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Da Sankara a Obama l’americano, l’Africa ritrovata di Mabanckou

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Roma – Le luci di Pointe-Noire (66tha2nd, 246 pagine, traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco) è qualcosa di più di un reportage intimo sulla strada del ritorno a casa. Alain Mabanckou restituisce con leggerezza ed emozione tutta la complessità di una vita africana. Tornato dopo molti anni nella sua città natale, su invito dell’Institut Français per un ciclo di conferenze, si dedica alla scrittura di un libro che scava nelle memorie dell’infanzia congolese. Avvertiamo la solitudine e il senso di straniamento dell’anima migrante: «Sono una cicogna nera le cui peregrinazioni sono talmente lunghe che ormai superano la durata media della vita umana. Mi sforzo di trovare qualche buona ragione per amare questa città, pur così scomposta e deformata. E intanto lei, vecchia amante, fedele come il cane di Ulisse, mi tende le sue lunghe braccia stanche, mi mostra giorno dopo giorno le sue profonde ferite, come se potessi sanarle con la bacchetta magica».

Oggi docente di letteratura francofona a Ucla (Los Angeles), poeta e romanziere (tra gli altri Domani avrò vent’anni) mostra le radici di un’ispirazione che frantuma le frontiere: «Io non stacco gli occhi dalla baracca. Ci giro attorno e inciampo nelle pietre che stanno davanti alla porta d’ingresso. Sì, io dormivo lì dentro. Ma i miei sogni non erano angusti. Anzi, quando chiudevo gli occhi, il sonno mi regalava possenti ali da viaggiatore».

Mabanckou, apre il romanzo descrivendo il legame immortale con sua madre. Racconta il ritorno all’origine della vita con un omaggio indiretto alla dignità e al dinamismo della donna africana. Oggi quale ruolo ricopre nella società?

La società africana poggia sulle spalle delle donne. Sottovalutiamo spesso questo dato chiave. Della mia infanzia custodisco il ricordo vivido della presenza materna, dell’indipendenza di mia madre, delle sue inquietudini riguardo il mio futuro. Credo che l’Africa sia così mal governata anche perché non valorizziamo le preziosissime risorse femminili. E soprattutto concepiamo il potere ancora come un territorio riservato agli uomini.

Nel quaderno del viaggio a Pointe-Noire, in che modo rimescola l’universo di significati della sua infanzia con la trasformazione dei luoghi e il peso delle assenze?

Mi sono affidato all’amore per la poesia. Nella mia cultura la realtà non si scinde dal mito e dalle leggende. La mia infanzia si perpetua come un velo di mistero, c’è la magia, le credenze che ho conservato: ciò mi permette di scrivere oggi nella condizione di spaesamento intimamente connessa al ritorno. La nostalgia è un elemento centrale del libro; ho cercato di trasformarla in creatività.

Lei sembra consentirci di entrare nel processo creativo che scaturisce dalla riscoperta delle radici.

In effetti questa opera mi ha permesso di riscoprire le mie radici. Non è un processo semplice, poiché occorre saper separare l’emozione dalla vera creazione che richiede la giusta distanza. Ho compiuto l’impresa?

Quale tipo di influenza mantiene la tradizione orale? Ci trasporta anche nel lato fantastico e magico della vita in Africa.

La tradizione orale mi ha donato il senso del ritmo, la maniera di raccontare letterariamente le mie storie. Ma è limitativo e fuorviante ridurre il patrimonio culturale del continente all’oralità. A lungo, a torto, è stata considerata come una forma di esotismo, una pura curiosità. In realtà è l’anima del popolo, della letteratura popolare. Cerco sempre di non disperderla nel mio spirito. Faccio letteratura perché vengo dal popolo, dalle strade congolesi dove tutto è letteratura.

Che cosa significa essere figlio unico, come lei, negli equilibri sociali e familiari africani?

È una situazione delicata, quando l’unità di misura della ricchezza di una famiglia corrisponde al numero di figli. Ne ho sofferto, prendendone coscienza e facendo ricorso all’immaginario nel quale ricostruire un nucleo familiare.

L’incontro con la reggia di sua madre, nient’altro che una baracca, è estremamente evocativo. Lei non è uno scrittore a causa dell’emigrazione. In quello spazio minimo, la sua immaginazione appariva aver già trovato diritto d’asilo.

Rendere un luogo piccolo un regno sconfinato è stato uno stimolo creativo straordinario. Da bambino percepivo immensa la mia casupola. Tornato, a distanza di ventitré anni, mi si presentava minuscola. Nei miei libri ho sempre sognato grandi spazi liberi; l’emigrazione mi ha restituito la giusta misura delle cose.

Qualifica come anarchica l’urbanizzazione di Pointe-Noire, capitale economica del Congo-Brazzaville. Entro il 2030, 730 milioni di africani vivranno in città (oggi sono circa la metà). Ciò rappresenta una delle nuove sfide per il continente. 

Sì, l’urbanizzazione è in piena deflagrazione. Quando arrivi a Lagos, Kinshasa o Johannesbourg comprendi quanto la città abbia creato delle culture, che ormai vanno prese in considerazione. Ho avuto la fortuna di vivere bene sia nel villaggio sia nell’agglomerato urbano. Ciò mi aiuta a differenziare le cose. In città si gioca la sfida cosmopolita. Si sta affermando una lingua urbana, che ben ritroviamo negli autori africani della nuova generazione.

Nel romanzo svela la passione per il cinema italiano. Ma oggi quel luogo mistico della sala Rex non c’è più a Pointe-Noire.

Amiamo il vostro cinema. Allora però non sapevamo neanche da dove provenissero le pellicole. Andavamo in sala, dicendoci che avremmo viaggiato in Europa. Oggi sono triste, perché moltissimi giovani non godranno di questo piacere. Stanno sparendo i cinema in Congo, con le chiese pentecostali a occupare il loro posto!

Le cronache giornalistiche ci restituiscono ormai quasi quotidianamente il dramma dei migranti che non sopravvivono al viaggio. Che cosa raffigura ancora questa Europa indifferente?

Tuttora affascina gli africani, quale terra promessa di benessere e felicità. Per questa ragione assistiamo al dramma della diaspora di cui è vittima un’altra generazione promettente. Senza governo, la situazione rischia di aggravarsi. Non dimentichiamo che se i giovani africani mettono a repentaglio la propria esistenza, è anche per l’incessante depredazione delle ricchezze del continente, messa in atto dai grandi potentati economici sovranazionali.

La facciata del suo vecchio liceo manifesta tutta la contraddittorietà del periodo post coloniale. La questione dell’identità, anche linguistica, è sempre d’attualità. Come d’altra parte lo sono i conflitti etnici e d’interesse geopolitico, la fragilità culturale delle entità statuali, la corruzione, l’influenza di vecchi e nuovi colonizzatori.

Le tracce della colonizzazione sono ben riconoscibili dagli edifici, dai nomi delle strade. È la nostra storia, e non vorrei che fosse banalmente rimossa. Richiede invece comprensione e analisi, al fine di cogliere come le vecchie potenze coloniali siano tuttora presenti nel continente. Lottiamo affinché il patrimonio linguistico africano sia valorizzato. E che la storia dell’Africa sia scritta e studiata dagli africani. Un processo fondamentale frenato anche dall’interno. È deplorevole l’attitudine delle classi dirigenti africane a comportarsi da monarchi, dittatori, instaurando regimi fondati sulla corruzione.

Esistono davvero modelli di società e sviluppo economico importabili? 

Scordiamoci d’imporre dall’alto un modello all’Africa. Abbiamo perso molti eroi, per la paura di tornare all’essenziale: società libere e autonome. Sankara, Lumumba Nkrumah, mantengono la forza dirompente dell’esempio. L’Africa ha bisogno di riappropriarsi della conoscenza delle proprie radici e della trasparenza nella gestione economica.

L’elezione di Barack Obama aveva suscitato speranze anche nella terra del padre. Tuttavia la relazione è rimasta molto fredda e labile il segno politico.

Obama è un americano, non africano come l’hanno sognato per errore molti africani, che credevano che questo presidente avrebbe aggiustato i guasti dell’Africa. È finito il tempo di valutare le relazioni tra esseri umani nella prospettiva del colore della pelle. Tocca ai presidenti africani rendere felici i rispettivi popoli. Obama non è che un presidente americano, come tutti quelli che l’hanno preceduto.

A Pointe-Noire ha ritrovato la gioia, gli sprazzi di luce che i bambini sanno scovare anche in mezzo alle più aspre difficoltà.

L’accumulazione delle ricchezze non garantisce libertà e indipendenza. Eravamo bambini felici con il poco a disposizione. L’unico consiglio che mi sento di dispensare ai giovani africani: la felicità è in Africa, bisogna ricercarla e riconquistarla là.

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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