Amelie Nothomb

Il rifiuto e il senso dell’altro: intervista a Amelie Nothomb

Amelie Nothomb

(Foto: © Marianne Rosenstiehl)

Musicale, a tratti lirica come una tragedia greca e al tempo stesso leggera come una piuma. Diretta e tagliente come una freccia. Rapida come un ladro. Amélie Nothomb ha fatto dei colpi di scena un’arte, raccontandoli con la sua tipica discrezione chirurgica.

Il filone letterario in cui si colloca si potrebbe definire semplicemente Nothomb. La scrittrice non esercita toni saggistici da romanzo storico, non si fa voce di ideologie politiche, non è entrata in competizione con la saga di Twilight, non ha intrapreso percorsi d’indottrinamento del lettore.

Distintamente indefinita, eppure definita dal culto stesso che lei ha creato. Unica costante, la consegna ogni anno di un nuovo manoscritto alla sua casa editrice francese Albin Michel.

Consegna, pubblicazione, gioia dei suoi lettori. Perché il successo? Forse perché in un romanzo qualsiasi di Amélie Nothomb, che siano quelli di formazione come Metafisica dei tubi e Sabotaggio d’amore o quelli dai toni sociali come Una forma di vita si trova tutto l’universo, dall’arte alla politica. Lo stesso accade nel nuovo romanzo Riccardin dal ciuffo, storia d’amore d’ispirazione fiabesca: una favola contemporanea e onnicomprensiva. Nessuna ridondanza, lo stretto essenziale che folgora e non si dimentica. Amélie Nothomb nel 2015 ha terminato di leggere tutta La Commedia Umana di Balzac, e nessuna opera potrebbe essere studio più fertile per un intelletto come il suo.

In una storia di Nothomb c’è tutto il conoscibile e immaginabile: amore, amicizia, società, politica, cultura, rapporti negli ambienti sociali, familiari e di coppia, Parigi/Tokyo (o altre città del mondo), arte, pittura, letteratura, humour, sociologia, ingiustizie, rivolta, stupore e meraviglia. In Riccardin dal Ciuffo, a queste tematiche si unisce il tono scientifico ed ironico dell’ornitologia che dona un inaspettato, brillante punto di vista sui vari aspetti sociali della vita.

Quando le chiedo delle affinità che intravedo tra i suoi scritti e La Commedia Umana, conferma la mia intuizione con l’understatement che la contraddistingue:

“Penso che sarebbe davvero presuntuoso paragonare il mio lavoro a quello di Balzac ma penso che al mio umile livello anche io sto scrivendo una specie di Commedia umana, o per lo meno sto scrivendo tantissimi romanzi come Balzac, molto più corti dei suoi lavori, però sempre incentrati su situazioni umane. Così forse quando sarò morta potrete mettere assieme tutto il mio lavoro per creare La Comédie humaine di Amélie Nothomb.”

In modo innato ma consapevole, Amélie Nothomb studia la specie umana come l’ornitologo Deodato di Riccardin dal ciuffo analizza senza tregua la sua specie animale preferita: anche di notte, anche senza dormire. La scrittrice conosce molto bene la dimensione liminale tra sonno e veglia, avendo fatto delle ore improbabili il pilastro temporale del suo metodo di scrittura.

Ha mantenuto intatte le stesse abitudini che aveva dieci anni fa, quando l’ho intervistata per la prima volta. Si sveglia tutte le mattine alle 4, beve tutto d’un fiato a stomaco vuoto una tazza di tè nero dal gusto forte, e inizia a scrivere a mano. Non scrive a computer. Scrive su carta da poco, perché “Penso che la carta da poco sia quella migliore su cui scrivere”. Quindi scrive senza interruzioni per 4 ore circa fino alle 8 del mattino. Abitudine che prosegue da più di 25 anni e che probabilmente ormai non cambierà più, concordiamo. Definisce il suo stato d’animo quando scrive come quello “di quando ti svegli al mattino troppo presto all’alba, sei da solo, e hai bevuto troppo tè nero”. Buffa in modo sublime, nonostante l’elettrica carica intellettuale. Una donna-bambina dagli occhi curiosi e brillanti che si potrebbe associare a personaggi come Bjork: artiste liberate e liberanti che non conoscono le barriere, tantomeno quelle del tempo come immaginato dalla gente comune.

Pensando al suo stile essenziale di scrittura, che ormai si è consolidato negli anni, le chiedo come sia possibile che il suo parto siano sempre romanzi da 100 pagine circa. Scelta stilistica, labor limae o tecnica geniale della “first take” senza brutte e senza bozze alla Keith Haring? Lei, come s’intravede dallo stile, conferma di consegnare la prima versione, ma aggiunge che è necessario considerare che la sua è una “first take” di qualcuno che scrive moltissimo.

“Più scrivi, più ti rendi conto di quello che non hai bisogno di scrivere. Scrivere un romanzo per me è come scolpire, mi sento uno scultore: devi selezionare al volo gli elementi. Penso che si possa riconoscere il lavoro di uno scrittore alle prime armi dal fatto che riporta tutto. Si distingue il lavoro di un maestro quando questo non scrive tutto, ma si limita a trasporre solo il necessario.”

Aggiunge poi con graziosa ironia che a questo punto può dire di aver scritto veramente tutto il tempo per più di metà della sua vita e che quindi ora sa di avere abbastanza esperienza per capire subito, nel mentre della prima stesura, la lunghezza esatta di quello che c’è da scrivere.

In Riccardin dal ciuffo il protagonista disprezza questa società che chiede di fare solo “cose che servono a qualcosa”, e discorre così del suo lavoro di ornitologo:

Lei almeno non mi chiede a cosa serve. È una domanda che mi dà un fastidio terribile. Viviamo in una società dove c’è sempre bisogno che le cose ‘servano’. Ora, il verbo servire, da un punto di vista etimologico, significa ‘essere schiavo di’. E se c’è un animale che invece incarna un ideale di libertà assoluta è proprio l’uccello. In genere si pensa che un ornitologo lavori per la salvaguardia della specie aviaria: in realtà non è che una parte del suo lavoro. Per me l’ornitologia consiste anche e soprattutto nel suggerire all’uomo percorsi alternativi. […]

Studiare gli uccelli vuol dire interessarsi a un’esperienza radicalmente altra. A volte mi chiedono come sia possibile evitare l’antropomorfismo, la propensione a interpretare tutto secondo il nostro punto di vista; per i tre quarti del tempo i comportamenti degli uccelli sono incomprensibili. L’errore sta nel volerli tradurre […]. È proprio questo a conferire alla specie aviaria una nobiltà autentica: la grande maggioranza delle loro azioni non ha alcuna utilità.

Utile e non utile, impegnato o puramente estetico? Nella nostra conversazione trapela chiaramente la totale dedizione all’arte come alla diffusione di qualcosa di utile. Perché proprio fare arte, ovvero qualcosa di eterno che può suggerire differenti significati ad altrettante diverse persone, è dovere dell’artista. Un’altra teoria derivante dall’ornitologia trapela in Riccardin:

Ci vuole solo il povero cervello umano per creare una teoria come quella dell’arte per l’arte. Il merlo e l’usignolo sanno per istinto che la categoria del bello in sé è una stupidaggine e peraltro neppure esiste. Se cantano al livello estremo di bellezza, è per assicurare lo slancio più ampio possibile alla libertà del proprio volo. Ciò che dice il canto dell’usignolo più ispirato è che non ci sono limiti al sublime né all’emozione che può suscitare.

Nothomb aggiunge infatti che il suo non incanalarsi in un genere è una scelta al servizio dell’arte. Per tutti gli artisti un lavoro deve esistere solo in funzione di questa. Bob Dylan aveva dichiarato in un’intervista che anche se le persone cantavano i suoi pezzi durante le manifestazioni, lui non voleva dare messaggi politici con le sue canzoni: il suo vero scopo era creare arte. Che ne facessero poi le persone della sua arte in diversi contesti socio-culturali, non era di suo interesse. Amélie include in questo filone oltre a sé e Dylan anche Proust, che aveva terminato di scrivere Alla ricerca del tempo perduto alla fine della Prima Guerra Mondiale. Avrebbe potuto scegliere di trattare temi maggiormente inerenti alla realtà storica ma probabilmente non li riconosceva come la sua materia. Quello che poteva trasmettere era un’idea attraverso la letteratura: suggerire alle persone, indaffarate nelle loro stesse esistenze, la coscienza del tempo che sta passando.

Quando di arte si parla, in qualche inspiegabile modo spesso si inseriscono nel mezzo i media. Per l’ennesima volta, Nothomb li etichetta in modo inequivocabile:

La sofferenza e l’ingiustizia sono sempre esistite. Con le migliori intenzioni, quelle di cui è lastricato l’Inferno, l’età moderna ha prodotto atroci pomate verbali che, al posto di curare, estendono la superficie del male e creano un’irritazione permanente sulla pelle dell’infortunato. E al suo dolore si aggiunge anche una nuvola di mosche.

In Acido solforico il reality show è pratica grottesca, in Una forma di vita il soldato disagiato usa le email come strumento di menzogna, e in Riccardin dal ciuffo i personaggi più stupidi possiedono e guardano la tv, che coi suoi modi grossolani e onnivori cerca di fagocitare anche i due protagonisti. Severa condanna? Neanche tanto mi risponde, precisando di essere una persona davvero di vecchio stampo e di avere una relazione davvero distante coi media: data la scarsa esperienza personale non saprebbe che posizione prendere. Amélie Nothomb mi dice che non possiede un computer, non ha internet e nemmeno uno smartphone, senza scherzi. “Quando incontro i media, è solo un incontro fortuito in funzione della scrittura dei miei romanzi”.

Nothomb aggiunge che non le interessa nemmeno pensare alle sue storie in chiave cinematografica. Quando le viene annunciato che qualche regista sta pensando alla realizzazione di una sua opera (cosa già successa con Né di Eva né di Adamo, che diventò Il fascino indiscreto dell’amore diretto da Stefan Liberski), lei dice di non provare alcun sentimento di connessione, ma di sentirsi madre “naturale” solo del suo romanzo.

Vivere è rifiutare. Chi accetta ogni cosa non è più vivo dell’orifizio del lavandino.

Questa frase viene da una delle sue opere più famose, Metafisica dei tubi. Lo stesso sentimento dello scegliere la solitudine rispetto allo stare in mezzo alle persone si trova all’interno di Riccardin dal ciuffo, dove però al contempo si sottolinea come la vera intelligenza stia nell’avere “il senso dell’altro”:

Aveva ragione: il bambino possedeva quella superiore forma di intelligenza che si potrebbe chiamare “il senso dell’altro”. […] chi ne è provvisto sa che ogni persona è un linguaggio specifico e che tale linguaggio può essere appreso a condizione di ascoltarlo con la più estre- ma apertura di cuore e di sensi. È anche per questo che si tratta di una facoltà analoga all’intelligenza: ha a che fare con la comprensione e la conoscenza. Le persone intelligenti che non sviluppano questo accesso all’altro diventano, nel senso etimologico del termine, degli idioti: esseri centrati su sé stessi. L’epoca in cui viviamo rigurgita di questi idioti intelligenti, il loro simpatico club fa rimpiangere i bravi imbecilli di una volta.

Amélie Nothomb di fronte a questo contrasto mi risponde che non saprebbe rispondermi come armonizzare questi opposti, e continua dicendo che lei ovviamente è il tipo di persona che rifiuta tantissimo, ma che al tempo stesso vive in mezzo ad altri esseri umani, quindi prova semplicemente a essere una “persona possibile”.

Riccardin dal ciuffo è una storia d’amore, e l’argomento non poteva sfuggire alla nostra conversazione. Un tema sempre con una data di scadenza, che si vede sempre sorpassare dalla passione e dalla forza dell’amicizia:

In questo, la sua condotta era estremamente nobile: l’amicizia non serve a colmare un vuoto. Nasce quando si incontra l’essere che rende possibile una relazione sublime.

Nella maggior parte dei romanzi di Nothomb l’amore ha due tendenze principali. La prima: diventa una pesante gabbia che col passare del tempo affievolisce la passione della coppia. La seconda, ha degli svolgimenti infelici con finali disastrosi.

“In ogni storia d’amore c’è sempre uno che soffre e l’altro che si annoia” dice l’adagio.

Questo romanzo parla invece di un amore felice, nonostante altri amori sbiaditi che punteggiano la storia. Come è successo?

Al di là dell’arte e delle favole, Amélie mi spiazza ancora una volta dicendomi che in questo caso ha ragionato un po’ per statistica: “Questo è il mio 25esimo romanzo. Nei precedenti spesso l’amore era una catastrofe con dei finali terribili. Quindi statisticamente, mi sono detta, al tuo 25esimo romanzo, puoi far trionfare l’amore, perché comunque succede in natura. L’amore può arrivare anche nella vita vera dunque, non solo nella letteratura. Non molto spesso, ma succede.”

Chiara Monateri, nata a Vercelli, è una specialista di contenuti editoriali per i nuovi media. Inoltre scrive per riviste, è autrice tv ed è visiting professor per master universitari internazionali. Ha vissuto la maggior parte della sua carriera a New York e Londra e al momento vive a Milano. Instagram: @c_chiara_mo
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