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Tra le stanze del romanzo. Intervista a David Mitchell

davidmitchell-570x300(Fonte immagine)

«La mia generazione è stata commensale senza senso al Ristorante dei ricchi del mondo sapendo, ma negando, che correvamo per lasciare ai nostri nipoti un tablet che mai potrà essere pagato», dice l’ormai sessantenne Holly Sykes. La protagonista del romanzo stratificato di David Mitchell Le ore invisibili (Frassinelli, 608 pagine, 19.50 euro, traduzione di Katia Bagnoli e Claudia Cavallaro) è spaesata ma lucida in un’immaginifica Irlanda, che tremendamente assomiglia all’Iraq odierno. La distopia dell’autore inglese disegna la parabola dell’Europa dalla Thatcher a un caos nefasto nel non lontanissimo 2043. Il libro si compone di sei parti, quanti i diversi capitoli nella vita di Holly che nel 1984 è una quindicenne dall’esistenza apparentemente normale. Ha però il dono della prescienza. È l’oggetto del desiderio, di amore e di morte, di due immortali che si combattono in questo mondo e in altre dimensioni. Holly vive l’adolescenza sregolata degli anni Ottanta. S’innamora perdutamente dell’uomo sbagliato, per poi sposarsi con un reporter di guerra, che non può fare a meno dei campi di battaglia iracheni. Raggiunge il successo editoriale grazie a un memoir “paranormale”, e infine piomba nella desolazione di una Terra semidistrutta dall’insensatezza degli uomini.

Mitchell, qual è stata la genesi del personaggio di Holly Sykes?

«Ricercavo una figura che rispondesse alla mia esigenza di raffigurare l’evoluzione di varie epoche. È una figlia modello della classe operaia. La scelta stessa del nome doveva restituire l’ambientazione di una Londra suburbana. Gli studenti come lei, con ai piedi gli stivaletti Doctor Martens, prendono a calci i dubbi e le debolezze del ceto a cui appartengo. Io, prodotto della middle class, ho provato a capire dal laboratorio sociale della scuola quella condizione affascinante e spaventosa».

A Paris Review dichiarò la curiosità propria del mescolare stili e generi: «È interessante scoprire che cosa accade, quando uno scrittore all’interno dello stesso libro si muove fra questa sorta di stanze». Le è successo anche con Le ore invisibili.

«Stanza è una bella parola, la parola giusta. I romanzi sono composti essenzialmente da cinque elementi. Gli ultimi due, la struttura e lo stile, attraggono il mio interesse. Sento che nella struttura è ancora possibile esprimere un potenziale di innovazione, sfuggendo al minimalismo. Mi intriga la domanda sulle molteplici opportunità con cui rimodellare una struttura senza perdere il lettore. Sullo stile mi chiedo se sia davvero utile una certa uniformità. Puoi trovare il percorso per cambiare stile nella stessa opera, preservandone comunque l’unità artistica? La stratificazione dei miei testi è dettata dal desiderio di sperimentare differenti stili nel medesimo romanzo. Gli elementi esistono come in un complesso composto chimico, non sono isolabili».

Nei suoi testi le singolari innovazioni sulla struttura, spesso stratificata, rappresentano una risorsa narrativa?

«Sì. La stratificazione osserva una necessità dei personaggi. Holly determina la struttura del lavoro. Voglio mostrare l’evoluzione di un essere umano dall’adolescenza alla tarda età, calandola nel proprio tempo. La stratificazione di cui parliamo è in primo piano, mi consente di non fare esplodere i generi che riunisco, dal fantasy alla politica. La struttura deve riuscire a reggere materiale infiammabile, sperando di non creare una catastrofe letteraria».

La gestazione è durata oltre quattro anni. Come si relaziona con il tempo nella scrittura?

«Gli Yes, un gruppo di rock progressive, tenevano insieme tempi, cambiamenti di dinamica di forte contrasto. Ritengo che la scrittura debba avere questa pretesa. A volte mi sollecita la sincronizzazione con il tempo del mondo, oppure lo slow motion. La scrittura può farmi saltare negli anni come fossi a bordo della fantascientifica USS Enterprise. La velocità del tempo è una variabile propria del romanzo, che mi affascina. Molti scrittori istintivamente non la considerano. Probabilmente Tolstoj non ci ha mai pensato. Soffermandosi sul tempo puoi innovarne l’utilizzo».

In che modo armonizza il realismo con la visione distopica dell’Europa nel 2043, inabissata in un’apocalisse ambientale e nella disintegrazione di un qualunque ordine socioeconomico globale?

«Con la matematica. Il realismo è un segmento di una curva, che anno dopo anno, impariamo a conoscere. La nostra civiltà si è caratterizzata dalla dipendenza petrolifera e dall’impatto disequilibrante sull’ambiente. I futurologi argomentano la possibile direzione di quel segmento con tutta l’imprecisione del caso. Nessuno può sapere cosa riservi il futuro: la distopia che prefiguro o un manipolo di esseri umani saggi, compassionevoli che salvano il pianeta, o forse una via di mezzo. Ovviamente spero di sbagliarmi. Assumendo i molteplici limiti della mia persona, tutte le sue domande spiegano quanto sia fittizio e stravagante il mio mestiere. Il libro è il mio capo, può capitare che mi chieda di essere anche un futurologo».

La narrazione prende il via dalla primavera del 1984, segnata dalla lotta dei minatori, in piena atmosfera thatcheriana. Qual è la traccia più profonda lasciata dalla Lady di ferro?

«In ciascuna sezione del libro cerco di trasmettere lo spirito del tempo. Negli Ottanta era ancora viva la lotta per il futuro tra socialismo e capitalismo. E quest’ultimo ha vinto, fino a quello che ritengo il collasso del principio liberale con l’ultima guerra irachena. Thatcher, sciagura o benedizione? Incarno il dubbio su questo personaggio, senza il quale la storia sarebbe stata comunque meno appassionante. Il funerale ne è stato l’emblema. Celebrato con i massimi onori a Westminster, mentre nelle classifiche inglesi dei download musicali schizzava al primo posto Ding-Dong! The Witch Is Dead. Ha distrutto l’idea continentale di Welfare State, ma non si può ridurre tutto a questo. Fra cent’anni, forse, avremo una risposta adeguata alla domanda».

È convinto dalla fiducia riposta nel futuro di una civiltà high-tech, del modello economico Silicon Valley?

«L’interrogazione credo contenga un’opinione, con la quale concordo pienamente. La Silicon Valley non è il cancello che schiude l’Utopia».

Che cosa l’attrae, tanto da farne un libro di prossima uscita, dello storytelling su Twitter?

«Twitter è un vestito che sta molto stretto. Generalmente il punto di vista narrativo sulla pagina contempla passato, presente e futuro. Su Twitter la panoramica corrisponde a quella del treno proiettile giapponese Shinkansen, un’occhiata sfuggente. Mi piace la sfida di una narrativa focalizzata sul momento di uno sguardo».

Affrontando da vicino l’autismo, che ha colpito suo figlio, ne riesce a dare una definizione?

«È difficile immaginarsi senza bocca, lingua, privati della capacità di gestire la massa di informazioni immesse dai cinque sensi. Soprattutto in questo mondo che fa equivalere le relazioni interpersonali alle capacità comunicative. Ogni giorno, incontrando una persona autistica, dovremmo donargli passione, tempo, buon umore e soprattutto rispetto per una vita dove anche il riposo esige una fatica. Non esiste cura, se non quella di rendere loro la terra un posto più amichevole. Ho cominciato da mio figlio».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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