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Intervista ad Amélie Nothomb

Questa intervista è uscita per «il Riformista» in occasione del passaggio in Italia, qualche settimana fa, di Amélie Nothomb, di cui è appena uscito per Voland «Uccidere il padre».

di Roberta Lombardi

«La gente pensa che gli scrittori abbiano un potere magico», ci dice Amélie Nothomb, scrittrice belga che ha appena pubblicato il suo ventesimo romanzo, Uccidere il padre (Voland). Sicuramente lei sa come non deludere questa aspettativa, e non è solo il cappello nero a cilindro che indossa sempre o gli abiti “alla Morticia”. Per essere Amélie Nothomb bisogna imporsi una disciplina ferrea e avere la follia di seguirla. Ogni anno pubblica un libro e tutti i giorni si sveglia alle 4 di mattina per lavorare. Non mangia fino a ora di cena perché «per scrivere bisogna avere fame» e non usa pc o email. Eppure ha un’intensa attività di corrispondenza epistolare con i suoi lettori ed è spesso in tour per presentare i suoi libri che vendono centinaia di migliaia di copie.

Uccidere il padre è un “western” ambientato nel Nevada, dove si trova Las Vegas, capitale dei casinò, dei maghi e dei bari, e l’evento del “Burnig man”, nel cuore del deserto, dove ogni anno giocolieri e hippy si riuniscono in una comune di ventimila persone che dura una settimana. Il protagonista, Joe, è un ragazzino di 15 anni dotato di un grande talento per la magia, che andrà dal mago più grande di tutti, Norman Terence, alla ricerca di un maestro e di un padre da uccidere.

Al centro del suo romanzo c’è un conflitto edipico, non si può diventare adulti senza “uccidere” il proprio padre?
Ovviamente si tratta di una morte simbolica, ma penso che bisogna liberarsi del progetto che i genitori hanno disegnato per noi. Quando ero piccola, i miei volevano che io diventassi un leader politico e per me era terribile perché non era assolutamente quello che volevo fare.

Lei ha “ucciso” suo padre?
Penso di sì, anche se mio padre è in ottima salute! Perché sono riuscita a realizzare un’ambizione che era mia. Non è stato facile, ma è stata una sfida, e penso che quando si incontra una sfida, si ha voglia di dare il meglio di sé.

Nei suoi libri c’è sempre un conflitto tra due personaggi, una relazione tra vittima e carnefice. Perché?
Può darsi che abbia una visione del mondo paranoica, ma ho l’impressione che tre quarti dei rapporti umani siano così, è terrificante ma è quello che vedo.

Lei scrive che «a parità di talento, un’artista donna suscita un’aspettativa più assoluta del suo equivalente maschile»…
Non so perché, forse è legato alla nostra prima infanzia, ma dalla donna ci si aspetta il sublime, e per questo si diventa anche molto cattivi nei suoi confronti, è completamente ingiusto.

È così nella sua carriera?
Assolutamente. Non mi viene concesso il diritto di sbagliare.

È importante per lei l’aspetto “pubblico” del mestiere dello scrittore, come i tour, le presentazioni, le interviste?
Sì, perché chi scrive rischia l’autismo, di dimenticare chi c’è dall’altra parte della pagina. È importante incontrare regolarmente il mio pubblico, ma anche incontrarlo troppo è pericoloso.

Che differenza c’è tra il mondo editoriale in Francia e in Italia?
In Francia sono più conosciuta, faccio in qualche modo parte del paesaggio, e per questo la gente diventa più cattiva. È come in una famiglia, ti vogliono bene ma nello stesso tempo ti criticano continuamente.

Ma in Francia il mercato editoriale è anche più forte.
Il mondo letterario è talmente importante qui, Parigi è la capitale della letteratura, che la letteratura diventa una religione e quindi anche una guerra. È il Vaticano della letteratura!

Che cosa pensa dei lettori che le scrivono?
È meraviglioso, ma anche pericoloso. Ho fatto molti errori perché c’è gente che mi racconta la sua vita, è sconvolgente, ma devo fare attenzione se no mi scambiano per uno psicologo.

Perché c’è il bisogno di scrivere allo “scrittore”?
Perché si pensa ancora che abbia un potere straordinario, che sia una sorta di mago che può fare dei miracoli con la loro vita.

E invece qual è il suo ruolo?
Io penso che sia quello di condurre veramente la gente alla lettura, perché la letteratura è un’occasione di approfondimento di cui abbiamo molto bisogno.

Lo scrittore ha un ruolo politico?
A un grado atomistico, è la base della politica, si occupa dei rapporti tra un vicino, un amico, qualcuno che si ama.

Lei ha detto che non è interessata ad avere una famiglia o dei figli. Trova che ci sia ancora oggi una certa pressione sulla donna su questo tema?
Quello che constato è che quasi tutti i giornalisti mi chiedono di giustificarmi su questo argomento, mentre a uno scrittore maschio non glielo si chiede mai.

Prende mai una vacanza dal suo lavoro?
Mai, senza eccezioni.

Perché si è imposta tutte queste regole?
Sono cosciente di avere una grande fragilità interiore, penso che ci sia una possibilità di follia in me e per questo ho bisogno di inquadrarmi rigidamente.

Non ha mai bisogno di liberarsi?
Sempre, ma so che c’è un pericolo veramente grande in cui potrei cadere.

Ha mai paura di non riuscire a scrivere un libro all’anno?
Ogni anno ne scrivo tre o quattro. Ho paura semmai di non scrivere qualcosa che mi convinca, quella letteratura incandescente che ho bisogno di fare.

Commenti
2 Commenti a “Intervista ad Amélie Nothomb”
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