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Intervista a Alessandro Piperno

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Questo pezzo è uscito su Vice.

Mi trovo a pranzo con Alessandro Piperno di sabato, in un ristorante dei Parioli ben riscaldato, a tema oro-verde-legno molto autunnale, famoso per il suo tiramisù destrutturato e per le famiglie bionde che lo frequentano come fosse casa loro. Piperno è vestito con uno dei suoi completi da Sherlock Holmes, non ricordo bene quale, ma comprende sempre una pipa, una giacca comoda, degli occhiali, e colori da cucina inglese.

Quest’aria ricercatamente antiquata accompagna in maniera degna la sua biografia: insegna letteratura francese all’università di Tor Vergata, professione che gli permette di distanziarsi dagli interlocutori quando vuole citando Chateaubriand o Baudelaire o Proust, di preferenza. Ha scritto due saggi, Proust anti-ebreo e Il demone reazionario. Sulle tracce del «Baudelaire» di Sartre. Deve la sua fama (e quest’intervista) a due romanzi pubblicati uno nel 2010 e uno nel 2005. Il primo si chiama Con le peggiori intenzioni ed è la saga di una famiglia di ambiente ebraico romano che comincia con un Caravaggio e culmina in un paio di mutandine adorate feticisticamente dall’ultimo esponente della famiglia Sonnino: il libro ha avuto uno straordinario successo grazie anche al sostegno del critico del Corriere della sera Antonio d’Orrico, che ama la letteratura colta e più o meno disinibita. Dopo un lustro di stesure multiple e rinvii continui della pubblicazione, è uscito di recente il nuovo romanzo, Persecuzione, che tratta delle accuse di pedofilia a un oncologo pediatra romano ebreo. Nel giro di un anno uscirà il seguito, dal titolo Inseparabili. I due libri insieme compongono l’opera Il fuoco amico dei ricordi: in origine doveva essere un libro solo, ma poi Piperno si è fatto prendere la mano.

Come è successo a noi in quest’intervista. Intervista che peraltro non è la cosa più pulita dell’universo: ho tratto diversi vantaggi dall’esistenza di Piperno. All’epoca di Con le peggiori intenzioni, erano pochi gli autori letterari nati negli anni Settanta che volevano essere prima romanzieri che intellettuali. Essendo sempre stato il mio scopo, mi faceva piacere che un autore più grande e ferrato di me facesse una professione simile di fiducia nel romanzo. Devo anche confessare che Piperno ha scritto una recensione del mio ultimo romanzo, quindi è come se stessi, molto romanamente, ricambiando un favore. Detto questo, in realtà mi ha chiesto Vice di intervistarlo e io ho detto sì, ma ai sensi di colpa e alla vergogna non c’è mai fine.

Ci vediamo per parlare del suo secondo libro, Persecuzione, primo volume di un dittico il cui secondo capitolo uscirà l’anno prossimo. Persecuzione è ambientato nella ricca gated community dell’Olgiata, Roma, negli anni Ottanta, e parla di un oncologo pediatra ebreo socialista che finisce al centro di un caso di pedofilia a causa di un delirante scambio epistolare con la fidanzatina di uno dei suoi due figli maschi. Come gli ho detto in altre occasioni, mi piace molto che questo libro esibisca un’ambientazione così esageratamente borghese.

Che ne dici?

In realtà la tua lettura del mio libro in chiave classista mi è sempre molto misteriosa.

Cosa intendi per classista?

La trasgressione che starebbe nello scrivere di qualche cosa che per qualche ragione non ha niente a che vedere con la letteratura di questi anni: i ricchi dell’Olgiata negli anni Ottanta… Veramente è un retropensiero che quando scrivo non ho, che non voglio avere, e fondamentalmente scrivo solo di ciò che mi appassiona, però non è che faccio continuamente affidamento a un’idea precisa, préalable, della mia condizione di scrittore che si occupa di ambienti… di un generone romano… perché poi l’ambiente non è nemmeno così alto… C’è un altro luogo comune: che io mi occupi di alta borghesia: ma che alta borghesia… si tratta di buiaccate, di professionisti. Ammesso che l’alta borghesia esista in Italia, non è certo quella che metto in scena io. Non è che metto in scena gli Agnelli o i Moratti. Parlo di famiglie più o meno agiate, sull’orlo del precipizio.

Il fatto è che più in alto di così non c’è ancora arrivato nessuno. Nessuno scrittore della nostra generazione ha scritto di gente più ricca della tua. [Tranne forse, ora che ci penso, Edoardo Nesi.]

Sì però è una cosa in fondo abbastanza sorprendente…

(Altoparlante) “Attenzione, si prega di spostare una Hyundai grigia…”

Be’, volevo qualcosa di più impressionante…

Una Cayenne… Puoi sempre scriverlo. Comunque: da quel punto di vista… sono molto più preoccupato di chiedermi: Sto scrivendo un romanzo ebraico?, (peraltro, senza riuscirci), che chiedermi se sto scrivendo un romanzo sulla buona borghesia romana. Mi pare che la cosa sia talmente destituita di ogni importanza per me che in realtà scrivo di quello che conosco, di quello che mi piace, di quello che mi appassiona. Molti intervistatori che hanno apprezzato il libro mi chiedono ‘Ma non è stanco…?” (tra l’altro, come se avessi scritto trecento libri) “… di scrivere di un ambiente così piccolo?

Ma piccolo che vuol dire?

Infatti, e poi di cosa dovrei parlare? Dei cinesi? Henry James scriveva di quei cinquecento miliardari in giro per il mondo, e leggere James oggi, sebbene nessuno di noi purtroppo vanti alcuna relazione possibile con il tenore di vita di quelle persone lì, nessuno di noi non si identifica nei Carteggi di Aspen. Devo dire che così come non capisco chi nota questo fatto, così sono abbastanza aperto quando leggo un libro: non è che noto se il libro ha un’ambientazione diciamo così pauperistica, non me ne frega un cazzo, se non mi piace non mi piace. Molto simpaticamente Walter Siti mi mette nell’esergo del suo libro [Il Contagio], in cui dico: “Ancora borgate?, guarda che esiste pure Madison Avenue…” E in effetti era una conversazione tra noi, che messa come Walter l’ha messa, e ha fatto bene, sembrava una dichiarazione, in realtà era una delle mie battute cazzare… Il tono era “baaaasta co ste periferie, hai rotto il cazzo…”

Quel libro parla di cocaina. Nei tuoi libri la droga non è presente.

La droga non è presente nei miei libri come non è presente nella mia vita. Ma non è presente nella mia vita in un modo che tu non hai idea. In un modo che io non ho mai visto la cocaina. Non ho mai avuto vicino una persona che si faceva di cocaina. Conosco un sacco di cocainomani, però non ho ne ho mai sentito il profumo, non l’ho mai vista, non sono mai stato in una casa in cui a un certo punto ci si faceva. Mai. Quindi non la conosco, perciò non ne scrivo.

Tu stavi ai Parioli quando hai fatto il liceo? [Glie lo chiedo perché ci vediamo sempre ai Parioli ma lui abita dall’altra parte di Roma.]

No, stavo a Monteverde.

Noi ci vediamo sempre ai Parioli, praticamente. Questa tua associazione con i Parioli da cosa deriva?

È assolutamente… insensata.

Insensata.

Sì, nel senso che…

Sei veramente un impostore, quindi.

Un impostore, sì.

Ci vediamo ai Parioli per parlare di ebrei, e poi fondamentalmente non sei ebreo e non vivi ai Parioli.

È così. In realtà, mentre mi sforzo di inventarmi ebreo, non mi sono mai sforzato di inventarmi pariolino. Non me ne frega un cazzo.

Quindi Leonardo Colombati è il tuo amico scrittore veramente pariolino?

Be’, lui lo è autenticamente, però devo dire che lo sono quasi tutti i miei amici.

E tu dove sei andato al liceo?

Al Nazareno, in centro.

Ah, quello dietro Burger King.

Via del Tritone. La scuola dei bocciati.

E perché sei andato là?

Era l’unica scuola cattolica che era disposta a prendere un mezzo ebreo. Mia madre riteneva che io e mio fratello dovessimo studiare in una scuola cattolica. In realtà non una scuola cattolica in sé e per sé, ma una scuola privata: le scuole private sono tutte cattoliche, e loro sono gli unici che non fecero problemi. Non chiesero il certificato di battesimo. Quindi mia madre si commosse e ci mandò lì. Tieni conto che io iniziai andare a scuola alla fine degli anni Settanta e la scuola pubblica era in un momento di particolare trucuglio… Poi io e mio fratello avevamo un po’ le stigmate del disadattamento. Siamo sempre stati due disadattati.

Il tuo modo ce l’ho presente. Il modo di tuo fratello?

Molto simile. Molto diverso nella prassi. Siamo molto diversi, vestiamo in modo diverso, però siamo sempre stati degli outsider e siamo sempre stati percepiti come fortemente eccentrici. Non c’è nessun ambiente dove io mi senta accolto.

Lo capisco, so il rapporto che c’è tra la scrittura e l’essere al margine di un mondo, quindi è strano che tu sia percepito come rappresentante di un certo ambiente.

È abbastanza grottesco. Il fatto del pariolino. Ma anche… ho visto in questi anni mutare continuamente la mia immagine presso gli intellettuali. All’inizio sono stato disprezzato e combattuto perché avevo avuto un grosso lancio da Mondadori… Dopodiché ho iniziato a scrivere verbosi articoli sul Corriere sui massimi sistemi in salsa proustiana mostrando di avere una discreta conoscenza dell’opera di Chateaubriand e a quel punto sono stato riabilitato nella coscienza di alcuni. Poi sono diventato un terzista, che non sta con gli uni né con gli altri, però per alcuni un terzista rispettato, per altri invece in quanto terzista l’emblema del trasformismo. La volta scorsa ebbi clamorose recensioni sul Foglio, che stavolta mi ha stroncato, l’altra volta c’erano giornali tipo Liberazione e manifesto che fecero la corsa a stroncarmi e invece stavolta sono tutti a cazzo dritto. E non ha senso.

In base a cosa ai giornali di sinistra è piaciuto il tuo libro?

Questo non lo so, ma non credo che il libro sia importante, l’importante sei tu. E chi sei tu? Sei uno che non fa il pagliaccio. Ci sono un sacco di nostri colleghi che per vendere quattro copie in più fanno i pagliacci…

In che modo? Senza fare nomi, dimmi le azioni.

Stando sempre in scena, facendo grandi presentazioni in teatri, andando in televisione continuamente, scrivendo sceneggiature. Insomma facendo tutto quello che più o meno in Italia può garantire un po’ di successo a uno scrittore. La mia intransigenza, che non viene da un pregiudizio ideologico ma da una vocazione forte, credo che mi abbia giovato presso… “Ah, Piperno è strano, però almeno…” Questa cosa che mi è capitata la guardo con una grande passione romanzesca nel senso che in fondo, quando dico – con una banalità che non mi fa onore – che il protagonista del mio libro, Leo Pontecorvo, c’est moi, intendo dire che la sua vicenda, sebbene distante dalla mia…

Cioè, un socialista sospettato di pedofilia…

Cioè un socialista sospettato di pedofilia con un sacco di…

(Altoparlante) “Attenzione si prega di spostare una Porsche colore grigio scuro, ripeto…”

Ah, finalmente.

…sebbene io non abbia niente a che fare con Leo, cos’è che mi interessa del suo destino umano? Il fatto che sostanzialmente ciò che viene detto su di lui muta per ragioni che sono assolutamente indipendenti dalla sua volontà, completamente affidate all’imponderabile.

E d’altra parte, settimane fa, quando abbiamo parlato di questo libro, mi hai detto che lui però crede a questa persecuzione, le va incontro come l’insetto verso la luce.

Be’, ma quando noi veniamo stroncati da Libero o da Liberazione, che ne so io, non abbiamo la stessa sensazione di essere perseguitati…? Ci facciamo delle pippe mentali, ma in realtà dietro spesso non c’è niente. C’è il fatto che molto spesso a una persona il libro che hai scritto non è piaciuto. Basta, punto.

Però te vuoi essere condannato in via definitiva e distrutto.

Sì, certo. Il meccanismo che ho messo in scena è un meccanismo che capisco molto. Ripeto: la cosa veramente interessante è come il destino umano, nello specifico il mio, sia affidato a cose che non hanno niente a che fare né con la mia volontà né con i miei atti. Io, per riabilitarmi come scrittore, non ho fatto nessun atto se non di omissione. Ed è una cosa incredibile, perché quando scrissi Con le peggiori intenzioni  non ero meno intransigente di oggi. Anzi, forse lo ero in qualche misura molto di più. Sulla letteratura non faccio sconti. Un mio caro amico che è un editor importante mi ha detto: “Ti rendi conto che di questo libro, con la storia che ha, con l’ambiente che ha, se ne facevi trecento pagine invece di quattrocento, se toglievi tutta l’ultima parte del viaggio a Londra coi figli, poteva essere Umberto Eco?” Ma sticazzi!

Se levavi il viaggio a Londra… che è veramente la cosa più bella del libro…

Non so che dirti. So che non me ne frega un cazzo. L’unico brandello di ottimismo che mi anima, e che probabilmente ha a che fare con il calvinismo che mi è stato inculcato, è che in realtà se tu fai le cose come ti pare e le fai bene, poi ti leggeranno più a lungo nel tempo. Se non fingi. E molto spesso gli editori non sono lungimiranti, sono molto hic et nunc.

Il libro ha due grandi situazioni fondamentali, per me: il Viaggio a Londra Col Papà, e la Settimana Bianca della Famiglia Ricca.

(Altoparlante) “Attenzione, si prega di spostare con la massima urgenza una Porsche…”

Devo dire che sono attratto dai paradisi perduti come tutti quelli che fanno il nostro mestiere. E le immagini che io associo al Paradiso hanno a che fare con la mia adolescenza anni Ottanta. Peraltro un paradiso che per mie ragioni nevrotiche mi era completamente precluso. Perché io non stavo bene psichicamente. Ero molto più disturbato. Ero molto infelice, ipocondriaco, non dormivo la notte, mi auscultavo continuamente per sentire malattie. Non riuscivo a andare a letto. Tra le altre cose, e questo ci sarà nel prossimo libro, Inseparabili, dove racconto la morbosità di un rapporto fra due fratelli che si amano e che hanno destini inversi… mi ricordo che non riuscivo a andare a letto se mio fratello non tornava. Ricordo che una volta rimasi sveglio ad aspetttarlo… mio fratello come tutti i diciannovenni con patente nuova di zecca tornava alle cinque di mattina… io ne avrò avuti sedici.

Grave. A sedici è grave.

E vivevo nell’angoscia facendo come la piccola vedetta lombarda, mi mettevo lì ad aspettare, guardando se rientrava questa macchina, e c’erano i primi telefonini e provavo a chiamarlo continuamente…

E lui come reagiva?

Ma io in realtà facevo di tutto per non farmi vedere. Non rispondeva al telefono ma all’epoca il telefono non aveva neanche l’avviso che qualcuno ti ha cercato.

Quindi potevi essere più stalker.

Quindi potevo essere più stalker. E in ogni caso veniva fatta in un momento di grande… in cui l’avevo dato per morto, alle quattro di notte.

Quindi anche lui era un outsider e però si divertiva più di te.

Ecco, uno che rientra alle cinque di mattina non è detto che si diverta.

Be’ almeno riusciva a uscire.

Sì, sicuramente.

Quindi la racconti come età dell’oro perché non l’hai potuta afferrare e godere.

Non l’ho goduta per niente. Però in realtà oggi io guardo Wall Street e mi commuovo. Ma non è che mi commuovo per il tenore di vita, che mi fa cacare, è un tenore di vita di un’orripilante volgarità, per cui preferisco cento volte stare tutto il giorno con Chateaubriand piuttosto che andare in un locale downtown con quei cafoni. Mi commuove la fotografia. Mi commuovono le macchine, l’atmosfera.

Il senso di futuro.

La cocaina nell’aria. C’è qualcosa… Credo di essere uno dei pochi che si commuove leggendo Bret Easton Ellis. Ed è forse lo scrittore più intelligente di questi anni. Forse è lui il grande. Non è Franzen. Con tutto il rispetto, lo sai. Credo che se c’è un lettore che riconosce che nelle pagine londinesi c’è la ricerca del paradiso perduto…

…E all’epoca c’era la ricerca del paradiso…

Certo, certo. Prendi uno come Nanni Moretti. Io devo dire, non capisco un cazzo di cinema, di questioni formali, e molte persone che conosco che fanno cinema dicono che Moretti non è un genio, diciamo, non è Scorsese. Però, perché Nanni Moretti ha il potere, su di me, soprattutto nei suoi primi film, di emozionarmi così tanto? Proprio perché in lui, al di là di qualsiasi sovrastruttura ideologica, di cui lui è diventato una sorta di campione, è uno che è alla continua ricerca del paradiso perduto. E quindi, quando tu vedi i suoi bar anni Settanta di una Roma che ormai si è meritata la qualifica di morettiana, con il latte macchiato, con il nuoto dei bambini al pomeriggio, quell’atmosfera satura, dolce, piccolo-borghese, di latteria romana… Be’, cazzo, è sua, è lui…

Ed è questa la cosa che conta.

Ed è questa la cosa che conta. Al cospetto di tutto questo c’è una serie di epigoni, imitatori, gente che l’ha preso seriamente, che ha creduto che la sua fosse un’estetica assolutamente geniale… In realtà la sua forza sta nel fatto che lui ha contatto con quello che il mio amato Proust chiamava la Patria Interiore, che è quel luogo dove tutto palpita.

E lui è stato aiutato a fraintendere questa cosa, a non capire che il cuore di quella cosa era la sua poetica. Se tu ci pensi forse il suo vero film sarebbe riprendere la gente che va al Nuovo Sacher a vedere altri film. Cioè ha fatto la cosa di quartiere, radicata, quello è il paradiso perduto, se vai al cinema di Moretti a Trastevere, con la vecchia insegna…

Lo è.

È come Disneyland.

D’altra parte lui, come tutte le persone che sono in cerca del paradiso perduto, è pieno di vezzi. E quindi le sachertorte, le scarpe, le cose, è pieno di feticismo. Come lo sono io.

E però secondo me in lui c’è questa mancanza di rigore nel cercare di capirsi e capire come andare avanti.

Cosa è successo a Nanni Moretti? Ti dico, è un caso che io conosco benissimo. Nanni Moretti è sostanzialmente diventato ciò che lui stesso osteggiava da ragazzo. È diventato un uomo di straordinaria influenza e potere. E se tu diventi un uomo di straordinaria influenza e potere devi comprometterti in qualche modo. Le cose che mi fanno sorridere… Una delle sue battute più belle sta in Bianca. Finisce il film, lui viene arrestato, va via, questo matto furioso, e lui dice: “Brutto morire senza figli”. Battuta splendida, struggente, vera, disperata. Lo ritrovo vent’anni dopo che fa un film come Aprile in cui, anche se in un modo autoironico e morettiano, perché dentro di sé si rende conto, fa una sorta di secondo me misera rappresentazione della gioia di aver vinto le elezioni e aver avuto un figlio. Da È brutto morire senza figli al documento familista sinistrorso. È una parabola melanconica.

Il che vuol dire: il paradiso perduto cercalo nella tua opera ma non cercarlo nella realtà se no poi diventi compiaciuto nella tua opera.

Non so se funziona proprio così. Direi che il momento in cui ti scordi che quello che devi fare è cercare il paradiso perduto, è il momento in cui ti organizzi la vita altrimenti. E quindi lui è finito a fare cose molto meno belle… Poi ti dico, per me conta, anche in letteratura… Anche i miei molti detrattori dicono che scrivo bene. Questa cosa mi dà un po’ fastidio perché sembra un po’ la maestrina, che ama usare la parola difficile…

Guarda, io però sono ancora scandalizzato dal tuo lessico. Il tuo lessico è un lessico, non posso dire coatto, però greve. Anche usare sempre aggettivi forti… è un lessico quasi da arricchito della letteratura. E la sua logica intrinseca per quello che scrivi fa sì che io te lo possa dire, però sono scelte su cui bisognerebbe pensare.

Sicuramente non è uno stile sorvegliato.

Né efebico.

Con dei tratti di brutalità. Però in realtà quello che passa è l’idea di uno che con la sintassi italiana ci sa fare.

Sì, ma lo dicevo per dire che non puoi semplicemente dire che uno scrive bene.

E infatti arriviamo al punto, a Moretti: scrivere bene, e tutti gli esperti mi dicono che Moretti scrive male, tiene male la cinepresa in mano, per così dire, è qualcosa di cui mi frega poco. Scrivere bene non serve a niente. Così come girare bene non serve. Basta sapere fare il necessario per creare l’atmosfera che ti interessa creare. E devo dire che nessuno nel cinema italiano di questi trent’anni è riuscito a creare un’atmosfera più riconoscibile di quella morettiana. E così non me ne frega un cazzo della bella scrittura calligrafica.

Direi tutto fuorché la tua scrittura sia calligrafica.

Ogni tanto incontro dei lettori che mi dicono “Ho imparato tante parole col suo libro…” È una cosa che mi dà un senso di asfissia.

Come dice un altro scrittore pariolino, Giordano Tedoldi: in Italia ci sono i Piccoli Maestri, gli scrittori che insegnano alla gente le cose alte. Solo che poi diventa una parodia della ricerca di educazione e istruzione. Ah scrivi bene e ho imparato qualcosa. Quando poi ti segnalano cosa hanno imparato è sempre roba imbarazzante.

Ma poi chi legge per imparare è un coglione. Non so.

Questo tema del paradiso perduto mi ha fatto riconsiderare il modo in cui parli di sesso. I tuoi libri creano un ambiente in cui io sento che possono succedere delle cose, che ci si può divertire, che i personaggi saranno autorizzati a divertirsi, a differenza del grosso dei libri impegnati dei nostri coetanei in cui ogni scopata la pagherai sempre cara, non è assolutamente concessa a cuor leggero ai personaggi. Ora, nei tuoi libri c’è un ambiente di sensualità nel rapporto con le cose, nel rapporto con gli spazi, i protagonisti possiedono i loro ambienti e quindi ti aspetti che in quegli ambienti succeda qualcosa. Però di fatto queste cose non succedono veramente, si parla sempre di esperienze sessuali non accadute. Cioè le mutandine delle Peggiori intenzioni e la bambina in Persecuzione. C’è un collegamento tra la letteratura come luogo in cui scoprire la patria interiore, l’infanzia e tutto, e il fatto che poi alla fine queste grandi scopate non arrivano?

Be’, diciamo che è tragicamente autobiografico, mettiamola così. Scopare è una cosa così bella da immaginare per me, e così disastrosamente incombente quando mi trovo a dovere espletare la bisogna, diciamo. Quindi in realtà mi fa piacere che l’immagine che esce dai miei libri sia un’immagine di sesso potenzialmente libero e depravato…

Forse tu chiami depravato quello che io chiamerei solo libero. Insomma: è un ambiente in cui si è in possesso dei mezzi di produzione del piacere.

Sì, sì. Quello indubbiamente. Però in realtà tutto questo non ha alcuna implicazione con la mia vita, purtroppo. C’è più un sogno di un sesso che non ho mai avuto, che probabilmente non avrò mai. Insomma. È difficile scrivere molto di sesso e poi farlo anche. Chi scrive molto di sesso ho l’idea che scopi poco. Non so se Henry Miller era un grande trombettiere.

Miller scriveva per insegnare alle persone come passare le serate. È un caso anche un po’ irritante. L’elemento pedagogico di Miller mi leva abbastanza il divertimento. In realtà dalla tua risposta mi rendo conto che il punto non è neanche quello che si racconta ma il tipo di sensazione che uno scrittore dà di cosa sono i corpi, cosa è il rapporto delle persone con…

Ti dico: sono commosso dai corpi, dagli oggetti, dalla relazione che intercorre tra noi ed essi.

Alla fine nel famoso viaggio a Londra c’è una cosa che vale anche per definire la tua visione del sesso: quando il padre va in albergo a Londra in camera con questi due figli adolescenti e scopre la loro puzza, fondamentalmente. È scandalizzato dalla presenza fisica dei ragazzini nella sua stanza. Il padre andava tenuto lontano dai figli, in quel genere di famiglia, perché i figli rappresentano una verità fisica scandalosa.

Sì, che lo conturba. Poi tieni conto che con scaltrezza narrativa, tenendo conto che uno quando scrive lancia messaggi subliminali che vengono colti subliminalmente, quella parte si giustificava nella mia testa come un primo elemento, anche se posto alla fine del libro, del rapporto complicato e terribile che quest’uomo intrattiene con l’infanzia. Tenendo conto che fa l’oncologo pediatra, che la sua vita viene distrutta da un’adolescente, che ha dei figli adolescenti con cui ha un rapporto piuttosto squilibrato… Quindi in realtà tutti questi elementi mi servivano da contrappunto alla sua condizione di uno che non è mai diventato adulto, e che quindi è implicato continuamente dall’infanzia. Non a caso viene messo in scacco da un’adolescente, e dai suoi figli, e dai suoi pazienti.

E per questo una scena chiave del libro è quando lui da sotto, dalla sala interrata, vede il figlio farsi male giocando a calcio.

È una scena alla quale tengo molto, e dà l’idea di tutto il libro e della irresolutezza di Leo Pontecorvo.

Quindi insomma il tuo libro ha questa idea oblomoviana della persona chiusa nel suo ambiente, che diventa la sua conchiglia, e però tutto il rapporto con la memoria è un rapporto assolutamente fisico, come il rapporto che uno ha col proprio corpo quando scia, poi la puzza dei ragazzini in albergo a Londra, e l’incidente di gioco. Quindi alla fine c’è molto corpo anche se è un libro che è tutto speculazione, che è continuamente ripensare a quello che è successo… che in realtà è oltre il concetto di flashback…

Ti ringrazio per averlo detto. Perché del libro hanno scritto: “È un lungo flashback”. Ma è difficile parlare oggi di flashback. Perché in realtà questa tazzina di caffè per me è satura di flashback, nel senso che è l’emblema della mia vita, non a caso ne parlo anche nel libro, faccio una sorta di elogio del caffè. (Basta andare a Latina, per non dire a Firenze, perché il caffè faccia cacare. In Italia il caffè lo bevi bene a Napoli e poi a Roma, dove fanno pure meglio il cappuccino.) ll caffè è tutto, il caffè spiega tutto. Però dire che il caffè… per questo sono così pazzo di Nabokov.

Perché Nabokov fa vedere che il ricordo è presente. E che tu sei passato.

In Parla, ricordo, Nabokov dice che non esiste il tempo, ma il ricordo ha una sua concretezza. Quando noi, soprattutto in un momento di forte pathos emotivo, come quello che capita a Leo, ci immergiamo in un passato così struggente e palpitante, dire che quello sia passato non serve.

Anche perché o ci stai dentro e lo stai ricordando e a quel punto ti distrugge da quanto è presente, oppure non arriva. Quindi il flashback non esiste, fondamentalmente.

Il flashback così come lo concepiamo…

È molto più una costruzione di quanto non lo sia l’io.

È così. Lo è, a tal punto che al cinema i più cafoni lo fanno seppiato.

Il flashback è il preservativo sul ricordo. Quando il ricordo arriva forte, sparisce il presente.

E mi sarebbe piaciuto che più che di flashback si parlasse di una compresenza costante di presente e ricordo.

(Altoparlante) “Attenzione, si prega di spostare con la massima urgenza una Audi A4 di colore grigio metallizzato”.

Eh, eh…

Dipende dall’età. Se è giovane, l’Audi può andare. E insomma dicevo: la compresenza struggente fra passato e presente. Un libro che io ho amato tantissimo negli ultimi anni, forse quello che ho amato di più, che è il Teatro di Sabbath, è un lungo monologo interiore di un personaggio, sostanzialmente, che sta in un momento di grossa impasse, diciamo, in cui la compresenza del passato e del presente è tale che tu non hai una sensazione continua di flashback. È tutto un flashback. [Poi per vie traverse che sarebbe troppo noioso mettere per iscritto, arriviamo a un punto di interesse generale…] Io ho un rapporto molto difficile con la sessualità. E questo credo derivi dal fatto che non riesco, forse per una forma di perverso narcisismo, a percepire me stesso come un oggetto sessuale. Nel senso che ho una ripugnanza per me stesso, e questa ripugnanza la leggo negli occhi delle mie partner, ed è tra l’altro un atteggiamento vetero-adolescenziale, che è il motivo per cui di solito si dice che uno a quarant’anni scopa bene e a diciotto è un disastro. Diciamo che io probabilmente non sono uscito da quella stagione lì. Quindi in realtà…

Ma scusa, neanche da adulto, ora che puoi trasformare il sesso in una cosa cerebrale – voglio dire: in maniera credibile…?

Non voglio parlare in dettaglio di cose intime; sono in realtà abbastanza disgustose da nominare. Però ti ripeto, non ho un buon rapporto col sesso, è una cosa che continua ad angosciarmi.

Quindi non hai trovato una strada per far passare certe cose…

Non lo so. Voialtri scrittori che approfittate della vostra condizione di scrittori per scopare in giro… A me non è mai mai mai accaduto.

Ma quella vicenda del pompino?

Quella è l’unica volta che è capitato.

Rispiegamela un po’.

Mi è capitato che una mi abbia provato a sedurre, ma glie l’ho impedito. Era piuttosto carina, ero piuttosto eccitato, ma poi, sentendo che ero stato a quel festival, [Giovane Scrittore di Successo] mi disse: “Ah, e ti sei fatto [la tipa]?” Sostanzialmente era una groupie che si faceva tutti gli scrittori in serie. E anche altri amici se la sono fatta. E io anche quella volta lì che pensavo di… invece…

E qual è stato il motivo per cui hai rifiutato?

Tendenzialmente rifiuto la poligamia. Sto con la mia compagna da sei-sette anni. Sono fedele. E le sono fedele più nella prassi che per vocazione. Sono il contrario di un ipocrita. Anzi forse sono un libertino ipocrita.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
13 Commenti a “Intervista a Alessandro Piperno”
  1. Giordano Tedoldi scrive:

    Precisazione: quando si fa riferimento ai “Piccoli Maestri” da me citati all’intervistatore, non si fa alcun riferimento, né diretto né indiretto, all’omonima straordinaria associazione presieduta da Elena Stancanelli, che allora non era nemmeno nata, poiché questa intervista risale a alcuni anni fa.
    Tale riferimento, confidato in una delle consuete immoralistiche conversazioni con Francesco Pacifico, era subconsciamente suggerito dal libro di Meneghello (o più probabilmente dal film da esso ricavato), ma in chiave ironica, per dire di taluni scrittori che si sentono engagé al punto da poterli, senza ironia, definire “resistenti” o per meglio dire, “eredi dei valori della resistenza”. Il che, talvolta, li esenta da un imparziale vaglio delle loro opere, da parte di chi preferisce i maestri agli allievi di se stessi.

  2. Giordano Tedoldi scrive:

    Un uso da allievo di se stesso della punteggiatura può dar luogo a ambiguità e far ritenere che la stessa Elena Stancanelli, non l’associazione Piccoli Maestri, non fosse nata, al tempo della mia chiacchierata con Pacifico.
    Chi interpretasse la frase così, è degno di credervi e di sostenere la sua posizione a spada tratta.

  3. fafner scrive:

    Solito Piperno, sempre lì a fare l’Alain Elkann dell’upper middle class, a scrivere libri upper middle brow. Con l’inconsistenza e la critica amica freghi i lettori una prima volta, poi no.

  4. Solounatraccia scrive:

    Se esiste uno scrittore più noioso di Piperno (non come scrittore, proprio come individuo) segnalatemelo, per favore: sono affascinato dai limiti estremi delle possibilità umane.

    Calcolo di redigere un volumetto dal tema “Interviste a suppellettili bislacche” (il bislacche è omaggio parafrasale a Foster Wallace… inutili sarebbe più intonato al Pip).

  5. luigi scrive:

    roba da passatisti

  6. davide calzolari scrive:

    sinceramente non trovo Piperno ,nelle interviste,noioso,anzi,la puntata di”scrittori per un anno”,sulla rai,dedicata a lui,era una delle migliori che abbia visto proprio per le cose che diceva
    (piu li,che in questa intervista..e per l’intervistatore:i brevi interludi “pop” sulle “auto da spostare ” non sono proprio riuscitissimi,eh..)

    detto questo,io ho letto solo il primo libro,di Piperno:scrittura rigogliosissima,sembrava una pianta grassa ornamentale come linguaggio:ma la storia,quasi non c’era

  7. Sascha scrive:

    Noioso? Sì, anche; direi che se la gioca con David Foster Wallace come scrittore. Come persona non so: può essere che Wallace, come molti depressi, fosse divertentissimo, a momenti.

  8. Valerio Fiandra scrive:

    Tutto bene. Ma il caffè, che davvero è tutto, a Trieste si può ancora bere bene. Saluti

  9. fantastica questa intervista, grazie

  10. vincenzo scrive:

    uno dei pochi scrittori italiani contemporanei degni di interesse.

  11. Wif scrive:

    P.non dovrebbe confrontarsi con gente dell’ambiente dei cosiddetti intellettuali . Ne è sempre succube, come con i bulli a scuola.

  12. Max scrive:

    Il piu interessante scrittore italiano del momento. Punto e basta!

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