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Il capitalismo destabilizzato. Intervista a Ulrich Beck

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Ieri è morto il sociologo Ulrich Beck. Pubblichiamo un’intervista di Giuliano Battiston tratta dalla rivista “Lo Straniero”, n.120, giugno 2010. L’intervista è stata pubblicata anche in Per un’altra globalizzazione. Interviste di Giuliano Battiston (Edizioni dell’Asino 2010). (Fonte immagine)

Quello di Ulrich Beck, nato nel 1944 nella cittadina di Stolp, oggi in Polonia, e tra i più noti e influenti pensatori europei, è un vero corpo a corpo con la società. Praticato con quella riflessività che secondo questo sociologo tedesco – che insegna alla London School of Economics e all’università Ludwig-Maximilian di Monaco, dove ha fondato e dirige il centro di ricerca Sonderforschungsbereich/Reflexive Modernisation – costituisce la cifra peculiare della seconda modernità. È proprio grazie a uno sguardo critico sull’immaturità storica della sociologia, ancorata all’“insularità seduttiva della coscienza nazionale”, che l’autore de La società del rischio infatti ha potuto incrinare l’orizzonte normativo della sociologia novecentesca, sostituendo al nazionalismo metodologico un immaginario inclusivo e ambivalente. L’unico con cui sia possibile fare i conti col presente e immaginare alternative all’architettura nazionale della politica e della democrazia.

Se “l’ontologia sociale-territoriale” dello Stato-nazione mutila l’immaginazione e ostacola la nostra capacità di azione, perché misconosce la natura della società mondiale del rischio in cui viviamo, sostiene Ulrich Beck, lo “sguardo cosmopolita” ci consente invece di individuare in ogni rischio, oltre all’anticipazione di una catastrofe, il principio di una trasformazione. Un principio latente anche nella crisi economica attuale, da cui potrebbe originarsi “un nuovo modello di modernità”. Abbiamo incontrato Ulrich Beck alla London School of Economics, e con lui abbiamo discusso del suo lavoro e dei rischi e delle opportunità del nostro tempo. Tra i suoi libri più celebri, ricordiamo Modernizzazione riflessiva (con Anthony Giddens e Lash Scott, Asterios 1999); Che cos’è la globalizzazione (ed. aggiornata Carocci 2009),  La società del rischio (2000). Tra quelli più recenti, Costruire la propria vita (Il Mulino 2008), Conditio humana. Il rischio nell’età globale (Laterza 2008), e Il Dio personale (Laterza 2009), dedicato al politeismo soggettivo della religiosità personale, una forma di trascendenza svincolata dalle pretese veritative delle Chiese, e fondata su un Dio “che non conosce infedeli, perché non conosce verità assolute, né gerarchie, eretici, pagani o atei”.  

Iniziamo ragionando su due tra le principali coordinate concettuali e tematiche del suo lavoro, tra loro intimamente legate, come spiega in Un mondo a rischio: la teoria della modernizzazione riflessiva e la tesi della società del rischio. A questo proposito, lei sostiene tra l’altro che “il sistema apparentemente indipendente e autonomo dell’industrialismo ha trasgredito la propria logica e i propri confini”, e che in questo modo abbia innescato un processo di auto-dissoluzione, caratteristico della fase storica in cui la modernizzazione diviene riflessiva. Ci vuole spiegare in che senso “non è la crisi, ma la vittoria della modernità che sta minando le istituzioni fondamentali della prima modernità”? E in che modo il  passaggio dalla “probabilità prevedibile all’incertezza radicale” ci rende membri di una “comunità globale del rischio”?

L’idea fondamentale – formulata già ne La società del rischio ed elaborata nel corso di diversi anni di ricerca presso il centro per la Modernizzazione riflessiva dell’università di Monaco -, è che quanto più la modernizzazione è venuta radicalizzandosi, tanto più le sue conseguenze impreviste hanno minato le istituzioni fondamentali della modernità. Il primo e più evidente esempio, naturalmente, è quello del cambiamento climatico: se globalizziamo i modi e i principi del capitalismo industriale caratteristico delle società degli Stati-nazione, produciamo degli effetti imprevisti che non minacciano solo le istituzioni della modernità, ma l’umanità intera e la natura. Questo risultato, si badi bene, non deriva dal fallimento delle istituzioni o dalla mancata applicazione di quei principi, ma al contrario dal successo della modernizzazione industriale, che di per sé produce tali conseguenze. La modernizzazione riflessiva è dunque un processo attraverso il quale tutte le istituzioni che abbiamo edificato e disegnato –  dalla scienza all’economia, dalla famiglia allo Stato, dal welfare state all’apparato militare -, e che abbiamo ritenuto producessero e riproducessero l’ordine della società, cominciano a perdere la propria funzionalità. Si consideri la scienza – nel diciannovesimo secolo una vera e propria religione in cui credere -, la quale, in un mondo che si stava modernizzando, e che quindi creava nuove preoccupazioni e ansie, sembrava potesse garantire nuove certezze e garanzie.

Oggi al contrario ci accorgiamo che quante più prospettive scientifiche introduciamo tanto è più improbabile che producano certezze. Si tratta di quel processo a cui mi riferisco parlando di incertezze fabbricate, artificiali: quelle incertezze prodotte proprio mediante le risorse e i metodi con i quali pensavamo – e pensiamo – di governare l’incertezza: nel momento in cui cerchiamo di dominare e gestire l’incertezza, dunque, non facciamo altro che produrne nuove forme. È secondo questa logica che possiamo leggere fenomeni come quello della “mucca pazza”, di cui, nonostante gli investimenti nel campo scientifico, sappiamo ancora troppo poco, e su cui più ci interroghiamo e più rischiamo di capirne meno. Oppure i fenomeni legati al rischio finanziario: molti economisti ritenevano di disporre di un modello in grado di controllare e gestire i rischi finanziari. Un’idea che sulla base della mia teoria ho sempre rifiutato. Oggi le incertezze fabbricate in campo finanziario hanno prodotto infatti vere catastrofi, mentre gli attori economici continuano a evitare di pensare alle nuove incertezze da loro fabbricate. Parlando di radicalizzazione dei principi della modernità, dunque, intendo dire che questi principi – che si tratti della produzione industriale o dell’economia di mercato – stanno producendo degli effetti collaterali che minacciano le fondamenta della stessa modernità. E che parallelamente innescano un processo di delegittimazione delle istituzioni della prima modernità in tutti gli ambiti, dalla scienza alla famiglia, dal welfare stare all’occupazione, dall’università all’educazione. In ognuno di questi settori ci aspettiamo il soddisfacimento di vecchi funzioni, e continuiamo a ragionare avendo ancora in mente vecchi paradigmi. Ormai inadeguati alle nuove realtà che produciamo quotidianamente.

 “Si obietta spesso – scrive in Un mondo a rischio – che il concetto di ‘società mondiale del rischio’ incoraggi una forma di neo-spenglerismo, ostacolando l’azione politica”. In realtà – sostiene lei – è l’opposto, dal momento che la società diviene riflessiva proprio in quanto società del rischio. I rischi, infatti, “destabilizzano l’ordine esistente, ma possono anche essere considerati come un passaggio vitale verso la costruzione di nuove istituzioni”. Cosa intende quando, ancora in Conditio humana, parla di una “funzione di rischiaramento del rischio”, che può inaspettatamente liberare un “momento cosmopolitico”?

Credo  che i rischi di natura globale stiano attivando una riflessività globale dei rischi, e che parlare di rischi e riflettere sui rischi su scala globale sia parte dello stesso processo. Chi avrebbe mai creduto, per esempio, che i principi fondamentali dell’economia capitalistica di mercato sarebbero stati messi in discussione? Certo, può darsi che ce ne siamo presto dimenticati, ma rimane il fatto che per un momento è accaduto, ed è accaduto grazie alla riflessività globale sui rischi. La funzione di rischiaramento dei rischi è proprio questa: si crea un momento specifico, una finestra di opportunità, durante la quale le istituzioni che tutti ritenevano indiscutibili diventano parte del dibattito politico, si configurano nuove relazioni di potere e i senza potere, improvvisamente, possono ottenerne in una certa misura. È successo a Copenhagen, quando i paesi più colpiti dal cambiamento climatico ma anche meno in grado di reagirvi hanno finalmente avuto una voce in capitolo. E non solo. Grazie a questo processo di riflessività, per la prima volta questi paesi “sottosviluppati” hanno preso coscienza di poter disporre di un elemento di potere. Perché, se non verranno inclusi nelle trattative, collasserà l’idea stessa di un consenso futuro, senza il quale è impossibile immaginare soluzioni. Con la società globale del rischio, dunque, le relazioni di potere fondamentali, le strutture istituzionali, le disuguaglianze sociali, diventano parte della riflessività pubblica in differenti paesi. E su scala mondiale.

A proposito di Copenhagen: sin dal suo primo libro dedicato alla società del rischio, lei ha sempre prestato attenzione alle crisi ambientali, in particolare al cambiamento climatico e alle sue conseguenze. In Conversations with Ulrich Beck, per esempio, scrive che “la prima modernità si fonda su una netta distinzione tra società e natura. La natura è concepita come il ‘fuori’ della società, e come una risorsa e un pozzo funzionalmente infiniti”. Ritiene che gli attivisti per la giustizia ambientale siamo ormai consapevoli che, come suggerisce in Un mondo a rischio, non dovremmo considerare più “i problemi dell’ambiente nel senso del mondo che ci circonda (Umwelt), ma come problemi che investono il mondo interno (Innenwelt) della società”? In altri termini, sta forse emergendo quella “democrazia ecologica” che dovrebbe “aprirci gli occhi sull’immaturità della prima civiltà industriale e sui pericoli che essa pone a se stessa” (Cos’è la globalizzazione?)?

Se ci si limita a considerare l’ambiente solo come un ambiente, come un involucro esterno, non si perde soltanto la possibilità di comprendere le ragioni profonde del movimento ambientalista, ma si compromette la stessa capacità politica di trovare soluzioni. Che possono arrivare soltanto se si riconosce la combinazione tra natura e società, da cui derivano i problemi attuali. Che si stia costruendo una democrazia ecologica, invece, è una questione ancora aperta. Mi convince molto l’idea di Bruno Latour, che parla di un “Parlamento delle cose”, sulla base dell’idea che tutte le cose siano parte dei network in cui siamo coinvolti, e che dunque debbano avere “voce propria” nel dominio pubblico. Probabilmente, in questo senso si potrebbe dire che il cambiamento climatico sia un modo attraverso il quale viene articolata ed espressa la voce di cose, animali e persone. Tuttavia, mi sembra che finora non ci siano le basi materiali per questo tipo di partecipazione. Direi il contrario, piuttosto. I climatologi e gli scienziati coinvolti nella questione del cambiamento climatico sono convinti e provano a convincerci che si debba fare qualcosa subito, urgentemente. E che altrimenti non ci rimarrà molto da fare.

Da parte mia, devo confessare di essere un po’ scettico al riguardo: da molto tempo so infatti che il pericolo e la percezione del pericolo generano “inevitabilmente” una risposta tecnocratica. Una risposta tecnocratica che oggi assume sempre più importanza, poiché quanto più questi scienziati che sostengono di sapere quel che sta accadendo affermano che l’umanità è in pericolo, tanto più si afferma la voce tecnocratica. Ma rivendicando una forma di sistema politico tecnocratico, non si fa altro che mettere in discussione la democrazia. Proprio per questo sono convinto che sia importante dimostrare come anche nel caso del cambiamento climatico la democrazia e le sue procedure siano la condizione per trovare soluzioni vere. Dopotutto, è una questione che è stata sollevata non dagli scienziati o dai governi, ma dai movimenti della società civile, che hanno faticosamente conquistato la possibilità di sollevare la voce in pubblico su questi argomenti. In questo senso, la questione è emersa sulla base di condizioni democratiche. E non potranno esserci soluzioni senza consenso. Un consenso che, a sua volta, potrà essere costruito solo attraverso le istituzioni democratiche, anche se non è semplice far valere questa posizione nel dibattito pubblico, visto che le visioni tecnocratiche che si stanno imponendo nel dibattito pubblico sottovalutano il bisogno di consenso. L’idea che ci possa essere qualcuno che indichi al mondo quale direzione debba seguire è comunque un completo non-sense. E può solo essere frutto di una visione tecnocratica elaborata da qualcuno che non ha mai pensato seriamente al funzionamento della società e della politica. Si potrebbe dire che senza un processo democratico non ci potrà essere alcuna vera consapevolezza – e soluzione – del problema ambientale. 

Torniamo al concetto di cosmopolitismo. In Power in the Global Age, lei si sofferma su un’idea interessante e teoricamente “ambiziosa”, su cui da qualche tempo si interrogano politologi e attivisti, perlomeno quelli che avvertono la limitatezza di una teoria e di una pratica ancorate all’ambito nazionale. L’idea che, liberata da quelle “origini nell’universalismo imperiale” di cui lei si mostra ben consapevole nei suoi testi, la funzione di “rischiaramento” del cosmopolitismo possa contribuire all’affermazione di un’architettura politica nuova, “che potremmo chiamare stato cosmopolita”. Ci direbbe qualcosa di più a proposito di questa idea di un “modello organizzativo di democrazia deterritorializzata”?

Credo che l’Unione europea possa rappresentare un modello in questa direzione, perlomeno in una certa misura. Sfortunatamente, però, esistono ancora molte incomprensioni su ciò che essa rappresenta, e a causa di una certa interpretazione della modernità – basata sulla matrice dello Stato-nazione – anche gli scienziati sociali sembrano incapaci di capire effettivamente di cosa si parla, quando si parla della novità politico-istituzionale dell’Unione europea. Secondo la griglia analitica dello Stato-nazione, infatti, può esserci solo una grande nazione (che si tratti di una nazione europea, di uno Stato federale, di un super-Stato), oppure diversi e singoli Stati nazionali, e dunque non l’Europa intesa come corpo politico comune. Tale griglia analitica, dunque, prevede una situazione di alternativa radicale e oppositiva, del tipo “o/o”, dove a escludersi a vicenda sono da un lato gli Stati-nazione e dall’altro lo Stato europeo. Ritengo che questa tendenza interpretativa costituisca il più grande equivoco e il più grave ostacolo verso un’auto-riflessione produttiva sull’Europa. Allo stesso tempo, mi sembra importante ricordare come anche la burocrazia europea, la cui immagine negativa è ampiamente diffusa, sia in realtà molto “snella”, sicuramente più snella, anche se peggio organizzata, di quella di città come Berlino, Londra o Parigi. Inoltre, e questa è la cosa più importante, il modello costituzionale e di funzionamento dell’Unione europea prevede che le leggi che passano il vaglio delle istituzioni europee debbano poi essere adottate e attuate dallo Stato-nazione, secondo una procedura che riflette una combinazione di sovranità nazionale e cooperazione tra Stati-nazione. Un procedimento, dunque, molto diverso dal funzionamento di una grande nazione. Ed è proprio questa cooperazione a far sì che non si dia semplice diminuzione della sovranità, quanto, piuttosto, uno spostamento e un incremento della sovranità, anche a livello nazionale.

Prendiamo un esempio: ricorderà anche lei il presidente polacco che si opponeva con forza al progetto europeo, verso cui sollevava ogni tipo di obiezione. Ebbene, il presidente polacco poteva dirsi contrario al progetto europeo proprio in quanto membro dell’Unione europea. Nel caso in cui la Polonia non ne avesse fatto parte, invece, nessuno avrebbe preso in considerazione le sue parole. In questi termini, è solo l’Unione europea che, in virtù di una sovranità condivisa e combinata, comune e partecipata, attribuisce potere a ogni sorta di Stato, anche ai meno rilevanti politicamente, un potere molto più ampio di quello che tali Stati potrebbero ottenere se non ne facessero parte. Credo dunque che l’Unione europea vada in direzione di una cosmopolitizzazione degli Stati. Questo equivale a dire che occorre lavorare nel senso della cooperazione. Una cooperazione difficile da costruire a causa dei fraintendimenti molto comuni sull’identità e sulla sovranità nazionali. Prendiamo il caso della Grecia: la Grecia è parte della Germania? La Germania della Grecia? Nessuno lo pensa, eppure in qualche modo è così, perché entrambi i paesi fanno parte dell’Europa. Non esiste da una parte la Grecia e dall’altra la Germania, intesi come paesi distinti. Esistono piuttosto una Grecia europeizzata e una Germania europeizzata. E visto che questa è la situazione, quel che è accaduto e accade in Grecia è estremamente importante per la Germania e per tutti gli altri paesi dell’Unione europea. La cui architettura politico-istituzionale, che tende alla cosmopolitizzazione degli Stati, è ostacolata dal fatto che gli Stati nazionali non sono divenuti evanescenti o del tutto irrilevanti, e devono imparare a combinare le proprie azioni e a interagire reciprocamente. Così facendo potranno accrescere la propria sovranità. Non diminuirla.

A dispetto di questa cosmopolitizzazione degli Stati, molti studiosi – per non parlare dei politici – sono ancora inclini a ragionare secondo quello che lei, sulla scorta di A.D. Smith, definisce “nazionalismo metodologico”. Questa “premessa fondamentale della società” – in base alla quale si ritiene che i confini della società coincidano con quelli dello Stato nazionale – agisce secondo lei come un “blocco mentale implicito”, a causa del quale molti autori credono che l’età globale implichi “la fine dello Stato nazionale e dunque della democrazia” . Al contrario, lei sostiene che “le idee di statualità e di sovranità statale non sono divenute superflue”, ma che debbano essere “ridefinite ed estese in una direzione cosmopolita” (Lo sguardo cosmopolita). Ci vuole spiegare cosa intende quando, ne La società cosmopolita, afferma che “per sfuggire alla trappola della nazionalità con il pensiero e con l’azione sarà necessario distinguere tra autonomia e sovranità”, sostituendo l’orizzonte della sovranità esclusiva con “il mondo immaginativo della sovranità inclusiva” (Cos’è la globalizzazione?)?

Si tratta di una distinzione davvero fondamentale. Perché per esempio si può perdere l’autonomia in quanto membri dell’Unione europea, o perché condizionati dai finanziamenti del Fondo monetario internazionale, ma in alcuni casi, laddove vengano soddisfatte condizioni specifiche, si può accrescere la sovranità proprio perdendo autonomia, dal momento che, come sostengo ne La società cosmopolita, la sovranità condivisa aumenta la sovranità piuttosto che ridurla. Se adottiamo il punto di vista degli Stati nazionali, infatti, ci accorgiamo che i problemi legati ai processi migratori si possono risolvere solo a livello transnazionale; e solo a questo livello si possono contrastare i network criminali di natura transnazionale e cosmopolita, che ormai sanno usare a proprio vantaggio – aumentando il potere e la solidità delle proprie strutture criminali – le differenze tra i diversi sistemi legali nazionali (come d’altronde fanno già da tempo le corporation transnazionali). In tutti questi casi, dunque, rinunciando all’autonomia, e condividendo la sovranità grazie alla cooperazione tra Stati diversi, si possono ottenere soluzioni pragmatiche a problemi reali. Mentre a livello nazionale si continua a parlare e a dibattere, senza poter indicare soluzioni efficaci. Non è un caso che, a dispetto di coloro che vengono eletti, si manifesti sempre una certa disaffezione per l’incapacità dei politici di agire concretamente. In questi casi non ci si accorge che le diverse contraddizioni che emergono a livello nazionale dipendono dal fatto che, a tale livello, non ci sono più gli strumenti e le risorse necessarie a fronteggiare problemi di natura inedita.

A livello nazionale l’idea di sovranità sta dunque diventando fittizia: non riflette più una pratica politica reale, ma soltanto un’idea presente nella testa della gente. Senz’altro, non rappresenta più la prima e più essenziale risposta alle tante questioni che il nazionale deve affrontare, visto che tali questioni investono un ambito transnazionale. Per questo ritengo necessarie una nuova combinazione di poteri e una nuova cooperazione. Si pensi, ancora una volta, alla questione del cambiamento climatico. Oppure alla crisi dell’euro, che tutti conosciamo. Anche in questo caso è abbastanza ovvio dire che, nel caso dovessimo rimanere ancorati alla prospettiva nazionale, ci troveremmo per la prima volta di fronte a una crisi reale dell’euro, proprio a causa di una mancata risposta europea al sistema finanziario già europeizzato. Le nazioni sembrano ancora essere sovrane; in realtà non sono più in grado di fronteggiare singolarmente problemi che eccedono la cornice nazionale, e che rientrano in un quadro politico molto più complesso e articolato. A queste condizioni, perdere autonomia e condividere sovranità può tradursi in un incremento della sovranità nazionale: nell’aumento della possibilità di risolvere problemi. Si tratta di quel principio paradossale di cui scrivo in Un mondo a rischio, secondo il quale non è la sovranità nazionale a rendere possibile la cooperazione, ma la cooperazione transnazionale a rendere possibile la sovranità nazionale. O, detta in altri termini, dell’idea secondo cui riduzione dell’autonomia nazionale e aumento della sovranità nazionale non si escludono.

Ad assumere nuove configurazioni, però, non è solo il rapporto tra autonomia e sovranità nazionale, ma anche il potere e l’autorità, il modo in cui si esercitano e si manifestano. In Otto tesi per ridefinire il potere nell’era globale, uno dei saggi raccolti ne La società cosmopolita, lei descrive le caratteristiche di un nuovo potere globale, qualitativamente differente da quello territoriale dello Stato-nazione: il potere, soft e diffuso, delle multinazionali di “non investire capitali”, di “non entrare nei paesi”. Ci spiega perché questa forma di potere è “più efficacemente coercitiva del potere militare dello stato-nazione”?  

Per due ragioni principali. Innanzitutto perché si tratta, molto semplicemente, del “potere di non”: di non investire in un paese e di farlo in un altro, per esempio. Questo potere non ha bisogno di una base territoriale, non ha bisogno di invadere territori, di entrare e occupare un determinato paese, ma può limitarsi a minacciare che non investirà in un certo paese, e che, laddove le condizioni in quel paese non venissero modificate a suo favore, investirà altrove. È un potere che è in nessun luogo e allo stesso tempo ovunque; che non viene da un luogo particolare e che allo stesso tempo può andare ovunque. Inoltre, può essere adoperato anche come dispositivo retorico. In questo senso credo che il discorso, ampiamente riduttivo, sulla globalizzazione economica sia parte di questa strategia retorica. Mediante tale strategia si diffonde infatti l’idea che, qualora uno Stato non dovesse comportarsi nel modo in cui il mercato pretende, gli accadrà qualcosa di negativo. Per riassumere, si tratta di un potere autosufficiente, che non ha bisogno di nessun altra risorsa per affermarsi. Il secondo aspetto di cui tener conto per comprenderne l’efficacia è che questo potere non necessita di legittimazione politica. Non esiste un sistema democratico di voto che ne debba giustificare l’esistenza o l’azione, anche solo a livello formale. Se non si vuole investire in un certo paese, non si è tenuti a dare nessuna giustificazione pubblica.

Allo stesso modo, si può decidere di esercitare questo potere dove si preferisce senza doverne spiegare le ragioni. Proprio per questo viene presentato come un potere non politico, come l’espressione neutra della pura razionalità economica, piuttosto che come il risultato di decisioni e orientamenti politici. Coloro che contribuiscono a delineare il funzionamento di questo tipo di potere, sostengono di non fare politica, di esercitare soltanto le funzioni, razionalmente motivate, che guidano l’investimento di soldi e risorse. In questi termini, questo nuovo potere globale non ha bisogno di appellarsi a tutti quegli strumenti e procedure a cui deve necessariamente far ricorso anche il potere militare, che dopotutto ha bisogno di un certo consenso democratico. Il nuovo potere globale, liberato da questi vincoli, mantiene un’enorme possibilità di influenzare le politiche statali, grazie alla sola capacità di creare aspettative circa l’eventualità che possa dire un semplice “no”.

Facciamo un passo indietro, tornando alla crisi economica a cui ha fatto riferimento:  l’economia mondiale – ha ribadito spesso in passato – è una delle principali fonti di rischio globale. Ora che si è verificata quella “crisi globalmente sincronizzata” che paventava già in suo testo di dieci anni fa, cosa ci dobbiamo aspettare? Ritiene che, come pronosticava allora, “la legge di ferro della globalizzazione del libero mercato rischi di collassare” insieme all’ideologia ad essa connessa, e che si stia  verificando “un’inversione della politica neoliberista – non l’economicizzazione della politica, ma la politicizzazione dell’economia”? O le sembra piuttosto che il pensiero e le politiche economiche siano ancora soggiogate dalla  “seduttività dell’ideologia neoliberista”? 

Direi che oggi a prevalere sia il primo orientamento. La politicizzazione dell’economia è evidente in primo luogo nella trasformazione di alcuni governi nazionali in Stati “socialisti”, che hanno inaugurato un nuovo socialismo di Stato destinato a ricchi, a banche e banchieri. Ma avviene anche secondo direzioni opposte e diverse. Lo dimostra il caso della Grecia, e quello di molti altri paesi in bilico, l’Italia in qualche modo, la Spagna, l’Islanda e via dicendo. In questi paesi, ci si chiede chi potrà mai risolvere i problemi delle banche radicate nelle economie statali e interstatali. La crisi, dunque, è ancora in corso, e c’è una effettiva politicizzazione dell’economia, ma le istituzioni statali dimostrano di essere del tutto inefficaci. Su questo – mi preme sottolinearlo – si è consumato un grande equivoco: per un certo periodo si è creduto che fosse “tornato” lo Stato-nazione. Ora ci si accorge invece che lo Stato-nazione, piuttosto che intervenire e dimostrare la sua intatta solidità, è in bancarotta, in dissoluzione. Si pensi alla Germania, uno dei paesi più ricchi del mondo: nonostante ciò, a livello comunale la Germania non ha più soldi e deve chiudere centinaia di attività ed esercizi diversi, dalle piscine ai teatri. In linea generale, dunque, credo che effettivamente si stia verificando una politicizzazione dell’economia.

C’è però un aspetto della situazione generale che all’epoca avevo sottostimato. Nonostante il suo collasso, infatti, il neoliberismo è ancora in piedi: alternative reali non esistono. Quando si è dissolto il sistema comunista, il panorama era saturo di ogni sorta di ideologia democratica e neoliberale e di saperi “antagonisti”. Invece, oggi che è il neoliberismo a dissolversi, non esiste una vera e propria teoria o un sapere “maturo” che possa sostituirlo. Anche per questo Obama, che avrebbe potuto tentare risposte istituzionali inedite, si appoggia ai “vecchi” esperti. D’altronde, chi sono coloro che delineano i nuovi criteri di regolamentazione? Proprio quelli che, pochi anni fa, hanno deciso che non ce ne fosse bisogno. Ma senza vere alternative, la crisi potrà riprodursi ancora e poi ancora. Sarà difficile uscirne senza un diverso modello.

Secondo alcuni commentatori, in mancanza di orizzonti e progetti politico-sociali alternativi che non siano effimeri, il modello neoliberista, per quanto indebolito, è destinato a rimanere egemonico ancora a lungo. C’è chi sostiene invece che, sotto le apparenze, questo modello sia ormai irrimediabilmente incrinato, anche se a causa delle sue stesse contraddizioni, piuttosto che per l’azione di quanti lo hanno contestato. Sarebbe d’accordo nel definirlo un modello ancora al potere, benché privo di legittimità?

È così: il sistema capitalistico, e la declinazione neoliberista che ha assunto negli ultimi decenni, è del tutto delegittimato. La crisi ne ha compromesso la legittimità. Dal punto di vista sociologico, la situazione è estremamente interessante, proprio perché critica. Le vecchi istituzioni ancora funzionano, i vecchi attori continuano ad operare più o meno come in passato. Eppure, il sistema ha ormai assunto una fisionomia del tutto nuova, proprio perché privo di legittimità. E risulta imparagonabile a quello che era solo dieci anni fa. In una situazione tale, può davvero accadere di tutto. Improvvisamente. Nessuno è in grado di formulare ipotesi future plausibili. Quelli che reputiamo “esperti”, guardano nella stessa direzione di sempre, cercando di riprodurre il vecchio ordine, senza accorgersi che un numero incredibile di persone non vi si identifica più. Ed è particolarmente significativo che ciò avvenga anche nella classe media, tra i professionisti, gli studenti, e via dicendo. Ci troviamo dunque in una situazione davvero complicata, perché un sistema apparentemente stabile ha perso la propria legittimità. È curioso osservare, poi, come in questa occasione sia successo solo in parte quel che è accaduto dopo Chernobyl, quando l’intero complesso industriale dell’energia atomica ebbe dei problemi, e gli esperti furono costretti ad ammettere pubblicamente limiti ed errori. Con la crisi finanziaria, ciò è avvenuto parzialmente, con i dibattiti sugli stipendi dei manager e sulle disparità salariali. Che riflettono comunque nuovi conflitti sociali, anche se parziali, e nascono proprio dal venir meno della forza di legittimazione del sistema.

Gli scenari possibili, a questo punto, sono tantissimi. Assumiamo per esempio che la “malattia greca” contagi anche gli Stati Uniti, e che anche gli Stati Uniti rischino la bancarotta. È uno scenario per ora improbabile, ma che tutto sommato potrebbe anche verificarsi, nei prossimi due o tre anni. In questo caso, la situazione sarebbe diversa: improvvisamente, i poteri occidentali e le istituzioni ad essi connesse si troverebbe in guai molto seri. E potrebbe davvero emergere un nuovo modello di modernità. Fare ipotesi sul futuro è estremamente complicato, oggi. Ad ogni modo, bisogna cominciare con il riconoscere che il sistema capitalistico come lo conosciamo è ormai destabilizzato.

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
Commenti
3 Commenti a “Il capitalismo destabilizzato. Intervista a Ulrich Beck”
  1. quasi|scrive scrive:

    Beck anni fa pubblicò un libro tradotto in italiano per Carocci con il titolo “Lo sguardo cosmopolita”. L’opera fu finanziata dalla Fondazione Volkswagen.

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  1. […] di Giuliano Battiston pubblicato domenica, 4 gennaio 2015 · Aggiungi un commento […]

  2. […] buona parte del pensiero politico moderno (Weber docet) che la sovranità sia unica e indivisibile. Così, per esempio, Beck: “secondo la griglia analitica dello Stato-nazione, può esserci solo una grande nazione (che si […]



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