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Intervista a Zerocalcare

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Dal nostro archivio, un’intervista di Iacopo Barison a Zerocalcare apparsa su minima&moralia il 23 gennaio 2014. (L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Ormai, Zerocalcare è un fenomeno consolidato. Per forza di cose, tutti noi dobbiamo farci i conti. È inevitabile, non si può più criticarlo a priori o bollarlo come impostore: Zerocalcare è una realtà tangibile.

Nonostante ciò, è il tipo che ti invia un sms e ti scrive: “Scusa, stavo dando ripetizioni. Per l’intervista, facciamo quando vuoi”. È il tipo che si imbarazza quando gli fai un complimento – anzi, si difende proprio, mette su uno scudo di umiltà e paranoia e rifugge dai tuoi giudizi entusiasti. È anche il tipo che si rifiuta di commercializzare i gadget, che non vuole andare in televisione, che non disegna strisce sui quotidiani.

Niente sembra smuoverlo, niente sembra cambiarlo, nemmeno la notizia che Valerio Mastandrea dirigerà il film de La profezia dell’armadillo.

Io gliel’ho detto, prima dell’intervista: “Se trovassi una t-shirt coi tuoi disegni, non penserei che sei un venduto. Anzi, la comprerei di sicuro”.

“Anche no”, mi ha risposto, poi abbiamo continuato a parlare.

Io: Quando hai capito che “fare i disegnini” sarebbe stato, più che il tuo futuro lavoro, la tua vocazione come individuo? C’è stato un momento particolare?

Zerocalcare: No… senza apparire ingrato, perché sono contentissimo di tutto quello che mi sta accadendo, posso dire che io non ho mai avuto e non ho la vocazione, il sacro fuoco, questa roba qua. Anzi, vivevo con estrema difficoltà il fatto che questa roba si sia mangiata quasi tutta la mia vita, e che la mia identità si sia sovrapposta a quella del disegnatore. Nel senso, per me era un modo per non lavorare in aeroporto, per non fare le ripetizioni, eccetera. Cioè, all’interno della scena che frequentavo, della mia comunità, che era quella dei centri sociali e del punk, era diventato una specie di tratto distintivo, una cosa che mi riusciva bene, però non è che io abbia la vocazione del disegnatore.

Io: Ok. Quindi non hai mai visto un tuo disegno e detto: “Cazzo, sono proprio bravo!”. Oppure: “Be’, sono più bravo degli altri”.

Zerocalcare: No, anzi, io ho il complesso di inferiorità verso tutto il mondo. Nel senso, sia come disegno che come sceneggiatura. Non riuscirei mai a essere solo sceneggiatore, perché ho troppe lacune, e allo stesso modo non riuscirei mai essere solo disegnatore.

Io: Con La profezia dell’armadillo hai avuto un successo travolgente. Dopo, coi libri successivi, ancora di più. Al di là dei lati positivi del successo, uno si fa l’idea che tu non sia propriamente un animale da palcoscenico. Non so, mi sembra che tu viva in modo controverso i bagni di folla, le aspettative sempre più alte, eccetera.

Zerocalcare: Io la vivo supermale, in verità. Da un lato è caratteriale mio, nel senso che sono una persona molto ansiosa, sono un timido. Per tutta la vita, ho cercato di evitare lavori in cui potessi avere l’ansia da prestazione. Il fatto di essermi trovato a fare lavori che comportano un giudizio, è una cosa che mi mette un sacco d’ansia. Poi, c’è il problema che io vengo da una comunità antitetica al mondo di cui parliamo. Per me, questa è una contraddizione gigantesca. Cioè, anche il rapporto con i giornalisti non è scontato. Se io faccio l’intervista per un giornale, e nella pagina prima c’è scritto che vogliono mandare i miei amici in galera, oppure parlano delle occupazioni, è un problema gigantesco, di cui mi devo anche giustificare con me stesso. È una cosa che, in generale, mi mette mille paranoie al giorno…

Io: (Ridendo). Anche quest’intervista ti sta mandando in paranoia?

Zerocalcare: No, perché voi, su m&m, è raro che vi esprimiate su certi temi. Io non ho mai lavorato sui quotidiani perché non potrei mettermici. Mi hanno già chiesto mille volte di fare le strisce sulle prime pagine dei giornali, ma io posso stare nella stessa pagina in cui due righe più su chiedono la galera per i miei amici? Poi, vabbè, su un sacco di cose la pensiamo uguale. Quando ho letto l’articolo su Gli anni spezzati, lì ho pensato: bene, posso fare l’intervista tranquillamente. In generale, però, devo essere io a stabilire qual è l’asticella, qual è il limite da non superare.

Io: Hai l’indubbia capacità di saper rendere interessante il banale, il quotidiano in cui tutti possiamo riconoscerci. Qual è il processo che sta alla base? A un certo punto, c’è il rischio di cadere nel populismo. Come fai a evitarlo?

Zerocalcare: Per me, ad esempio, la striscia di Trenitalia che ho fatto due anni fa, conteneva degli aspetti che erano superpopulisti. Non è che io non mi accorga di questo rischio. Cerco di smarcarlo, di trovare delle chiavi che non siano le peggiori. Dopo che è uscita quella striscia là, io mi sono accorto di questa deriva. Allora volevo raccontare, e poi l’ho fatto, di una sera in cui sono finito al pronto soccorso, e ho dovuto censurare un milione di cose che mi sono successe. Eppure, secondo me erano molto divertenti. Però so che avrebbero generato una sfilza di commenti contro la malasanità, contro gli infermieri, eccetera. Insomma, non mi andava di leggere i commenti di gente che dice: “Sono tutti delle merde!”, così ho censurato quelle parti. Quindi, un lavoro di scrematura lo faccio già alla base, per evitare conseguenze che reputo disgustose. È chiaro, quando parli di robe che coinvolgono tutti, una dose di populismo comunque ci sta, sta là. Io cerco di usare l’autoironia per stemperarle.

Io: In un articolo uscito anche su m&m, Vanni Santoni sottolineava la tua abilità nel far esplodere la cosmogonia della cultura pop. Nei tuoi lavori, è un aspetto che ritorna molto. Quanto conta, per te, questo tipo di approccio?

Zerocalcare: Per me conta un botto, perché queste cose sono parte della mia vita, della mia formazione. Da un lato c’è un espediente, ovvero utilizzare dei personaggi che sono riconosciuti da tutti. È una scorciatoia. Mi consente di dare meno spiegazioni. Se io metto, che cazzo ne so, la faccia di Darth Vader, tutti capiscono che quel personaggio è cattivo. In fondo faccio storie brevi, quindi è un modo per accorciare le spiegazioni. Dall’altro lato, però, Ken il guerriero mi ha plasmato molto, era la mia bussola di valori. Da ragazzino, chiaramente. Adesso sono cresciuto, non è che la mia vita sia improntata sulle scelte di Ken il guerriero. Però era reale quanto Obama. Sono due personaggi che tutti conoscono, che si vedono in televisione e parlano dei valori. Nella mia formazione, quei personaggi erano reali, facevano parte della mia sfera emotiva e del mio quotidiano.

Io: Tu passi con molta naturalezza dal registro ironico a quello malinconico. Non è una cosa da tutti. Lo facevano nella vecchia commedia all’italiana, una cinquantina d’anni fa, poi è una cosa che si è un po’ persa. Quando devi far ridere, ti ispiri a qualcuno? Hai dei maestri?

Zerocalcare: In genere mi viene spontaneo. Io ho sempre delle remore a fare nomi di maestri o quant’altro, perché penso sempre che la gente possa rispondermi: “Vaffanculo, come osi metterti nella stessa frase di questo o di quello”.

Io: (Lo interrompo). Ecco, queste sono le paranoie che vengono fuori.

Zerocalcare: (Ride). Non so, ci sono delle cose che mi fanno molto ridere, da Calvin & Hobbes a Rat-Man. In realtà, se ho mai copiato qualcosa, l’ho fatto da alcuni blogger francesi, che hanno proprio quel tipo di forma. Rispetto alla malinconia, quando ho disegnato le prime cose con l’armadillo, che erano incentrate sulla morte, io volevo fare qualcosa di malinconico e basta. Poi mi sono accorto di non avere la bravura per tenere quel registro in maniera decente. Non volevo fare dei polpettoni emo e piagnucolosi, così mi sono imposto di mettere degli inserti che facessero ridere. Volevo stemperare un po’. Quindi, è più per la mia incapacità di tenere un livello di malinconia costante. Non è che io sappia dosare chissà come…

Io: Leggendoti, ho sempre l’impressione che il tuo alter ego si senta annientato dal tempo che passa,  dagli anni felici e spensierati che non tornano più. Sembra che il personaggio abbia un po’ la sindrome di Peter Pan. Hai nostalgia dell’infanzia? Com’è stato questo periodo della tua vita?

Zerocalcare: Qualcuno, tempo fa, tra le varie persone che mi vogliono rompere il cazzo, scriveva: “Hai solo trent’anni. Quale nostalgia vuoi avere?”. Io non dico che la nostalgia sia un valore positivo, è solo che da bambino stavo meglio di oggi.

Io: Be’, io ho nostalgia dell’infanzia da quando ho compiuto quindici anni. Fai te.

Zerocalcare: Ecco, appunto. Non capisco perché uno non possa provare nostalgia. Io ho avuto un’infanzia superfelice. Poi è chiaro, tutte le infanzie vengono idealizzate. La nostalgia serve a quello. Da bambino, un problema a scuola con la maestra sembrava gigantesco. Se ci ripenso adesso, capisco che mi facevo un sacco di paranoie per nulla. Inoltre, i ragazzini sono molto efferati, quindi l’infanzia ha anche degli aspetti terribilmente negativi, non c’è dubbio, e io ho vissuto anche quelli. Però, non so, io stavo bene, da ragazzino sentivo di avere tutte le porte aperte. Comunque, a scuola non sono mai andato male. Ero medio, ero normale. Non mi sono mai sentito fuori posto, o di stare per perdere il treno della vita. Ero rilassato, non avevo la paranoia continua di finire sotto un ponte. Per me, l’infanzia era una bomba. Oggi, invece, mi sono accorto che tutte le cose che pensavo del mio futuro, in verità non ci sono. Erano tutte illusioni. Proiettavo in avanti qualcosa che non c’è mai stato, è quello è stato un supershock.

Io: È brutto diventare adulti…

Zerocalcare: Sì, in realtà sono intervenuti anche dei fattori esterni, tipo non aver fatto l’università perché ho capito di essere una pippa.

Io: In cosa sei diplomato?

Zerocalcare: Liceo Classico Linguistico.

Io: Voto della maturità, se si può dire?

Zerocalcare: 94.

Io: (Rido). Alla faccia della pippa. Io sono uscito con 86…

Zerocalcare: Sì, andavo bene, avevo deciso di studiare. Non avevo problemi.

Io: Uno, quando ti legge, si immagina Rebibbia come il quartiere de L’odio di Kassovitz. Poi mi dici: “Sono uscito con 94!”.

Zerocalcare: Be’, Rebibbia in realtà è una borgata amena. Non è il Bronx. È un quartiere con le casette basse e i giardinetti. Non è un quartiere ricco, però non è che sia il quartiere del disagio.

Io: Tornando a prima, io penso che la scena del funerale della maestra ne Un polpo alla gola riassuma bene il tuo lato malinconico. L’ho trovata molto struggente. Tu, prima, sostenevi di non essere bravo a tenere quel registro. Per me lo sei, molto più di quanto tu creda. In quella scena, c’è qualcosa di autobiografico, oppure era una semplice funzione della storia?

Zerocalcare: C’è qualcosa di autobiografico, sì, ma non riguarda quella scena specifica. Purtroppo, quella maestra non è mai morta. (Ride). In generale, quel sentimento là, quella riunione coi vecchi compagni di scuola, a un funerale, con una persona morta, è una scena che ho effettivamente vissuto. Io, anche nelle cose che non mi succedono veramente, cerco sempre di ricondurle a situazioni analoghe che ho vissuto, a sentimenti che ho provato. Non sono capace di inventarli. Ho provato a raccontare quel tipo di situazione, i bilanci a distanza di tempo…

Io: Io, quando scrivo e metto dentro qualcosa di autobiografico, tendo sempre a sentirmi esposto, scoperto, quasi alla mercé dei lettori. A te, che basi le storie sull’autobiografia, non capita mai? Metterti così in mostra, non ti crea dei problemi?

Zerocalcare: In realtà, io ho delle cose che non metto in mostra. Evito qualunque riferimento alla mia vita sentimentale, insieme a tutto ciò che ha una rilevanza penale. Dentro Un polpo alla gola, c’è questo senso di colpa infinito di me da ragazzino, per aver fatto la spia contro un’amichetta mia. In realtà, questo senso di colpa è vero, ma non è per aver fatto la spia. Riguarda una cosa molto più terribile, che io non ho mai raccontato e non racconterò mai. Quindi, io mi espongo fino a un certo punto. Poi, evito le cose che mi metterebbero a disagio o in difficoltà. Parlo solo di quello che penso di poter gestire.

Io: Immagino, quando fai una presentazione o ti fermano per strada, che il tuo lettore possa identificarti come quello che mangia i plum cake e guarda The Walking Dead. Questa sorta di sovrapposizione col tuo alter ego, non ti dà un po’ fastidio?

Zerocalcare: A me, che il personaggio venga visto come il mio alter ego, non me ne frega un cazzo. Invece, mi infastidisce che queste cose debbano diventare il tratto distintivo di una generazione. È una supercontraddizione. Io, più che dire: “Guardate, non ho la pretesa di raccontare una generazione, e questi aspetti riguardano solo me”, non so cosa fare. Anzi, a volte non riassumono neanche me, figuriamoci un’intera generazione. Questo è un problema grosso, su cui mi interrogo molto. Se i miei lavori avessero raggiunto questo tipo di dimensione, io avrei una grande responsabilità, e forse dovrei cambiare il mio modo di raccontare. Però, boh, io voglio raccontare questo. Non mi va di raccontare degli scontri in piazza, perché penso che quelle cose abbiano altri canali, altri luoghi. Non mi va di raccontarle su un blog.

Io: Quando si ha successo con qualcosa di molto specifico, di molto determinato e riconoscibile, c’è il rischio inconscio di adagiarsi sulle solite formulette, sugli schemi che in passato hanno funzionato bene. Nel tuo caso, c’è questo pericolo? L’hai avvertito?

Zerocalcare: Sì, c’è, perché se fai una storia che ha 60.000 condivisioni, tenderai sempre a cercare di ripeterti. Vengo anche accusato di fare questa cosa, e in parte è vero. C’è un codice che non cambio, perché quello è il codice con cui sono capace a esprimermi. Non è che non lo cambio per paraculaggine, è proprio che non sono capace. In realtà, sui libri ho fatto anche cose che non hanno pagato in termini di critica. Ho cercato, dopo un libro fatto di storie brevi, di fare una storia lunga, poi ne ho fatta una di pura fiction, che non avevo mai fatto. Ho provato a cimentarmi con storie diverse, e mi è stato detto: “No, tu devi sempre rifarti alle prime storie, perché sono le uniche che ti vengono bene”.

Io: Ti è stato detto esplicitamente?

Zerocalcare: Eh, sì. A dire il vero, mi hanno fatto entrambe le critiche. Sia quella: “Ah, non cambi mai, fai sempre la stessa cosa”, che quella: “Ritorna come prima, perché questa roba è una merda”. Questi sono tutti banchi di prova. Per il libro a cui sto lavorando da un anno, è superimportante, non dico che venga bene, ma che corrisponda a quello che ho in testa. Ho fatto tutte queste prove, sia con Dodici che con Un polpo alla gola, per prendere le misure della narrazione. Questo lavoro sarà molto diverso da ciò che ho fatto finora, ma resterà sempre qualcuno che dice: “Ah, c’è l’armadillo, fai sempre la stessa cosa!”.

Io: Qualche anticipazione?

Zerocalcare: È un lavoro che riguarda un pezzo della mia famiglia. Io sarò uno dei protagonisti, ma ci saranno anche altre due generazioni, quella di mio padre e quella di mia nonna. Avrà molti salti temporali, tra la vita di mia nonna e adesso. Riguarda una cosa che io scoperto molto tardi, tipo quattro anni fa, sulla storia della mia famiglia. Non mi era mai stata raccontata, e io dovevo capire quali erano le parti che potevo raccontare e quali no. Allora ho fatto proprio un G2 con mia madre, per decidere quali parti potevano essere date in pasto. Sono cose delicate, perché un conto è raccontare il proprio dolore, un conto è raccontare il dolore di qualcun altro. Può essere molto indiscreto. Avrà delle parti vere e delle parti fantastiche. L’unica cosa che mi è stata messa come vincolo, è non dire mai con chiarezza quali sono le parti vere e quali le parti inventate.

Io: Tu sei molto giovane, e lo è anche il tuo lettore medio. Pensi che i tuoi fumetti cresceranno, anche anagraficamente, insieme ai tuoi lettori e alla tua persona? Non so, a cinquant’anni parlerai delle crisi di mezz’età?

Zerocalcare: Sì, perché racconto la mia vita, le mie emozioni, Inevitabilmente, le cose cambieranno. Se mai dovessi avere un figlio, io racconterei quello.

Io: Una curiosità. Rispetto agli argomenti e all’ambiente di cui parli, non fai mai riferimenti alle droghe. È una casualità?

Zerocalcare: Eh, io sono Straight edge. Non so se sai cosa significa.

Io: No, a dire il vero.

Zerocalcare: È la branca bacchettona del punk, che non assume sostanze che creano dipendenza o alterano la coscienza. Sono così da tredici anni. Non faccio nemmeno il brindisi a Capodanno, oppure non prendo il tiramisù perché dentro c’è il caffè.

Io: Wow, sei il secondo astemio che incontro in vita mia. Il primo sono io.

Zerocalcare: Non ricordo nemmeno che sapore ha l’alcol…

Io: Figurati che io non mangio nemmeno i dolci col liquore.

Zerocalcare: Eh, hai capito? Io, però, non è che sto male. Bevevo, e mi piaceva pure. Fumavo anche le canne. È proprio una scelta di vita, totalizzante.

Io: Parliamo delle tue passioni, oppure delle tue ossessioni, che a volte sono la stessa cosa. Alleggeriamo un po’ i toni: mangi davvero tutti quei plum cake? Se sì, dimmi di che marca sono, perché io mi stufo subito…

Zerocalcare: Guarda, io li taglio in due, ci metto dentro la marmellata, li richiudo e li intingo nel latte.

Io: Quelli classici, del Mulino Bianco?

Zerocalcare: No, io prendo quelli del Todis, perlopiù.

Io: Ah, è una marca che non conosco.

Zerocalcare: (Ride). È del discount, in realtà.

Io: Ma allora li mangi i plum cake!

Zerocalcare: Sì, li mangio quando arrivo a casa molto tardi. Io so cucinare due cose: la pasta con le zucchine e la pasta con le patate. Mi nutro quasi solo di quello.

Io: (Rido). La pasta con le patate… un cibo da poveri, in fondo.

Zerocalcare: È una roba che si mantiene, però. Io faccio la spesa due volte al mese. È veloce, son patate lesse.

Io: Sei di Roma, fatti una carbonara!

Zerocalcare: Eh, ma devo comprare le uova, devo comprare la pancetta. Poi la pancetta scade… no, no.

Io: Sei riuscito a preservare gli hobby dell’adolescenza? Passi ancora i pomeriggi sui videogiochi?

Zerocalcare: No, e questo è il mio problema più grosso. Ogni volta che compro una console, mi riprometto di giocarci, poi invece non ho il tempo di giocare più a un cazzo.

Io: Succede anche a me. I videogiochi sono diventati lunghi…

Zerocalcare: Sì, ormai li fanno proprio lunghi, e poi sono pieni di filmati e uno non può neanche mettere in pausa.

Io: Qual è l’ultima console che hai comprato? Cioè, a quale ti sei fermato?

Zerocalcare: A giocarci davvero, mi sono fermato con la prima Playstation. Però ho avuto anche la Playstation 2, l’Xbox e la Wii.

Io: Argomento cinema. A maggior ragione dopo l’annuncio di ieri (mi riferisco alla regia di Mastandrea). Ultimamente, hai visto qualcosa che ti senti di consigliare?

Zerocalcare: Ho visto Il capitale umano, che mi è piaciuto. Poi ho visto Capitan Harlock, che mi è piaciuto così così. Ho visto Animal Kingdom, con molto ritardo, che però mi è piaciuto. In generale, uno dei miei film preferiti è Guida per riconoscere i tuoi santi.

Io: Ah, sì. È l’unico film bello di quel regista, poi si è perso miseramente.

Zerocalcare: Sono delle merde, gli altri? Ho scaricato The Son of No One.

Io: Eh, parecchio. Tornando a noi, ieri ho letto del film che verrà tratto da La profezia dell’armadillo. Giuro, ero contento per te. Non ce la fai proprio a goderti il momento?

Zerocalcare: No, non ce la posso fare…

Io: Cioè, quando Mastandrea ti ha chiamato e ti ha detto: “Voglio fare un film dal tuo libro”, tu come hai reagito?

Zerocalcare: Ho reagito con: “Ammazza che bello, Mastandrea è uno dei miei attori preferiti, è una persona che stimo un sacco e gli piace la mia roba. Sono supercontento di questo, però come farò a gestire la cosa?”. Per me è comunque terribile, ‘sta cosa.

Io: Però è Mastandrea, in fondo. Pensa se te l’avesse chiesto Neri Parenti.

Zerocalcare: Me l’hanno chiesto anche persone molto vicine a Neri Parenti, e ovviamente gli ho detto di no. Io non lo so come uscirà il film, poi Mastandrea fa il suo esordio come regista, ma io so che lo spirito de La profezia dell’armadillo verrà rispettato, anche se il film esce brutto. Per me, l’unica cosa che conta è quella.

Io: Come mai hai sempre rifiutato di andare in televisione?

Zerocalcare: È un ambiente che mi fa orrore, mi fa proprio orrore. Quest’anno, sono stato per la prima volta al Salone del Libro di Torino, e per me il mondo dei vip, non so, è come portare un talebano a Las Vegas.

Io: Non hai paura che un giorno, magari, ti pentirai di questi rifiuti?

Zerocalcare: Sì, ce l’ho. Ogni cosa che rifiuto penso, no, sto facendo una cazzata, perché poi questa cosa mi servirà. Ma io ho bisogno di stare in pace con me stesso, e devo starci adesso, e già non ci sto per niente. Già mi vivo tutto come una gigantesca contraddizione. Non ce la faccio proprio, a vivere delle contraddizioni ancora più grosse.

Iacopo Barison (Fossano, 1988); pubblica un primo romanzo all’età di vent’anni, tratto dal suo blog. Suoi racconti e articoli sono apparsi su numerosi siti e riviste. A maggio 2014, per Tunué, è uscito il suo nuovo romanzo, Stalin + Bianca, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.
Commenti
16 Commenti a “Intervista a Zerocalcare”
  1. Giorgio scrive:

    Bella intervista, grandissimo Zerocalcare. La sua forza sta proprio nella su autenticità, alla faccia di chi va dappertutto a farsi vedere e po non vende, perché non racconta nulla.

  2. Pino XXI Sec. scrive:

    Bravo Zerocalcare.
    Brava minima&moralia (corcazzo che un articolo del genere usciva su Corriere o Repubblica)
    E bravo Iacopo Barison che ha condotto un’intervista ma-gi-stra-le.

  3. Simona scrive:

    Intervista bellissima, grazie mille

  4. Roberta scrive:

    AILOVIU. PERSONA MERAVIGLIOSAMENTE NORMALE.

  5. Alessandra scrive:

    Zc già lo sapevo che è un grande, dalla primissima storia letta sul suo blog. Ora ho scoperto anche un giornalista capace di fare una gran bella intervista. Lettura piacevolissima

  6. Gina scrive:

    Intervista molto bella (ce ne fossero così), ma a me piacerebbe fosse stata un po’ meno “concorde su tutto” tra intervistato e intervistatore.

    Ma forse è che certi dubbi vengono solo a me, e allora (da persona che apprezza sia ZC che l’intervista) mi piacerebbe metterne giù qualcuno. Non pretendo neanche mi si risponda, che le cose da fare per ognuno sono tante.

    Ma:

    1) Nostalgia dell’infanzia.
    Anziché idealizzarla, non dovreste guardarla con un po’ di sospetto questa vostra infanzia in cui vi eravate immaginati un mondo che non è mai esistito? Un mondo in cui non è necessario lottare, in cui non ci sono le ingiustizie, in cui gli uomini di buona volontà vengono premiati ecc.
    Insomma: non vi sembra che questa stessa infanzia (dico a livello mentale) l’abbiate avuta voi e John Elkann, con la differenza che mentre per lui da adulto la vita ha continuato a essere un luogo in cui era impossibile morire di fame mentre per voi (noi) no?
    Cioè: non è troppo stupida e supponente (un’infanzia del genere, e certo non per colpa vostra ma per il clima che ci circondava) per essere guardata con nostalgia? Non è nostalgia verso l’età in cui eravamo angeli, ma verso l’età in cui tra un po’ credevamo che l’ingiustizia manco esistesse…

    2) Sulla questione generazionale.
    Ho capito che ZC racconti cose tue personali e quindi non vuoi farti portavoce di una generazione, questa cosa ti dà fastidio ecc.?
    Ma ti è mai venuto il dubbio che queste cose personali tu le filtri con un linguaggio, un’estetica, un modo di rappresentare l’esistente che forse appartiene (e tu sei molto bravo a sintetizzarlo) molto al sentire e all’immaginario generazionale? E quindi per questo (consciamente o meno) ti proponi come una sintesi di un certo sentimento generazionale?

    Tutto qui.
    Erano dubbi su cui andavo ragionando e spero che questo mio sia un contributo per allargare un po’ il discorso.
    Ciao, buona giornata.

  7. Iacopo Barison scrive:

    Grazie, siete troppo gentili. Anche se non fosse stata un’intervista, gli avrei chiesto più o meno le stesse cose. Non c’erano secondi fini. Per quanto riguarda l’essere “concordi su tutto”, è stata una cosa spontanea e senza premeditazione. Eravamo due persone che chiacchieravano. Grazie ancora, davvero.

  8. Claudia scrive:

    Mi sembra che la coerenza e l’integrità di Michele siano più uniche che rare. Laurea o no resta – secondo me – uno sfornatore di riflessioni sociologiche finissime e la dedica sul libro che mi è stato regalato a Natale resta un tesoro preziosissimo. Grazie!

  9. Elisa scrive:

    L’intervista mi è piaciuta moltissimo, e l’uomo che spunta dietro Zerocalcare ancora di più. Amo pensare di apprezzare qualcuno non solo per ciò che produce, ma anche per ciò che è.
    Grande Calca’, come sempre.

  10. Enrico Marsili scrive:

    Bella intervista, bella persona, bei fumetti. Uno dei blog che seguo regolarmente. E con questo articolo M&M si e` riscattato dalle cazzatone scritte precedentemente :)

  11. Riccardo scrive:

    Grazie Calcare, meravigliosamente antiretorico.

  12. Sergio scrive:

    Le considerazioni di ZC sono quelle di una persona che ha vissuto una certa esperienza politica (quella dei CSOA e delle occupazioni) in maniera autentica, non per moda o atteggiamento.
    L’ “ansia” e la “contraddizione” che avverte nascono proprio da questo, dal riconoscersi parte di una certa comunità che è inserita in un contesto sociale entro cui è “aliena”.
    E fa di tutto, nei limiti del possibile, per poter rimanere coerente a quel dettato sociale, che trascende la vicinanza a “chi la storia la subisce” ma si spinge fino alla conseguenza della remissione personale.

  13. okness scrive:

    primo – per la carbonare la pancetta si conserva un casino di tempo, le uova si possono anche non usare e al loro posto si possono mettere vari formaggi, io inoltre uso una variante con le zucchine tagliate e rotelle e fritte, buonissima
    secondo – gli autori non devono necessariamente comparire, vedere l’esempio di Elena Ferrante che è riuscita ad avere successo usando uno pseudonimo, quello che conta sono le opere

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  1. […] Di un’intervista a Minimum Fax incredibilmente bella e naturale –  un blog culturale stra figo –  rubo un passaggio fondamentale per rimanere in tema: […]



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