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“Non esistono storie noiose, solo narratori noiosi”: intervista ad Andrej Konchalovskij

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Tiziana Lo Porto al regista Andrej Konchalovskij apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

A settantasette anni Andrej Konchalovskij quest’anno ha vinto il Leone d’Argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia. Regista amatissimo per i girati in Russia (Storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi, Siberiade) e in America (Maria’s LoversA 30 secondi dalla fineTango & Cash), fratello del regista Nikita Michalkov e figlio dello scrittore Sergej Michalkov, con Le notti bianche del postino ha realizzato un’opera (a detta di tanti la migliore del festival) spalancata in contenuto e forma verso le infinite possibilità che ancora ha il cinema. Interpretato quasi esclusivamente da attori non professionisti, girato in digitale e con una fotografia perfetta, il film racconta la vita quotidiana dei pochi abitanti di un minuscolo villaggio del Nord della Russia sulle rive del lago Kenozero, nella provincia di Arcangelo. Isolato dal resto del paese, il villaggio ha un postino come unico tramite con il mondo, che con la sua barca porta notizie, lettere e pacchetti. A interpretare il postino è un vero postino, Aleksey Tryapitsyn, scelto da Konchalovskij quando dopo avere letto su un giornale un articolo che parlava della vita nei minuscoli villaggi in Russi, ha deciso di partire da lì per costruire un film.

Alla base delle Notti bianche del postino c’è l’idea di fare un film partendo da una persona reale, in questo caso un postino di un piccolo villaggio in Russia, senza sapere che storia girare e dove girarla. Come faceva a sapere che sarebbe bastato trovare la persona giusta?

Non esistono storie noiose, solo narratori noiosi. Ogni persona sa essere se stessa, ma alcune persone che sono se stesse sanno continuare a essere se stesse anche se ci sono delle telecamere che le riprendono. Tutta l’idea alla base del film era trovare persone capaci di sentirsi libere davanti alla telecamera, o che sembrasse si comportassero naturalmente con le telecamere in casa. La selezione è stata facilissima, me ne infischiavo di chi avrei trovato, mi bastava fosse una persona che si lasciasse andare davanti alla telecamera. I postini che ho incontrato erano tutti interessanti, ma quello che ho scelto era il più rilassato, affascinante e bravo per cui abbiamo deciso di seguirlo e poi abbiamo iniziato a pensare alla storia. O meglio, non abbiamo pensato alla storia, abbiamo semplicemente cominciato a riprendere, e mentre giravamo la storia è venuta fuori come un albero che mette radici.

Il villaggio del film è uno tra tanti. In Russia ce ne sono moltissimi di villaggi così piccoli.

Migliaia di villaggi piccolissimi. Quaranta milioni di persone in Russia vivono in villaggi.

E stanno scomparendo questi villaggi? In questo qua per esempio non ci sono scuole e c’è un solo bambino.

In questo non ci sono scuole. La scuola è da un’altra parte. Per cui sì, questi piccoli oggi stanno scomparendo.

Che ne è delle case e degli animali e di tutto il resto quando la gente li abbandona?

Meno gente, più animali. Anche se dipende da quali animali, se domestici o selvatici.

Mucche, per esempio.

Non ci sono mucche se non ci sono persone, ma ci sono orsi e lupi e volpi.

Il suo film ambisce a non distanziarsi praticamente in nulla dalla realtà.

Sì, ed è esattamente la cosa più difficile da fare. La cosa più difficile, ma anche la più interessante: riuscire a catturare la realtà e renderla interessante. Oggi è facilissimo fare film di finzione e ci sono bravi attori che riescono a interpretarli, ma non saranno mai reali. Riprendere la realtà non è facile. È come riprendere gli animali selvatici. Non è facile.

Bisogna fidarsi dell’improvvisazione, dell’imprevisto?

Non si tratta tanto di fidarsi. È una cosa più delicata, si tratta di riuscire a dirigere le azioni tra persone reali. Sta tutto nella regia. C’è sempre un regista dietro, anche se poi nel film non lo vedi.

Il conflitto che racconta, a volerlo semplificare, è tra natura e tecnologia.

Possiamo metterla così. Il conflitto viene fuori dalla realtà, non l’abbiamo creato o scatenato noi. Quando abbiamo iniziato le riprese non sapevamo che lì vicino ci fosse una base missilistica e che a un certo punto delle riprese sarebbe partito un missile. Poi l’abbiamo scoperto e la base e il missile sono entrati immediatamente nella storia.

È interessante come lo spettatore possa decidere se essere nostalgico o meno rispetto a quello che vede. Lei è nostalgico?

Non credo si tratti di nostalgia. Qualunque cosa faccia un artista credo che finisca per amare i suoi personaggi oppure odiarli. E credo che la cosa più importante per un artista sia riuscire ad amarli e riuscire a trasmettere questo amore al pubblico. Se sei capace di trasmettere al pubblico l’amore che provi per i tuoi personaggi l’opera è valida, come De Sica con Ladri di bicicletta, o come i personaggi di Fellini o di altri grandi registi italiani come Rossellini. I grandi registi italiani hanno sempre amato i loro personaggi e sono stati capaci di trasmettere quell’amore al pubblico. Sta tutto qui.

Questo momento storico per la Russia è problematico, o per altri aspetti interessante.

È interessante per il mondo, non solo per la Russia.

La mia impressione è che si dia troppa visibilità a un aspetto di una vicenda che di fatto è molto più grande, non termina ai confini della Russia.

Certo, è un cambiamento globale. Dopo la caduta del muro ci si è illusi nel mondo che il modo di pensare occidentale avrebbe finito per dominare l’umanità. E da questa illusione è scaturita una lunga serie di tragici errori voluti dall’America. L’America è il sogno più grande. Iraq, Iran, Nord Africa, Serbia, qualsiasi posto in cui l’America abbia cercato il proprio democratico punto di vista si sono scatenati disastri. Dev’esserci qualcosa di sbagliato. Viviamo in un’epoca in cui la visione eurocentrica dell’economia è finita. La vita non è solo in un modo, è molto più sfaccettata e andiamo incontro a enormi conflitti tra cristiani e islam, andiamo incontro a disastri ambientali di gran lunga superiori a quelli esistenti, ed è impensabile che l’Europa riesca a garantire la stabilità mondiale con le proprie regole. Non può funzionare. Il problema non è Putin, è lo scontro tra culture differenti. Quello che penso è che stiamo vivendo un momento molto interessante in cui assistiamo al crollo dell’illusione dell’ordine europeo. L’ordine europeo nelle sue forme più estreme è stato fascismo, nazismo e comunismo. L’idea di un ordine europeo e mondiale viene da lì. Oggi la situazione è cambiata, il modo di pensare è cambiato. Ci si deve confrontare con altre culture, indiana, cinese, mediorientale, ortodossa, e così via. La cultura rumena è diversa da quella italiana. E questa cosa oggi è accettata. Bisogna accettare che il mondo non è universale nei suoi valori. È un incrocio non tanto di paesi quanto di civiltà diverse.

Lei vive in America?

Ci vivevo. Sono andato via vent’anni fa.

Dove vive?

In Russia. Tra la Russia e l’Italia.

E le piace vivere in Italia? Non è un momento facile per l’Italia. La gente si lamenta.

Si sono dimenticati di com’era nel 1943. O nel 1945. Basta guardare Rossellini. Nessuno preferirebbe vivere a quel tempo. È solo che la gente dimentica.

In Russia la religione, e in particolare l’ortodossia è fortemente presente. Anche il villaggio dove ha girato il suo film, è abitato da gente religiosissima. Nel film però non la vediamo da nessuna parte. Nessuno prega, niente icone. È stata una sua scelta?

Lei cosa intende per essere religiosi. I riti? Andare in chiesa?

No, mi riferisco a qualcosa che rientra nell’immaginario quotidiano della gente, qualcosa che è nella loro vita di tutti i giorni. Che sia un’immagine di Cristo o l’atto del pregare.

Pregare non è religioso, pregare è un rito. La gente può essere molto religiosa senza mai pregare. E sono queste le persone religiose, quelle che vivono sapendo che Dio esiste e si comportano sapendo che Dio le guardasse. Non sappiamo se Dio c’è o no ma dovremmo comportarci come se fosse lì. Non si tratta di andare in chiesa o pregare, ma di vivere secondo le sacre scritture. Gli abitanti del villaggio nel film sono molto religiosi perché credono in Dio.

Sarebbe interessante una lettura della politica contemporanea attraverso la religione.

La religione è parte della cultura, forma la cultura. Gli italiani sono formati da tre cose: geografia, clima e religione. Ogni paese è formato da questi tre elementi. Per cui è chiaro che la religione ha un ruolo cruciale. La religione nel caso della Russia rende i russi più europei. I russi sono molto europei. È per questo che non hai bisogno di avere Dio in ogni inquadratura per parlare di Dio.

Sì, anche se a pensare a certi piccoli paesi nel sud d’Italia vengono in mente statue della Madonna o Padre Pio, crocifissi, cose così.

Vede, riti, chiese, create per gente che non è capace di contemplare Dio nella natura come i monaci zen. Tutti i riti sono stati creati per organizzare, disciplinare la gente di semplice. Ed è il modo per entrare nel mondo di Dio, attraverso canali che sono le chiese e i riti. Ma esiste gente assolutamente religiosa, santa addirittura, che non appartiene a nessuna chiesa e fa del bene, e non è meno religiosa di quelli che vanno in chiesa. Se parliamo di buddismo zen, o di confucianesimo, o di cinesi che si prendono cura dei genitori e dei bambini, sono religiosissimi anche se non sanno che Dio esiste. Non è che la religione debba coincidere con la fede in Cristo o in Buddha, religione è non commettere crimini contro gli altri, ed è universale. Ma è questo ciò che distingue tra loro le persone. Alcuni dicono la gente crea muri che separa tra loro le persone ma questi muri non raggiungono mai dio.

Ma l’ortodossia è fatta di regole.

L’Islam ne ha di più. Molte di più. È una religione più rigida e forte ed è molto più difficile cambiare l’Islam che cambiare l’ortodossia e influenzarlo. L’Islam è una cultura estremamente potente. È difficilissimo spiegare alla gente che il chador non è necessario o cose del genere. È una religione molto più severa, e come umanità è una cosa con cui dobbiamo confrontarci, ed è interessante perché lo scontro tra culture è costantemente in arrivo e con forza sempre maggiore. È quello il prossimo conflitto nel quale vivremo nei prossimi venticinque o trenta o forse anche cinquant’anni.

Prevedendo il conflitto, è prevedibile anche una direzione giusta per arginare i danni?

Tutto va nella giusta direzione, cosa le fa pensare che non lo sia?

Non è una direzione di pace, quella attuale è una direzione che esaspera i conflitti.

E come fa a sapere lei che andare verso la pace sia la direzione giusta?

La pace è comunque preferibile alla guerra.

È diversa, è migliore ma ciò non significa che sia giusta. Lei pensa sia giusta, ma purtroppo la vita è conflitto eterno, cambia solo forma ma è conflitto costante. Dobbiamo usare il cervello per limitare o schivare il conflitto, che è in sé inevitabile.

Alla fine del suo film, il postino dice “troveremo una soluzione, viviamo nello stesso posto”, ed è anche la mia visione delle cose, trovare una soluzione. È impossibile vivere in una situazione di conflitto permanente.

Sì, ma è più facile trovare soluzioni locali che globali. Le situazioni globali sono un conglomerato di molti conflitti, individui, interessi. È per questo che i politici cercano di evitare i grossi conflitti. I cinesi dicono: la migliore battaglia è quella che non si è mai combattuta.

Due anni fa lei ha fatto un documentario sull’Ucraina. Prevedeva quello che sarebbe successo?

No. Pensavo solo che in Ucraina sarebbe successo quello che va avanti da cinquecento anni nelle dinamiche tra oriente e occidente. E di fatto quello che si è verificato è una spiacevole deriva del conflitto costante tra oriente e occidente. Non sapevo che l’Ucraina sarebbe crollata in questo disordine ed è una cosa che è stata imposta dell’occidente. L’occidente non lo accetta ma va detto che è una situazione scatenata interamente dall’America, così come la prima Orange Revolution, e il mio film era esattamente su questo. È l’America a provocare e investire soldi in questo passaggio di poteri a Poroshov. Per cui in quel senso la Russia ha affrontato il dilemma del cosa fare quando qualcuno nel cortile di casa tua cerca di cambiare lo stato delle cose. Come Krushev ha cercato di cambiare lo stato delle cose a Cuba mandando missili. L’America si è comportata esattamente come Krushev. Non è una cosa che ha iniziato la Russia.

Lei la vede più come un conflitto tra Russia e America che tra Russia e Ucraina.

Certo. Ed è per questo che Putin dice: Poroshov dovrebbe parlare con i ribelli, e io parlerò con Obama. Si tratta di questo. La vogliamo la Nato in Crimea? No che non la vogliamo. Stiamo assistendo a una grande partita a scacchi tra due culture.

A lei piace Putin?

Non posso dire di odiarlo. È un uomo che m’interessa moltissimo. E lo rispetto moltissimo. Una cosa è certa: ha uno straordinario senso della mentalità dei russi. Straordinario. Che è diversa dalla mentalità europea. A loro piace Putin, lo hanno votato. Se ne fregano della politica e dell’Ucraina. Vogliono Putin perché dà le pensioni. Ed è gente che lui conosce ed è per questo che vince con una maggioranza del 97 percento. Trovo abbia una grande consapevolezza di tutto questo. La Russia in questo senso è un enorme paese con una mentalità medioevale.

Qualcuno a un certo punto dovrà pure provare a cambiarla questa mentalità.

Ci provi lei.

Sono loro che non vogliono cambiare? Non è un progetto politico il mantenimento dello stato delle cose?

È stranissimo come così tanta gente come lei sia convinta che basti una sola persona a cambiare la mentalità in dieci, quindici o vent’anni. Prenda il Messico. Il Messico condivide un confine con gli Stati Uniti d’America. I poliziotti messicani indossano uniformi americane e guidano macchine americane e usano armi americane. L’America ci metterebbe un attimo a trasformare il Messico in uno stato americano. Perché non l’ha fatto ancora? Perché arrivare fino in Iraq invece di cambiare il Messico? Questa è la mia risposta. Cambiamento: che cos’è il cambiamento? Quarantanove persone decapitate in una piccola città del Messico? Cartelli della cocaina e tutto il resto? Perché l’America non prova a cambiare quel posto invece di cercare di cambiare l’Afghanistan. È una cosa idiota. Anzi, non idiota ma naif e cieca. E lei è la prova evidente con la sua domanda: perché Putin non cambia l’Iraq. Mi segue? Anni fa una persona come lei mi sarebbe piaciuta, ma adesso inizio a pensare che non capisco il mondo con esattezza e mi sforzo di capirlo un po’ di più.

Anche io faccio lo stesso sforzo, per questo chiedo a lei della Russia. Dopo tutti questi anni di Putin al potere, la Russia è un posto migliore? È questo che mi sta a cuore sapere.

No. La Russia è lo stesso posto che era prima della Rivoluzione. Forse è leggermente migliore rispetto ai tempi di Stalin, ma di fondo è lo stesso paese da cent’anni a questa parte. Come del resto l’Italia. Negli ultimi cento anni è rimasto lo stesso paese, facciamo anche quattrocento anni per l’Italia. È uno Stato ma non è una Nazione. Il Sud è diverso dal Nord. Anche in Italia troverà mentalità diversissime se va a Napoli o a Milano. E perché il governo italiano non riesce a uniformare il tutto: perché le culture sono fortissime e le tradizioni e le storie e tutto e l’influenza di francesi, austriaci, arabi e chiunque ha dominato qui.

Adesso a cosa sta lavorando?

Sto facendo molto teatro. L’anno scorso ho diretto la Bisbetica domata a Napoli. Tra un mese e poco più farò Sofocle a Vicenza, l’Edipo a Colono. Sto preparando un nuovo film, ma al momento ci sto solo pensando.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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