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Arrigo Sacchi e l’arte del pallone

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Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo. Ha la seria pazzia di un artista modernista: dalla sua voce più pudica che passionale non si ascolta il calcio romantico alla Baricco, ma un ispirato sogno neoclassico, pulito, in parole usate col compasso:

E l’Argentina come giocava?

Giocava a zona, una zona pressing.

E la zona senza pressing com’è? Che differenza c’è tra la zona senza pressing e la zona con pressing?

La zona copre gli spazi e quindi fa una difesa passiva. La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l’hanno gli altri.

(Ci siamo arrivati così: stava dicendo che da responsabile della primavera e del settore giovanile della Fiorentina, nel 1983 aveva commesso “un errore, ne ho commessi tanti, quello di obbligare tutti gli allenatori a giocare a zona, tutti gli allenatori delle giovanili”. Poi, spiegando il suo gioco: “La mia era sempre una zona pressing, eh: non era solo una zona. Ebbi la fortuna alla Fiorentina di incontrami con Passarella, Passarella giocava nella Fiorentina, e tante volte lo chiamavo il martedì a parlare ai giocatori, a spiegare come loro giocavano nell’Argentina…”)

E all’epoca chi giocava con la zona senza pressing?

Aveva provato Liedholm, e aveva provato anche Vinicio col Napoli, io ero andato a vedere la sua preparazione alcuni anni prima…

E invece l’Olanda giocava col pressing?

Eh sì, l’Olanda giocava col pressing. Nella zona il riferimento è principalmente il campo, mai l’avversario, invece nella zona pressing devi sapere quando è più giusto coprire lo spazio o andare sull’uomo e devi avere una collaborazione costante, si difende collettivamente, questa fu la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora ora – e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se deve essere una squadra… se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo.

Lei giocava col 4-4-2, ma in generale la zona…

No, non è così: io ho giocato in tanti modi diversi, perché il sistema di gioco non è così importante: il sistema di gioco è importante per mettere di più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche, io ho giocato il 4-3-3… Il 4-4-2 io non l’ho mai fatto, era un 4-4-2 quando ci difendevamo, a volte quando ci difendevamo era anche un 5-3-2.

E chi scendeva dietro dal centrocampo?

Dipendeva: se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla… E per far questo occorreva una squadra molto…

Tonica.

Qual è la differenza tra uno sport di squadra e uno sport singolo? È data dalla connessione che si trasforma in sinergia. Ma se non c’è un collegamento la connessione sarà minima e la sinergia sarà minima. Per far questo quindi tu devi muovere undici giocatori in modo organico e che siano nelle distanze giuste e che si vadano a smarcare nei tempi giusti e che in fase difensiva siano nelle posizioni giuste, nelle coperture giuste: avere in poche parole undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla, questo era l’obiettivo, difficile ancora ora si immagini venti venticinque anni fa.

Immagino la fatica dal punto di vista atletico, mettersi in condizioni di…

No no, altetico no: noi non spendevamo niente rispetto agli altri, noi eravamo sempre in aerobia, perché quando sei corto gli scatti non sono mai più lunghi di dieci, quindici metri, è quando sei lungo che gli scatti vanno sui venti, trenta, quaranta… Tanto che i miei giocatori – il povero Brera disse “li massacra tutti” –, Maldini ha finito di giocare a quarantun anni, Costacurta trentanove, Filippo Galli anche lui sui quarant’anni, Baresi trentasette, Tassotti trentasette. Eccetto Van Basten, poverino, perché ha avuto problemi al ginocchio, hanno avuto tutti una carriera lunga, molto lunga, perché, fra parentesi, la fatica era divisa per undici, mentre nelle squadre italiane giocavano in realtà tre quattro giocatori perché il portiere non si muoveva dalla porta e non giocava, dunque il difensore centrale non si muoveva dall’uomo perché doveva marcare: c’era un calcio specialistico. Io ho sempre pensato ad un calcio globale, ho sempre pensato di avere una squadra non di avere un singolo, e quindi allenavo la squadra per migliorare il singolo, non partivo dal singolo per arrivare alla squadra, non so se mi sto spiegando…

(Si potrebbe lasciar parlare Arrigo Sacchi di calcio senza neanche leggere il suo curriculum. La passione pedagogica toglie ogni distanza e sacralità alla telefonata: non sto parlando con chi ha vinto le prime due coppe dei campioni e il primo scudetto del Milan berlusconiano tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, sto parlando con un ex calciatore dilettante appassionato di calcio, figlio di imprenditore, che cominciando ad allenare a ventisette anni guadagnava meno che dal padre. Uno che ha “sempre amato il calcio moltissimo, una passione enorme, tanto che quando andavo alle elementari facevo la radiocronaca virtuale. Giocavo come tutti i bambini. Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, da piccolino, era il regista cinematografico o il direttore d’orchestra o l’allenatore, quindi sono stato fortunato perché sono riuscito a fare una di queste cose. Mi sentivo proprio la vocazione di insegnare ed ero attratto da quelle squadre che giocavano un calcio di dominio, un calcio da protagoniste…” Non una leggenda, uno che dice: “Smisi di giocare a calcio, e nessuno pianse”. Smise per un’infiammazione, andò ad allenare la squadra del paese, Fusignano, in Romagna: il direttore sportivo faceva il bibliotecario. Sto ascoltando uno che perdeva tutte le partite del precampionato con il Bellaria di Igea Marina in quarta serie “perché se lei vuol costruire una baracca non deve fare delle fondamenta, ma se vuole costruire un grattacielo deve fare le fondamenta e finché fa delle fondamenta va sottoterra e non sopra”. Uno che in quarta serie allenava giocatori di dieci anni più anziani. Uno che avendo allenato la primavera del Parma, poi il Rimini, le giovanili della Fiorentina, quindi il Rimini, arrivato alla prima squadra del Parma la porta in vantaggio a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, e invece di inserire un difensore per un attaccante e coprirsi, in vantaggio di uno a zero mette un altro attaccante. Così, a Milano lo notano, e arriva un’offerta.)

…E Berlusconi, lui mi chiese un favore: lui sapeva che io dovevo incontrarmi con una società il venerdì, mi chiese, disse “Guardi io devo andar via alcuni giorni, le chiedo un favore, di rimandare quell’appuntamento, e noi ci ritroviamo qua lunedì prossimo”. Dissi “Sì”, però non ero convinto, andando a casa dissi no, non posso fare una figuraccia del genere, rimando un appuntamento e poi… e la mattina telefonai a Rognoni [responsabile dei servizi sportivi Mediaset, NdR] e gli dissi “Guarda, ringraziali molto ma non me la sento di fare una figuraccia del genere… Io mi devo ancora incontrare, non posso dire rimandiamo…” dice “Sei matto? Al 99% sei tu l’allenatore del Milan”. Dissi: “No no, non me la sento” e andai agli allenamenti del Parma. Ricordo che quel giorno la sera torno a casa e mia moglie mi dice “Guarda, chiama subito Ettore Rognoni che t’ha cercato due o tre volte”, e mi fa “domani sera hai degli impegni?” “No”. “Allora non ci sarà Berlusconi ma ci sarà Galliani, Paolo Berlusconi, Confalonieri”. Dico: “Mah per me son anche troppi” e andai su, e allora lì capii che volevano veramente prendermi come allenatore. Andai su e firmai in bianco. “Voi avete un grande coraggio”. Io dico: “O siete dei fenomeni o siete dei suicidi’. E comunque io firmo in bianco, e presi meno di quanto prendevo a Parma… E feci un contratto… Io facevo sempre contratti di un anno solo perché volevo smettere… perché…

Perché se non era bravo, meglio smettere… (Così disse quando smise di giocare.)

“No no, non era quello. Smettere perché facevo fatica e lo stress mi uccideva…”

Ah quindi è sempre stato così? (Smise di allenare per questa ragione, lasciando l’Atletico Madrid nel 1999 dopo le esperienze con la nazionale maggiore e un breve ritorno al Milan. Lavorò poi come direttore tecnico per il Parma e per il Real Madrid.)

Io non volevo dare la vita per… E siccome io faccio parte del partito melius abundare quam deficere, è una certezza, si può sempre far di più e meglio, quindi le notti mie erano insonni, mi sembrava sempre di rubare, di non essere un buon professionista, e tutti accettavano volentieri perché dicevano Se va male non abbiam spese. Eppure anche col Milan andai bene, vincemmo il campionato e dissi: “Adesso raddoppiamo però”, solo che il secondo anno partimmo malissimo e Biscardi annunciò che il martedì sarei stato esonerato, nel caso perdemmo tre quattro partite consecutive.

Trovo molto affascinante come ha saltato a piè pari l’anno dello scudetto… Insomma, è un anno importante, voglio dire…

Sì, fu un anno importante, il primo. All’inizio non ci fu prevenzione, diffidenza sì, ma non prevenzione quindi non trovai un ostacolo, e fu bravissima la società e Berlusconi fu bravissimo perché noi partimmo male, perdemmo la prima partita in casa, perdemmo la prima partita nella coppa UEFA, poi perdemmo in casa in coppa UEFA dall’Espanol e dissero che non sarei arrivato, non al panettone, ma a mangiare le favette, e Berlusconi: mi ricordo perdemmo 2 a 0, io tutta la notte tornai a casa, non andai a letto, studiai il Verona che dovevamo giocare la domenica e alle otto, le nove mi telefonò Berlusconi e mi disse: “Ha bisogno?” Dissi: “Sì” e venne il sabato e fece un discorso cortissimo ma efficacissimo, disse con i giocatori: “Questo allenatore lo sento io, gode della mia massima stima e fiducia, chi di voi lo seguirà rimarrà, chi non lo seguirà dovremmo rivedere…” Fu diretto, molto, mi diede veramente una gran mano. Quindi il primo anno si concluse in un trionfo inaspettato e fantastico perché riempivamo lo stadio in continuazione ovunque andavamo, dove c’erano conservatori che mi vedevano come il diavolo e l’acqua santa perché vedevano in me uno che attentava alla loro conoscenza, a quello che avevano sempre scritto del calcio.

Cosa scrivevano del suo gioco?

No, dicevan che li massacravo i giocatori, poi per loro il calcio era un’altra cosa, era fatto del singolo, era fatto del contropiede, io dicevo no, non è solo contropiede, noi facciamo anche contropiede ma noi vogliamo essere padroni del campo e del pallone, vogliamo avere inziativa…

Il termine “ripartenza” l’aveva inventato lei?

M’han detto di sì… ci son delle parole che… non lo so…

E invece il concetto di intensità lo usava già allora?

Mah, forse era un termine che usavo e quindi dopo è stato riportato… Tutte le grandi squadre hanno avuto un comune denominatore, tutte, al di là del sistema di gioco, al di là delle epoche diverse e son sempre state delle protagoniste, non ho mai visto squadre che lasciassero il gioco alle altre diventare delle grandissime squadre: potevano vincere ma non…

E quindi che dice delle squadre di Mourinho?

Ma Mourinho è un personaggio straordinario nella sua completezza…

Be’ sì certo, su più livelli diciamo, ma le sue squadre non dominano… giusto?

Be’, no non è vero, dipende: non dominano con il Barcelona ma con le altre dominano, l’anno scorso col Milan dominava sempre… Non dominano col Barcelona di Guardiola perché adesso può darsi che… Ci son state tre squadre che a parer mio hanno modificato questo calcio e hanno consentito a questo sport di aggiornarsi, modernizzarsi ed essere sempre al top: l’Ajax, il Milan e il Barcelona adesso, tre fenomeni, quasi tutte a distanza l’una dall’altra di vent’anni, dove ognuna ha raccolto il testimone dall’altra aggiornandola ai vent’anni dopo.

Oggi la maggior parte delle squadre sono cacofoniche, se fossero delle orchestre sarebbero state…

Qual è la squadra meno cacofonica nel campionato italiano adesso?

La Juventus è la squadra più armoniosa…

Be’ sì è molto bella da vedere. Io sono della Roma, quindi…

Be’ adesso la Roma ha preso un maestro, che ha fatto il corso con me, il supercorso di Coverciano l’abbiam fatto assieme, allora il supercorso era un anno scolastico, adesso il supercorso si fa in trentadue giorni: o eravamo noi degli stupidi e questi dei geni… o apprenderanno meno… Zeman non m’ha mai annoiato, le sue squadre non m’hanno mai annoiato, mi divertono, a volte raggiungono dei vertici fantastici… È un maestro, le sue squadre hanno… c’è un’impronta importante. La maggior parte delle squadre se lei non leggesse non saprebbe chi è l’allenatore. Le squadre caratterizzate, che hanno un gioco come leader, lei sa subito chi è l’allenatore. Ci sono poche squadre che sono intonate: Zeman ha la capacità e la tempistica dei movimenti, l’attacco alla profondità, i tempi di gioco, il posizionamento, in fase difensiva un attimino meno ma è una squadra che ti emoziona a vederla perché quando gioca bene la palla scorre, è come un sogno che si sta realizzando.

E come si fa ad educare la squadra a questo scorrere della palla?

Quando io allenavo, Berlusconi non voleva che venissero a vedere gli allenatori, io li ho sempre fatti venire perché ho detto: “Ho avuto tanto dal calcio, devo dare qualche cosa”, però dicevo: “Guardi che se non hanno la chiave copiano l’esercizio ma non hanno la sensibilità”. Io ho un cugino che è direttore d’orchestra. Un giorno in modo provocatorio dissi: “Ma che differenza c’è tra te e Muti? Se suonate Beethoven o la Tosca, lo spartito è quello”. Lui disse: “Be’, se Muti ha un’orchestra di duecento orchestrali, quello meno importante è quello che batte i piatti: se questo li batte un attimo prima o un attimo dopo, un po’ troppo forte, un po’ troppo piano, lui lo sente”. Allora se un giocatore è mezzo metro avanti, mezzo metro indietro, parte un attimo prima o parte un attimo dopo, lei guarda e non lo vede; chi ha questa sensibilità lo vede e sa didatticamente cosa fare per corregerlo. Io adesso sto facendo questo: insieme a Maurizio Viscidi siamo gli allenatori di tutti gli allenatori delle nazionali giovanili italiane, noi alleniamo loro, andiamo a vedere gli allenamenti, gli diciamo che cosa è giusto fare, dove stanno sbagliando, io oggi ho visto gli allenamenti che faceva l’Under 17 e l’Under 20, dove vedi l’allenatore… Non lo so, l’altro giorno giocavamo contro il Portogallo e la distanza, il tempo di sganciamento del terzino si verificava troppo presto quindi la distanza era maggiore, quando la distanza è maggiore il passaggio sarà meno veloce, meno preciso e quindi più facile da intercettarsi – e la richiesta tecnica sarà maggiore…

La richiesta di energie?

La richiesta tecnica del giocatore che è in possesso palla: se sei a dieci metri è facile se sei a trenta metri sarà più complessa, no?, e ci sarà più tempo da parte dell’avversario per intervenire. Se un giocatore si allarga e invece deve stringere, allora devi fare delle simulazioni di partita, devi, capendo quello che non sta venendo fuori, fare delle esercitazioni, ma devi poi rifare la stessa esercitazione bene, benino, male, malissimo, è come suonare non so Volare, un’orchestra la può suonare benissimo, malissimo, però è sempre Volare”.

Ma quindi adesso comunque il suo metodo è diventato la norma, se hanno preso lei.

In Italia c’è un grande problema. Purtroppo le squadre sono meno lineari di quanto fosse la torre di Babele. Perché quando andavo in un club cercavo di mandarne via il più possibile? Perché quando arrivi trovi che negli ultimi cinque anni ci son stati cinque allenatori diversi quando non son stati otto, dieci, e ognuno ha portato dei giocatori suoi che erano adatti per il suo gioco e quindi che non son funzionali al progetto.

Van Basten mi chiedeva sempre “ma perché noi dobbiamo vincere e convincere quando agli altri basta solo vincere?” e io dicevo “tu vedi la gente come si diverte”. Io arrivai che avevamo 33.000 abbonati, mi pare che il secondo anno avevamo qualche cosa come 60.000, dico: “Noi ci dobbiamo divertire per una proprietà transitiva, così riusciamo a far divertire il pubblico”. World Soccer, che è la bibbia del calcio mondiale, attraverso i suoi esperti due o tre anni fa stilò l’elenco delle squadre più belle di tutti i tempi e misero al primo posto il Brasile del ’70, al secondo posto l’Ungheria del ’53, al terzo posto l’Olanda del ’74, al quarto posto, e prima squadra di club, il Milan dell’89, e allora quando ci siam trovati non molto tempo fa per una partita che facemmo qui a San Siro, gli dissi: “Hai capito perché bisognava vincere e convincere?” Per me una vittoria senza merito non è una vittoria: adesso ai giovani dico vale più della vittoria il modo in cui la si ottiene. Perché questo non è un paese per giovani? Perché noi non giochiamo un calcio per giovani, perché giochiamo un calcio difensivo. Secondo lei i giovani sono capaci più a rompere o a costruire?

Giochiamo un calcio individuale, specialistico, giochiamo un calcio di trucchi, di mestieranti. I giovani hanno bisogno di giocare un calcio d’attacco, di generosità, dove sbagliano molto ma creano anche molto, un calcio fatto di entusiasmi e hanno bisogno di avere un filo conduttore che è il gioco. Se lei facesse l’allenatore e non fosse sicuro del suo lavoro andrebbe a prendere dei giocatori giovani?, o dei giocatori esperti che saprebbero completare quello che lei non sa? Se fosse sicuro del suo lavoro, andrebbe a prendere dei giocatori giovani che sa che sono più recettivi, con una capacità di apprendimento maggiore, una generosità maggiore, con un’energia maggiore, con un entusiasmo maggiore. Non ci sarebbe storia. Allora lei vede si capisce subito chi è più allenatore e chi è più gestore, chi è più allenatore è chi ha delle grandi idee e va sui giovani.

Se ha delle grandi idee ci deve lavorare ossessivamente.

Nell’89 andammo a Tokyo, vincemmo la coppia intercontinentale, in tre quattro mesi avevamo vinto tutto, ma non mi era piaciuta la partita, festeggiavamo, facemmo una cena a metà della cena dissi con i collaboratori: “Finita la cena ci riuniamo che voglio parlar con voi”. Sapevo che non era il momento però avevo fretta. Uno mi disse: “Dai, Arrigo, prendiamoci una sera di riposo”, e io risposi: “Sì, così gli altri ci superano”. In questa ossessione, che Pavese un giorno definii ossessione arte, questa ossessione è quella che ti brucia e la stessa che ha bruciato e sta bruciando il mio amico Guardiola, è quella che ti permette di fare qualche cosa che altrimenti non sarebbe possibile fare.

A proposito di Guardiola come funzionano i rapporti tra i grandi allenatori, lui è venuto a chiederle consigli?

Noi siamo amici da sempre, lui ama il calcio quindi gli piace parlare di calcio e quando io facevo delle conferenze in Spagna un paio di volte l’ho visto che veniva, poi parlavamo, ci trovavamo. E un giorno mi chiese: “Arrigo, dai, dimmi un nome di un difensore per iniziare il gioco”. “Guarda, questa è una richiesta che in Italia non me l’ha mai fatta nessuno perché da noi il difensore deve rompere, non costruire”. I difensori nostri per farli venir su, loro son cento anni che vedono che non torna nessuno, per far ritornare gli attaccanti che son cento anni che non ritornano… Il Barcellona è diventato grande pur mettendo via dei giocatori individualmente fenomenali, Ronaldinho, Deco, Ibrahimovic e sostituendoli con emeriti sconosciuti o con dei giocatori normali come Villa e uno dice ma com’è possibile? Anche l’Argentina ha Messi, ma quanto serve il Barcellona a Messi se con l’Argentina fino adesso ha sempre deluso?

Guardiola che domande le faceva?

Si parlava… e quando prese Ibrahimovic gli dissi: “Hai preso un bravissimo giocatore ma che conosce la sua musica e vuol cantare la sua musica”.

E lui che disse?

Mi spiegò i movimenti che gli chiedeva, però dopo ha visto com’è andata a finire… Voleva un giocatore che attaccasse la profondità, voleva un giocatore che andasse dalla parte opposta. Noi abbiamo una cosa in comune. Io son stato al Milan quattro anni e andai via perché mi sembrava di esser ritornato all’epoca della scuola quando piuttosto che andare a scuola mi sarei fermato a zappare la terra con i contadini perché non ce la facevo più dallo stress e Guardiola adesso sta vivendo la stessa situazione, io spero lui riprenda perché è un genio del calcio e non so se riprenderà però me lo auguro, m’ha telefonato un mese fa, ci siam parlati per un paio d’ore e ha detto: “Fra poco devo smettere anche con lei perché mi brucia l’orecchio”. Adesso lui va via, va lontano, va in un altro continente, e non so se riprenderà, mi dispiacerebbe…

Allenare la nazionale è meno stressante?

La nazionale… Ha presente un eunuco in un harem con delle belle donne? Ecco, la nazionale è questa, dove diventi un teorico. Io non ho mai detto che un giocatore della nazionale è un mio giocatore, perché non era un mio giocatore. Io sono testardo, anche lì io ho cercato di dare un gioco,  agevolato dal fatto che avevo convocato specialmente nella prima parte parecchi giocatori che erano stati al Milan. Arrivammo secondi al mondiale [USA ’94, NdR] e fu un capolavoro quello, veramente, di volontà, di impegno, e arriviamo alla finale in un ambiente non consono a noi perché giocando noi un calcio in velocità a quelle temperature era problematico, però c’era una straordinaria volontà, un gruppo molto coeso, determinato, è come sempre poi, quando c’è il gioco non è che se ne avvantaggiano in maniera uguale, chi ha più attitudine se ne avvantaggia ancora di più…

Attitudine a cosa?

Baggio le sue migliori partite le ha fatte con la nazionale più che nei club. Baggio ricordo che quando lo chiamai lui stava andando male con la Juventus tanto che ero andato a vederlo a Genova e davanti a me c’era l’avvocato Agnelli, nell’intervallo parlavamo, e gli dissi: “Ma Avvocato, chi è dei suoi che è in forma?” E lui sa cosa mi disse? “I tre tedeschi”, per dirmi che non c’era nessuno in forma… Io a Baggio dissi: “Guarda, ti chiamo, non so se ti farò giocare però t’ho chiamato perché ho fiducia”. E lui fu bravissimo devo dire finché io lo sostituì in una partita, una partita drammatica per noi perché avendo perso la prima se perdevamo pure la seconda tornavamo subito a casa, ci trovammo dopo dieci minuti in una situazione di 38 gradi a dover giocare tutta una partita in dieci contro undici e io presi la decisione più difficile, quella meno ovvia, di togliere il giocatore più famoso che avevamo e lui in quel momento capì che io non ero l’allenatore suo, ero l’allenatore di tutti. Fu molto bravo con noi, da noi giocava come secondo attaccante, dove cercavamo di utilizzarlo nel migliore dei modi, avendo un attaccante che gli aprisse gli spazi, che andasse più di lui in profondità in modo che lui potesse andare a raccogliere la palla incontro o di fianco, cercammo d’avere più gioco noi degli altri, io avevo una statistica dei palloni che lui toccava mediamente nella squadra di club; dissi “Se tu ti muovi con la squadra, la toccherai due o tre volte in più” e così fu. Ci diede dei grandi risultati. Fu una fatica immane, il campionato del mondo è una cosa che ti distrugge e dove devi dar fondo a tutte le tue esperienze, conoscenze.

E non le veniva di cambiare sistema?

Ma io non avevo un sistema, io non ho un sistema. Ho il gioco del calcio, non ho sistema.

(Questa non è una domanda: è un bell’aneddoto sul denaro, saltato fuori in un punto del racconto, e mi pare una bella conclusione.)

Quando decisi di smettere di lavorare per far l’allenatore, io dissi con mio padre: “Ho capito che vivrò una vita sola e quindi devo viaggiare”, perché purtroppo morì mio fratello e dovetti io far la parte commerciale: “Devo viaggiare e non mi piace il lavoro, a me piace il calcio. Vivendo una vita sola dico smetto di lavorare e vado a fare l’allenatore”. Andai a fare l’allenatore al Cesena e il presidente mi disse “cosa vuole?” e io dissi “mi dia lei quello che vuole”, e lui disse: “No: poco, ma mi dica lei”, e prendevo di stipendio in un anno quello che a lavoro con mio padre io prendevo in un mese, e quando dovevo fare dei contratti all’inizio mi vergognavo sempre perché mi vergognavo di chiedere dei soldi per una cosa che mi piaceva così tanto, e quando mi son fatto pagare, e le assicuro che ho preso molto di meno di quanto avrei potuto… l’unica volta che ho preso davvero dei soldi fu il secondo anno al Milan. Dicevano che Berlusconi mi voleva mandare via e Biscardi disse che mi avrebbe mandato via il martedì. Galliani disse: “Ti vuol parlare il Presidente”, e andammo ad Ascoli. Lui entrò, mi abbracciò e disse: “Lei ha la fortuna che è il più bravo di tutti, però non posso tutti gli anni darle il doppio”, perché io avevo chiesto per il secondo anno il doppio del primo. Mi disse: “Perché vedi, Arrigo, ormai in campionato siamo staccati, e la Coppa dei Campioni son vent’anni che non la vinciamo”. Allora io dissi: “Guardi, Dottore, se non vinciamo la Coppia dei Campioni mi dà l’ingaggio che vuole lei, la cifra che mi ha proposto lei, però se la vinciamo quella differenza me la moltiplica per tre”. E così fu e devo dire che io ho una clip di lui che mi viene in campo ad abbracciare e lui ricordo che mi disse: “Non ho mai speso meglio i miei soldi”.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
4 Commenti a “Arrigo Sacchi e l’arte del pallone”
  1. Daniele B scrive:

    Molto bello. Grazie.

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    …and then came Ruby…

  3. Edoardo scrive:

    Che intervista spettacolare. Un maestro di calcio e un maestro di vita. Grazie!

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  1. […] OGGI ON LINE…: La “calciomania” di Arrigo Sacchi […]



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