Intervista dal futuro

di Nicola Lagioia

“Vedo i grandi uomini allontanarsi sempre più”, disse Carlo Splendore con gli occhi rivolti alla finestra del suo studio. Oltre le imposte si scatenava un temporale estivo. Le mura spesse della villa dentro le quali sembrava che la vegetazione avesse operato continue iniezioni di clorofilla con la caritatevole intenzione di accelerarne il crollo ci separavano da questa pioggia fitta e violentissima, totalmente imprevista dai notiziari dei giorni precedenti, capace di zittire i grilli e le rane abituate a ritrovarsi dopo il calar del sole intorno a una piscina che aveva ospitato magnati dell’acciaio e ministri della cultura, e adesso prometteva libere immersioni al costo di dermatiti fulminanti. Erano le ultime ore che passavo insieme a lui, precisamente l’ora in cui gli ipersensibili di mezzo mondo si svegliano di soprassalto verificando l’impotenza dei sonniferi davanti alla fragilità dei propri nervi. Credo che l’atmosfera gli suggerisse un egocentrico sentimento di intimità, il particolare delirio di chi è convinto che un forte contrasto tra la natura e i modi con cui cerchiamo di darle un volto rispettabile – il vento fuori stagione che piegava gli alberi fino quasi a spezzarli, la ferma solitudine del suo studio pieno di libri e vecchie lampade e di tappeti massacrati dall’usura – sia stato predisposto dalle potenze celesti al solo scopo di favorirci nella nostra predisposizione ai miracoli, che poi nel caso di Splendore era qualcosa di relativamente semplice, tipo imbrigliare un temporale talmente furibondo da scuotere la corda che separa i vivi e i morti per convocare tra le pareti della stanza le stelle fisse del nostro patrimonio collettivo, da Giulio Cesare a Karl Marx ai pazzi sanguinari del primo Novecento.

La sgonfia e sanguinolenta trasparenza dei polmoni doveva dargli poco fiato. Ma una parola dopo l’altra, senza sosta, lui continuava a parlare e io lo guardavo pensando a quanto fosse ingiusto che un essere così ostinato e vivo nel contestare il senso della misura avesse i giorni contati. Era letteralmente ossessionato da questa idea della grandezza. I grandi uomini, i cui profili non si stancava di indicarmi contro la superficie della carta da parati, disse, non esistevano da un pezzo ed era ragionevole sospettare che non sarebbero mai più venuti al mondo. Ecco George Washington tra i cadaveri di Valley Forge, ecco Raffaello, ecco Teresa d’Avila, ecco Napoleone, disse girando intorno a quello che doveva essere il fantasma del corso: questi uomini sfidano la Storia, hanno personalità, ci mettono del loro e d’accordo, continuò, sfruttano il proprio concentrato di nevrosi (qui agitò le mani disegnando la figura di una donna distesa nel vuoto, ormai lo conoscevo bene ed ero certo che evocasse il Bernini alle prese con la grande mistica spagnola) ma il controcanto è chiaramente umano. Guarda Napoleone in Italia con un esercito improvvisato: ambizione, giovinezza, sprezzo del ridicolo. Guardalo mentre stringe tra le mani le lettere di Joséphine: è accecato dalla gelosia. Pensa a cosa è stato il testa a testa con Wellington: uno scontro tra individui, perdio, non tra doposcuola del pensiero. E poi la solitudine di Sant’Elena e la terribile circostanza che mai, nemmeno da tenente colonnello, disse, nemmeno da bambino, riuscì a vedere Roma. Umano, umano, meravigliosamente umano…

A questo punto si lasciò cadere sul divano assecondando con perfetto calcolo la sua vena teatrale: un lampo aveva trasformato le siepi giù in giardino nel negativo di un urlo pietrificato, così aspettò che il cielo si esprimesse col suo codazzo di baritoni e riprese il discorso. “Gli anni quaranta del XX secolo”, disse. Da quel momento in poi c’erano solo mezzi uomini. La cosa era diventata palpabile soltanto tempo dopo ma era lì che si era verificato il guasto. La vittoria delle forze alleate, pochissimi sarebbero stati disposti ad ammetterlo. Secondo il suo parere eravamo melodrammatici nel modo deteriore, un sottoprodotto dell’emotività mosso da un nucleo di cinismo in buona fede, il peggio che si possa immaginare: soltanto a fare battere il nostro cuore secondo una logica diversa avremmo potuto stanare, tra le macerie di Dresda e di Hiroshima, un crollo molto più vertiginoso. Un crollo a cui in verità, disse, avevamo lavorato infaticabilmente per qualche millennio. Ma alla fine ce l’avevamo fatta. Il punto di equilibrio si era rotto e la prospettiva si era definitivamente ribaltata: non erano più gli uomini a fare la Storia, ma il contrario.

Incominciò a tossire stringendo con le mani i cuscini del divano, scuoteva la testa con i ciuffi bianchi dei capelli che gli frustavano il petto e io temetti la crisi respiratoria. Vedevo già la corsa in ambulanza, i boschi di pini che venivano squarciati dal profilo diagonale di una città sotto la pioggia, lo scintillio del plexiglas di notte, io che gli tenevo la mano e lui che orgogliosamente me la strappava via, le ultime parole da consegnare alla stampa. Ma ci fu un altro lampo, che questa volta sembrò esplodere nel centro esatto dello studio e concentrare il suo residuo elettrico sul vetro incorniciato a pochi centimetri dal camino cancellando per un attimo la foto di Charlie Chaplin in sala trucco, e quando la stanza ripiombò nel suo fioco bagliore era come se ci fosse stata una sostituzione: non più un povero malato piegato dalla tosse ma un vecchio principe destituito, solido e sprezzante e fuori posto come una quercia nel mar glaciale artico. Disse che avevamo fatto della Storia un congegno perfetto, una sorta di pilota automatico, per cui non c’era spazio ormai per gli individui che sfidavano il corso degli eventi, era la Storia che da un certo punto in poi si preoccupava di selezionare i capaci, i talentuosi, persino gli incidenti di percorso necessari a rendere sempre più fulgido un disegno su cui nessuno poteva millantare il benché minimo diritto d’autore. Quando il cinismo che ci tiene in vita si sgonfierà insieme al nostro melodramma da due soldi verremo abbandonati a un vuoto interiore fatto di puro spirito, un pneuma trasparente senza arte né parte, fra molto tempo, cercò di rassicurarmi, i nipoti dei nostri nipoti sarebbero già stati semplice fertilizzante o il contenuto di un piccolo vaso in porcellana bianca, allora la smetteremo di fingere empatia con i cadaveri di Auschwitz e inizieremo a leggere il secondo conflitto mondiale al pari di un sisma inevitabile, la rottura di un cardine piegato da tre millenni di civiltà, il ribaltamento definitivo.

Ogni volta che si lanciava in questi discorsi non sapevo se nascondere un sorriso o farmi accaponare la pelle, e del resto erano proprio certe prese di posizione ad averlo gettato nel più totale isolamento. Ma io ero stremato dal sonno, lui era galvanizzato dalla carica dei carcinomi, fuori volavano buste di plastica e sedie da giardino, un’atmosfera di dormiveglia senza controllo sembrava capace di mostrare la verità contenuta in qualunque tipo di discorso. Così rincarò la dose dicendo che nel momento in cui la Storia spinge il proprio meccanismo ai limiti della perfezione, l’unico modo di emergere dal flusso degli eventi per guadagnare una statura è farsi saltare completamente i nervi, torcere l’umano fino a sfigurarlo, diventare dei mostri. E infatti, aggiunse, quali nomi si sono veramente incuneati nella nostra immaginazione dopo che l’Europa e il mondo intero si sono risvegliati dal disastro? Non Churchill, non Roosvelt, non De Gaulle (quelli erano ottimi comprimari, disse, al massimo degli strumenti del destino). Non loro, ribadì, ma le due uniche personalità capaci di sostenere l’archetipo del mostro. Gulag e campi di sterminio, chilometri di filo spinato sommerso dalla neve, il miserabile, l’orrido, il vero disastro antropomorfo. E quanto più la Storia si fosse avvicinata a un disegno divino tanto più sarebbe stato necessario raggiungere i gradini più bassi della patologia mentale per rimanere nella memoria della gente. Pensa a Miloseviĉ, disse portando stancamente i capelli all’indietro, ormai non lo ricorda più nessuno. Eppure si è dato da fare: ha autorizzato lo stupro etnico, ha rinverdito teoria e pratica del campo di concentramento. Mezzo secolo prima il suo caso psichiatrico poteva dargli ancora una speranza. Negli anni Novanta del XX secolo già non bastava più.

Carlo Splendore incominciò a sorridere accarezzandosi il mento con la mano destra. Piegò la schiena in avanti, come se ridurre la distanza tra i nostri sguardi avesse potuto creare qualche disordine nel mio sistema circolatorio. Era il sorriso di sfida che avevo visto sulle rassegne stampa e sui file video che avevo consultato dagli archivi del giornale mesi prima, una smorfia che aveva dovuto irritare personaggi decisamente meno trascurabili di me, il modo tutto suo per sganciarsi dai discorsi sui massimi sistemi ed entrare più nel personale, nel vivo, il territorio del rancore e della provocazione continua, un ring chiuso dalle Alpi e dalle ondate di vento bollente che soffiano da sud verso Pantelleria. Cartelloni pubblicitari, grandi aeroporti, musica pop. Il fiume luminoso che ha sostituito il mondo, ribadì, taglia fuori chiunque sia dotato di un talento incapace di alimentare la serie di lampadine natalizie che rappresenta l’unica protesi visiva riconosciuta e accettata. Si tratta di un problema di dimensioni planetarie e tuttavia l’Italia, qui strinse gli occhi e sollevò la parte superiore delle labbra in modo che il suo ghigno scoprisse bene il tartaro sugli incisivi, il nostro paese, disse, un concentratto di arretratezza e di sfrenata papponaggine in abiti da sartoria, un paese ormai totalmente finito, tagliò corto, ha avuto in questo processo il ruolo assurdo di chi taglia il traguardo pur rimanendo a molti metri dalla linea di partenza. Eravamo arretrati anche agli inizi del Novecento, ricordò piuttosto retoricamente, eppure anche lì abbiamo giocato di anticipo regalando al mondo il fascismo e le avanguardie. Credo dipenda dal fatto che la nostra tradizione è troppo satura di intelligenza, così man mano che perdiamo posizioni nel delirio burocratico dei ministeri e nelle truffe delle grandi imprese, nel variopinto sudamerica dei quotidiani nazionali, c’è sempre poi un rigurgito di Leonardo di San Tommaso di Giuseppe Verdi pronto a darci per reazione uno sbalzo in avanti donandoci un grottesco potere di veggenza, qualcosa di perverso e totalmente innaturale, disse con una certa soddisfazione, è come attraversare l’oceano a calci in culo mentre gli altri si muovono normalmente in aereo, per cui senza mezzi né credito né alcuna autorità ci ritroviamo a un certo punto faccia a faccia col futuro, un tempo verbale che leggiamo chiaramente senza avere la capacità di abitarlo del tutto mentre i popoli avanzati, quelli benedetti da Standard e Poor’s e da una rete autostradale praticabile, i popoli  che nel futuro stanno insomma entrando senza troppe scosse e in maniera leggittima, non riescono a mettere ancora bene a fuoco. La forbice si allarga sempre di più. C’è da scommettere, disse ridendo e schiaffeggiandosi più volte le ginocchia, che saremo anche i primi ad avere confidenza con la fine del mondo, si manifesterà come una barzelletta sconcia che non resisteremo alla tentazione di raccontare a qualche americano o cinese o russo perché ne facciano qualcosa di più serio. E a proposito della faccenda dei mezzi uomini, disse schiarendosi la gola, è proprio nel periodo che ti interessa, gli anni che vanno dal 1996 al 2018, calcò le date corrispondenti alla sua prima e alla sua ultima apparizione pubblica ricordandomi il motivo per cui mi trovavo lì con lui, anche in quel periodo l’Italia e gli italiani, che all’epoca si erano ritagliati un ruolo secondario ma non del tutto improduttivo nella comunità internazionale (tenere alto il buonumore dei paesi alleati), anche in quel periodo eravamo riusciti a precorrere in qualche modo i tempi grazie a un grande apparato d’infamia costruito in modo artigianale ma assolutamente implacabile nella sua capacità di distruggere come un errore di ortografia le individualità nate per sottrarsi al gigantesco canto gregoriano che annullava finalmente le distanze tra Trento a Lampedusa e che nel giro di pochi lustri, in modo infinitamente più sofisticato, sarebbe risuonato in tutto il mondo. E se permetti, aggiunse mentre la pioggia si faceva ancora più insistente portando i vetri della finestra a vibrare come un diapason, se permetti di questo orribile processo digestivo io sono, ancora per poco, la prova vivente.

A quel punto dovetti abbandonarlo. Il mio tempo era scaduto. Erano le due di notte e non avevo ancora preparato i bagagli. Ma soprattutto Lara, sua moglie, che occupava l’altra parte della villa, aveva ancora qualcosa da dirmi. Non so cos’altro fosse possibile aggiungere a tutto quello che avevo sentito nei giorni precedenti. Ma Lara mi aveva pregato di passare da lei quando avessi finito con lui e dal momento che, a differenza di Carlo Splendore, era tenuta in piedi da un titanismo decisamente più essenziale, conclusi che dietro ogni sua richiesta ci fosse sempre un valido motivo.

Mi richiusi alle spalle la porta dello studio e imboccai le scale, scendendo verso il piano di sotto.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
3 Commenti a “Intervista dal futuro”
  1. simona scrive:

    😮

  2. Gianluigi Simonetti scrive:

    bello.

  3. maria scrive:

    bello

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