passato una sola notte di sesso sta per partorire un figlio che è suo. Nel viaggio in auto che dura gli 85 minuti del film, le telefonate di Locke ci permettono di ricostruirne la vita: una moglie, Katrina (di Ruth Wilson la voce), due figli adolescenti entrambi maschi, Eddie e Sean (voci di Tom Holland e Bill Milner), e un lavoro stabile da costruttore edile. Un padre e marito devoto e lavoratore zelante la cui identità andrà alle ortiche nell’attimo in cui decide che l’unico gesto responsabile del suo presente è assistere, su richiesta di una donna che non conosce tanto bene e nemmeno ama, alla nascita di un figlio assolutamente non previsto. “Credo che l’idea di responsabilità sia legata al sacrificio”, dice Knight spiegando come a definire protagonista e film sia la primissima scena in cui Locke in automobile, uscendo fuori da Birmingham, invece di girare a destra di colpo gira a sinistra. “Essere responsabile per Locke, in quel determinato momento, significa sacrificare lavoro e matrimonio. Fa una scelta che non per tutti è giusta, e che per certi versi è anche egoistica. Spero che il pubblico si chieda se stia facendo la cosa giusta”.

Il pubblico più che darsi delle risposte, probabilmente si fa delle domande.

Esatto, ed è giusto che sia così. Locke è irremovibile, e anche se sa che così si allontanerà da se stesso, da quella che è stata la sua vita fino a quel momento, nella sua mente è la cosa giusta da fare. Lo spettatore è con lui tutto il tempo, ma non può in nessun modo condizionare la sua scelta.

Nel film i ruoli di genere sono in qualche modo definiti. Locke non poteva che essere un uomo, padre e marito. Dalle prime proiezioni si è fatto un’idea se il film piace più agli uomini che le donne?

Sì, e sono rimasto sorpreso dal costatare che piace più alle donne, soprattutto alle madri. A San Francisco, dopo una delle prime proiezioni del film, è stato chiesto espressamente alle donne in sala se il film era piaciuto, e il 99 percento ha risposto di sì.

Perché secondo lei?

Perché Locke cerca comunque di fare, di rimediare agli errori commessi. Anche se è consapevole che le sue scelte avranno delle conseguenze su di sé e sugli altri.

Perché ha scelto proprio quel tragitto, da Birmingham a Londra?

Perché è una strada che conosco bene, sono cresciuto a Birmingham e l’ho fatta un’infinità di volte. Bisogna fare due autostrade, la M6 e poi la M1, due ore di viaggio in tutto. Se le fai di notte le luci che illuminano la strada sono bellissime.

A lei piace guidare?

Sì. Mi piace la solitudine tutta particolare che si ha dentro una macchina mentre si guida. Il corpo guida e la mente è per i fatti suoi. Pensi alle cose da fare, ai progetti futuri, al passato. La gente in macchina parla da sola. Sei solo a modo tuo.

Locke però di fatto è sempre al telefono, non è mai veramente da solo.

Sì, è vero, e come fenomeno è abbastanza moderno e anche interessante. Il telefono trasforma il tempo trascorso nell’abitacolo di una macchina da solo in una prova di recitazione. A ogni telefonata sei costretto a interpretare un ruolo che ti definisce: marito, padre, amante, impiegato, datore di lavoro. Ti relazioni con chi è dall’altra parte del telefono, e quella relazione ti definisce il tempo della telefonata.

Il film lo ha girato da qualche parte tra Birmingham e Londra?

Lo abbiamo girato sulla M25, l’autostrada che circonda Londra, dov’era Tom Hardy in macchina. E tutti gli attori che hanno dato le voci alle persone con cui parlava al telefono erano in una stanza d’albergo. Il film è stato girato in otto notti, nella stessa sequenza delle telefonate del film, tutte telefonate che accadevano realmente mentre veniva girato il film.

È una sceneggiatura che ha scritto sapendo già che l’avrebbe diretta?

Sì, avevo appena girato un film più convenzionale, e volevo provare a fare un film che fosse completamente diverso, più sperimentale.

Quando scrive una sceneggiatura di un film che sa già poi dirigerà scrive in modo diverso?

Sì, scrivo in modo meno dettagliato. Anche i dialoghi sono più brevi, affidando in parte le battute agli attori. Se tra me che scrivo e gli attori che interpretano c’è in mezzo un regista devo necessariamente essere più preciso, devo scrivere tutto. Quando scrivi la sceneggiatura di un film, mentre la scrivi immagini tutto visivamente. Se poi sarai tu a dirigerlo sai in partenza che la distanza tra il come lo hai immaginato e il film finito sarà minima. Se sarà un altro a dirigere il film, in fase di scrittura devi ridurre al minimo quella distanza.

Adesso sta lavorando alla sceneggiatura di un remake di Rebecca – La prima moglie. Lo dirigerà lei?

No.

Perché?

Perché è un film troppo convenzionale. A me piace sperimentare, lascio che siano altri a dirigere i film più convenzionali.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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