Fabio-Fazio

Intervista a Fabio Fazio

Fabio-Fazio

Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l’autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

A venticinque anni eri un vecchio…

No, però avevo un’altra misura, i capelli, tutta un’altra roba… No, è vero che sin da bambino son sempre stato più grande dell’età che avevo. Un po’ perché non mi è mai piaciuto l’essere ragazzino perché l’ho sempre pensato una perdita di tempo, un po’ perché non lo sono stato, nel senso che comunque avendo iniziato a lavorare a diciannove anni… La prima volta che ho messo piede in tv, in RAI, non avevo diciannove anni ancora. Era Pronto Raffaella, con la Carrà. E un po’ perché la vita… i miei genitori lavoravano tutti e due, io avevo un fratello piccolo…

Dove sei cresciuto?

A Savona. E quindi facevo quasi più da padre che da fratello, allora la situazione era quella, di molte famiglie, cioè il più grande si occupava del più piccolo. Aveva sei anni in meno di me. Quindi questo senso di responsabilità che deriva da un’educazione dei miei genitori, il senso del dovere, legalitario, di tutto… il lavoro, la scuola come unica possibilità di promozione sociale…

I tuoi che facevano?

I miei gli impiegati dello stato tutti e due, ma di quelli che però per andare in ufficio essendo impiegati dello stato si vestivano benissimo… cioè la camicia doveva essere stirata, con la cravatta, perché eri un funzionario dello stato… c’è quell’idea lì che mi ha accompagnato tutta la vita.

Questo leggendario concorso Rai enorme tu come ci sei arrivato, come ti è venuto in mente di farlo?, conoscevi qualcuno, chi te l’ha detto?

Stiamo parlando per l’appunto di un’epoca diversa, per niente appassionante tra l’altro… Io passavo il tempo libero in una radio privata, a Savona, ti ricordo che avevo sedici anni, siamo negli anni 80-81, e facevo le imitazioni che mi venivano piuttosto bene. Lì alla radio cercavano volontari figuranti: il tema era “chi è che ha voglia di sprecare due pomeriggi della propria vita, anziché andare con le ragazzine, a stare là… a mettere i dischi”? E sono entrato. La Rai faceva degli annunci serali con le annunciatrici in cui diceva che c’era questo concorso… in televisione… perché la risposta alla nascita e alla crescita delle tv commerciali, cioè di Fininvest in quel momento, la risposta della Rai era “Va bene loro prendono le nostre star e noi ne costruiamo delle altre”, quindi mentre andavano via tutti quanti la Rai fece un gigantesco concorso nazionale, importante, annunciato per televisione, quindi con le annunciatrici. E non era un concorso pubblico ad assunzione, era un provino. Sino a quel momento erano loro che venivano a cercare i talenti tra virgolette nei cabaret… infatti ciò non aveva mai riguardato la provincia, la provincia è sempre stata abbastanza esclusa, oppure quando tu andavi a Roma o a Milano a fare cabaret da qualche parte speravi che il funzionario. Io invece mi son trovato privilegiato a sentire banalmente questo annuncio televisivo e ho aspettato il giorno del diciottesimo compleanno per scrivere.

In quali studi si teneva? Viale Mazzini?

Prima fu regionale a Genova e poi chi passava il regionale veniva chiamato a Roma. Facevo l’ultimo anno di liceo, non ti posso dir nemmeno con una speranza minima, diciamo che era proprio fuori dalla mia possibilità nel senso che non c’ho mai pensato per un minuto e fu quello che mi fece vincere perché io andai con una nonchalance assoluta, la mia cosa vera fu “vorrei tanto vedere gli studi della Rai”, mi accompagnò mio padre, andai esclusivamente per questo, per vedere com’erano fatti gli studi, con la curiosità tecnologica, museale…

Qual è la cosa che ti ha impressionato?

Be’, alcuni che vedevo in televisione che avevo rivisto lì, mi ricordo che molti erano abbronzati, che davano l’idea di benessere, e poi naturalmente quello che si fa quando si va in televisione, le telecamere più grandi, gli studi che sembrano più piccoli, tutto l’aspetto tecnico, mi resi conto dell’inadeguatezza del maglione che avevo quel giorno quando ormai era tardi. A provinare c’erano due persone: uno si chiamava Bruno Voglino e l’altro si chiamava Guido Sacerdote. Guido Sacerdote fu quello che dagli anni Cinquanta, con la nascita della televisione, insieme ad Antonello Falqui trasportò il varietà dal teatro in televisione. Cioè forse per quindici anni tutti i programmi di varietà di RaiUno, nonché unica rete, erano firmati Falqui-Sacerdote quindi erano una potenza assoluta. E Bruno Voglino, che io chiamo ancora oggi mamma, la Rai per punirlo lo mandò a fare questo provino perché era considerato uno di sinistra, uno poco affidabile, ma che è quello che ha inventato tutti i più grandi varietà moderni, da Tilt alla Smorfia, il più grande talent scout che la Rai abbia avuto. In quegli anni era considerato uno poco affidabile, poi bisogna aspettare la rete di Guglielmi… ha fatto con me tutti i Quelli che il calcio quindi fino al 2000…

Un’immagine per definire quel periodo?

Io la cosa che mi ricordo subito dopo la telefonata per andare dalla Carrà, mia madre che mi porta in centro a cercare il vestito, nel negozio più bello, e naturalmente il vestito era bruttissimo, sbagliatissimo. Tante volte ho detto nella vita a Voglino: “Guarda io devo ringraziarti perché se da me oggi venisse uno com’ero io allora, io non lo prenderei mai! Mai!” E lui mi disse “Ma io ti ho preso perché tu eri bravo ma non bravissimo e io ho detto Se uno a 18 anni è bravo e non bravissimo non può che migliorare” e ho capito che quella è una grande lezione.

Quando parlavi con Walter Zenga, che conduceva Forza Italia, seconda metà degli anni Ottanta, facevi le stesse cose che poi hai fatto a Quelli che il calcio cioè qualcun altro dice le cose e tu ripeti molto la cosa che l’altro sta dicendo…

Controscena. L’idea della controscena in quel programmino aveva la forza che io prendevo in giro Zenga. Lui era portiere della nazionale, eh… Era l’88… quindi in realtà era una cosa mai tentata prima. Tieni conto che a Quelli che il calcio una grande rivoluzione fu pretendere che tutti noi dicessimo per quale squadra facevamo il tifo perché i giornalisti della Rai non dicevano. Si può chiamare gioco una cosa per cui uno non ha nemmeno la possibilità di dire per cosa tifa? Allora non è un gioco, è una guerra! Se gioco dev’essere gioco sia, quindi quell’idea ludica di Forza Italia ce la siamo riportata identica come modo a Quelli che il calcio. Poi in realtà la controscena o la spalla, per dirla meglio… In realtà un po’ c’è una timidezza di fondo che credo non sia mai superata e che quindi spinge sempre a mettere in relazione gli altri. Non ho mai fatto un monologo. Da imitatore mi paravo dietro le voci altrui. A Quelli che il calcio, io facevo dire una frase a uno, cercavo di connettere le cose…

Come eri passato dall’imitazione alla conduzione?

Quando tu eri bambino facevo un programma per ragazzi su RaiTre che si chiamava L’Orecchiocchio e poi Jeans su RaiTre il pomeriggio. Avevo vent’anni, ventuno, ed era il proto Mtv, per cui facevamo video musicali. Facevo 150-200 puntate l’anno in diretta. Vuol dire che intanto io per sei sette mesi l’anno stavo a Roma, a parte il sabato e la domenica che tornavo a casa…

A studiare…

Un po’ a studiare e un po’… avevo la fidanzata, quella che poi è mia moglie. Avevo ventiquattroanni, stavo in un residence che si chiamava Aurelia Antica…

E da lì andavi in Prati?

No, magari: andavo alla Nomentana…

Alla Dear? Dall’Aurelia Antica?

Guarda lascia stare, con la Diane… L’autore Pietro Galeotti voleva stare sull’Aurelia Antica per motivi sentimentali suoi, quindi alla fine abbiamo acconsentito tutti… Passavo molte ore in macchina, infatti quando mi dicevano usciamo rispondevo no!

Dicevamo della controscena.

È un sano parassitismo perché comunque sai secondo me si nasce o in un modo o nell’altro, ci sono i protagonisti e quelli che guardano, che se vuoi rasentano anche lo sfigato un po’, però… Io non son mai stato protagonista nel mio gruppo di amici, da ragazzo, mai. Ho sempre avuto la tendenza a osservare da fuori le cose.

Ci son stati momenti in cui ti sei detto “non posso andare avanti, non ho argomenti, non so che altri fare”?

Ma guarda, il senso di inadeguatezza c’è sempre, nel senso che quando hai la coscienza del privilegio che ti è capitato nella vita, cioè comunque di essere in un luogo dove, seppur non in prima persona, tu decidi cosa altre persone devono ascoltare quella sera… Io la vivo con molta responsabilità, devo dirti, questa cosa, però per quanto sia consapevole e responsabile cioè nel senso che io non ho mai usato la televisione per il mio potere personale, cioè non ho mai usato la televisione per accrescere il mio ruolo, il mio potere…

Però mi devi spiegare in che modo si potrebbe usare la televisione per accrescere il proprio potere.

Scegli un libro brutto anziché bello ma decidi che vuoi far uscire quel libro anziché no, fai un dispetto a qualcun altro, lo fai… Pensa se uno decidesse di rispondere in televisione ai giornali… Pensa che potenza. Puoi fare qualunque cosa: è una cosa che fanno in molti per altro. Se io ti fermo per strada e ti imbarazzo con la telecamera tu ti perdi comunque: un signore che stava indifeso camminando io ti vengo addosso con una telecamera o due, ti massacro comunque. Volendo uno può far qualunque cosa. Tu vai in televisione e decidi che passa un disco anziché no, un libro anziché no, un ospite anziché no. In base a quale ragionamento lo puoi fare?

(Poi passiamo alla pars construens, il lavoro dell’intervistatore.)

Il tema dell’intervista è entrare in relazione. Purtroppo spesso c’è pochissimo tempo. Noi due stiamo insieme qui un’ora a pranzo – io spesso con gli ospiti devo cercare di capire in quattro e quattr’otto prima di andare in scena perché magari l’ospite che non ho mai visto in vita arriva dieci minuti prima.

Ma hai momenti in cui senti “adesso questa intervista sta andando male” perché lui o lei non si sta…

Non perché lui o lei – ma perché mentre fai l’intervista one shot non hai la possibilità di tagliare, perché se uno potesse fare un’ora e poi tagli è fatta, è ovvio no? Quando tu hai venti minuti, o diciannove, o ventuno, è come suonare più che parlare: è come se tu avessi una pausa musicale in una jam session, si sente immediatamente. Diciamo che molte volte uno non è particolarmente lucido quella sera, che ne so può capitare di non essere in forma, diciamo che l’esperienza… lì si va col pilota automatico però può capitare… Comunque Che tempo che fa è la cosa che ho sempre desiderato fare e in realtà mi corrisponde più di qualunque altro… perché mi permette di occuparmi di cose che mi piacciono, libri che magari non avrei letto e che leggo…

Che tempo che fa è una trasmissione pedagogica. C’è un’espressione che usiamo con degli amici: tu sei un “Prete del Laicismo”.

La televisione ha involontariamente in sé questo potere affermativo, per il fatto solo che è lì quella cosa evidentemente merita di essere vista o ascoltata. Tieni conto che oggi non è più tanto così, in realtà: questo è un retaggio che ha la mia generazione. Perché la televisione quando ero piccolo io era il luogo dell’eccellenza. Se andava a dirlo lui è perché era lui che doveva essere lì, perché è il migliore in quella cosa… Poi non è detto che fosse vero, ma è quella che è stata percepita per tutta la televisione in bianco e nero e una parte della televisione a colori… Se vuoi con la funzione laica c’è una corrispondenza… Insomma ti obbligava a vestirti bene, quasi per guardarla, perché c’era comunque l’atteggiamento nei confronti della televisione: bisogna aspettare il telecomando per essere stravaccati, proprio un problema tecnico, quasi…

Quindi tu conservi l’assenza del telecomando nel tuo DNA…

Per forza: conservo lo stupore del fatto che qualcosa di lontano arrivi a casa tua vicino… Lo dicevo ad un mio amico ieri… un ricordo preistorico che vale non per il ricordo ma per il significato, il valore semantico… I televisori di quand’ero bimbo avevano una cosa che si chiamava alimentatore, sotto: c’era un carrello con sopra il grande televisore, sotto nella parte bassa del carrello c’era una roba che si chiamava alimentatore per cui tu – si diceva “scaldare le valvole del televisore”, tu dovevi dire “fra un quarto d’ora c’è il telegiornale, andiamo ad accenderlo!”

“Metti sul fuoco la televisione”.

Bravissimo, quindi quell’attesa… quella cosa lì ti dà il significato di come hai percepito quell’oggetto. Oggi io ho un figlio di 8 anni e una figlia di 4 che sanno che io lavoro in televisione naturalmente, ma non sanno cos’è la televisione, la fruizione è talmente personale… Se vuoi si può anche analizzare il fatto che gran parte della televisione oggi sia spudoratamente identica al privato, è come se si fosse persa la dimensione sociale o pubblica… Tu puoi andare a raccontare in televisione le cose più intime, più personali… Io non lo farei mai, perché io cosa vuol dire quella cosa lì: e non solo accade questa cosa ma la cosa che emenda il fatto che accada è che tu puoi ascoltare stasera, possiamo ascoltare insieme la confessione che ne so di un marito che dice alla moglie che era già sposato quattro volte, che aveva cento figli o disconoscere il figlio in diretta e noi rimaniamo stupitissimi ma noi stessi domani mattina non lo riconosciamo per strada perché la memoria… è talmente routine questa cosa… Se vuoi è un ragionamento più vecchio, più borghese, ma insomma non esiste dire in pubblico una cosa privata: io ho questa distinzione assoluta, in questo senso un cambio epocale, bisogna aspettare un bambino di oggi per sapere cosa sarà e se sarà la televisione fra vent’anni…

Questo tipo di televisione che fai si presta ad essere usato sia come Bignami, sia come canone della cultura contemporanea sia come appunto obiettivo da colpire…

Io credo che ci sia una malintesa idea di modernità e di forza che si esercita con l’essere volutamente scorretti, aggressivi o scortesi. In realtà ti dicevo prima… ci sono molti blog di persone incapaci che per il fatto solo di aggredire qualcuno noto ottengono il richiamo sull’ansa piuttosto che su un’altra agenzia o su un sito qualunque e questo costruisce la loro carriera. Però, per esempio, ora tu mi stai facendo un’intervista e stai facendo delle domande gentili e credo non reticenti, ma sei gentile, no? Se la stessa cosa la facessi in televisione la faresti uguale e io ti garantisco che farei anche io la stessa identica cosa e ti sentiresti dire che probabilmente avresti dovuto dirgli, “Come mai non l’hai attaccato?”, e se ci pensi basta sfogliare online i giornali e tu vedrai quante volte comunque i sostantivi che esprimono aggressività sono usati comunque come spia, come specchietto per le allodole, “se non c’è la polemica non leggo l’articolo”, sono stupidaggini colossali, è sempre tutto fatto per un tempo così veloce che non ha più la voglia dell’analisi, della lettura, dell’approfondimento ma è soltanto tutto molto percettivo…

Due cose: la celebre frase di Moretti che ti prende in giro quando gli fai i complimenti per il film e ti risponde: “Ma tu dici a tutti che è la tua cosa preferita”. E poi: mentre intervistavi Castellitto l’altra sera e lui diceva “è stata soprattutto un’esperienza di vita” io mi son detto “Ma come fa a non scoppiare a ridere?”…

Lui diceva che è stata un’esperienza di vita andare in Iugoslavia a girare il film, no? Be’, probabilmente per lui lo è stata veramente…

Però tu sei il tipo che nasce come imitatore, comico…

Però io quel film lì l’ho visto e quindi tu puoi dire che t’è piaciuto o non t’è piaciuto ma che quella cosa lì venisse fuori non c’è dubbio, eh. Io ho girato nel novantacinque un film in Africa, un documentario; quando son tornato io per due anni ma per due anni veri non solo non ho parlato d’altro, ma se vedevo l’acqua aperta in un bar gli chiedevo la cortesia di chiuderla, ho rotto le balle a mezzo mondo nel quartiere. Quindi il fatto che il regista dica del proprio film è stato un’esperienza di vita uno può ridurre o dire così, però ci stava. Nanni invece disse quella cosa anche molto allegra dal mio punto di vista ma credo che lui la disse semplicemente per eccesso di confidenza, nel senso che sai che il suo autore, sceneggiatore, Francesco Piccolo, è uno degli autori miei, quindi molto banalmente è una cosa detta… Se tu mi dici “Ammazza come sei invecchiato, sei pelato” se poi la dici lì diventa “Ah, gliel’ha cantata!”, capito?

Una delle poche cose che ho imparato, la parola che ti ho detto all’inizio, responsabilità. Io mi son sempre detto che in venti minuti d’incontro con una persona che non è di solito un mio amico – gli amici sono rarissimi, delle migliaia di persone che incontri, forse io ho meno di dieci amici – io mi son sempre chiesto “che diritto ho di fargli male?” e non ho mai trovato una risposta, cioè che diritto hai di far male a qualcuno che non conosci (o che conosci, è uguale). Un conto è chiedere una cosa, qualunque cosa, anche la più scortese – però stai parlando di una persona, quella persona lì ha una vita che avrà un lato chiaro, uno scuro, dei problemi, cioè io son sempre in questo senso portato a capire il perché uno è in un certo modo, ma io non riuscirei mai a essere volutamente aggressivo nei confronti di qualcuno per essere aggressivo, soprattutto in televisione…

Nella vita se tu devi dire anche al tuo più caro amico Sei uno stronzo non è che vai lì e gli dici sei uno stronzo, probabilmente è la fine di un ragionamento che ti porta a parlare molto e ad avere un grado di confidenza serio per poter dire una cosa grave. Quando questa cosa accade in televisione e anche la cosa più importante viene comunque interrotta dalla pubblicità secondo me c’è una forma che prevale talmente tanto sulla sostanza che non si può che rimanere ad un livello…

Di cortesia…

Io l’altro giorno ho intervistato Grossman, questo libro secondo me meraviglioso [Caduto fuori dal tempo, Mondadori], un libro che si legge in tre ore, io c’ho impiegato tre settimane perché è un libro illeggibile da chi è padre, un libro che parla solo della morte dei figli. Il mio unico problema era non pronunciare il nome di suo figlio. Perché ho detto se io fossi in questa situazione potrei permettere a uno che conosco, ma poco, di pronunciare quel nome? Io no: è sacra quella roba lì. E uno può dire “Come mai non gli hai chiesto come ti sei sentito il giorno che è morto tuo figlio”. È molto più difficile non fare una cosa spesso che farla, eh. Però ti ripeto questa è una cosa che si impara un po’ per carattere, un po’ per educazione e un po’ per esperienza di lavoro, non è detto che sia la cosa giusta, ci sono altri che fanno un’altra cosa però non è che uno può farlo per far piacere a… Però la cosa impressionante è che la maggior parte delle domande sono su questa stravaganza mia che è quella di essere buonista, cioè di non essere aggressivo.

Io posso aver intervistato Bertolucci, mi chiedono “Perché non gli hai detto che quella cosa faceva schifo?” La fruizione della televisione, in particolare del talk, secondo me, non è mai rispetto al contenuto quindi rispetto a quello che hai visto o sentito durante quella conversazione, ma è Come mai non sei stato aggressivo, come se l’unico canone che desse in qualche modo… come mai non c’è stata la polemica… cioè uno può dire la più grande notizia del mondo, può dire fra vent’anni non c’è più acqua nel pianeta, niente… Se uno insulta durante la stessa intervista Marchionne quella roba lì diventa titolo. Questa cosa qua implica una generazione evidentemente cresciuta in un certo modo, che non avrebbe mai fatto la generazione precedente! Biagi quando mi raccontava di sé mi diceva “ricordati che le parole fanno male” sempre mi ha detto lui, sino all’ultimo… mi diceva “Guarda che noi possiamo fare molto male con le parole”…

A proposito di maestri: qual è il tuo canone di classici della televisione anche contemporanea voglio dire…

Guarda, chi mi è capitato in sorte perché certamente come ti dicevo a parte le persone che ti ho nominato prima – Sacerdote, Voglino – certamente Enrico Vaime col quale io ho fattoventicinque anni di radio tutti i sabati, una conversazione che si chiama Black Out che c’è ancora, c’è Neri Marcorè al posto mio. Ho fatto proprio all’inizio, dopo il provino la prima cosa che mi hanno fatto fare è stata la radio.

E subito con Vaime?

Sì c’era Vaime e Luciano Salce. Quindi la cosa che ancora mi vengono i brividi quando ci penso è che io avevo diciannove anni e avevo davanti due persone che formano proprio il gusto, non c’è un’altra parola… Qualunque cosa dicevano… erano cattivissimi, di un cinismo meraviglioso. Ma ho capito ma le regole, che cosa fa ridere, che cosa non fa ridere, che cosa si può dire, che cosa non si può dire, non perché sia vietato ma perché il buon gusto te lo vieta, è esattamente come se dovessi imparare a scrivere.

Ma se dovessi dirmi delle cose che hai imparato da lui, da Vaime e da Salce?

L’equilibrio, il gusto… Delle regole che tu non sai neanche spiegare ma che senti che quella cosa lì non si può dire, cioè certe cose non si possono dire… È molto difficile riuscire a raccontarle nella vita, è per questo che ho definito eccellente il libro di Grossman… Le cose più difficili come sai, da scrittore, sono i grandi dolori e le grandi gioie, che se ci pensi poi sono anche due campi in cui io in televisione riesco molto difficilmente ad entrare, invadere: grandi gioie, grandi dolori, molta attenzione, che poi è l’aspetto più privato delle persone quindi è un territorio difficile… Quindi sicuramente loro e poi di mio aggiungo Renzo Arbore perché è per me la televisione, è proprio l’aspetto più gioioso, ludico che potessi immaginare, l’inarrivabile. Poi però lo sai che son stato vicino di casa di Mike Bongiorno per tanti anni? La vita è strana. La persona che più ho frequentato dal punto di vista televisivo è stata Mike perché a un certo punto la mia vita, negli anni non dico recenti ma facevo Quelli che il calcio e subito dopo anche… forse già facevo Che tempo che fa… Vabbè a un certo punto affitto casa di Mike nell’appartamento sotto casa di Mike e quindi per alcuni anni son stato suo inquilino nonché vicino di casa. Mi son capitate sempre cose stravaganti nella vita, alla fine questo mestiere consente incroci…

E da lui cosa hai preso umanamente? Lui era incosciente o era diverso?

Lui era perfetto. Mi ricordo una volta una telefonata, mi ha chiamato e mi ha detto, prima di cena, “Volevo dirti una cosa: siamo molto fortunati perché hanno aperto un supermercato nella nostra via!” Dico “Ma tu quando mai sei andato al supermercato?” “Mai. Ma semmai mi servisse di andare al supermercato adesso ce l’abbiamo sotto casa, è molto comodo!” Quindi per dirti, era un tipo strano, molto preciso, in questo senso eravamo molto simili, molto maniacale e anche io… poi vabbè lui…

Che tempo che fa è del 2002. Per fare il talk show moderno, voglio dire, che modelli…

Io ho sempre detto che David Letterman è una grande fonte di ispirazione ma non tanto per la scrivania, ma perché secondo me lui, almeno rispetto a me… cioè quello che io ho rubato non era tanto l’ironia, che non ho uguale, ma il gusto della conversazione nel senso che rispetto a noi lui nelle interviste poteva anche parlare e basta. Non è che lui a Obama fa le domande. Cioè se io facessi la stessa cosa a Monti io sarei morto il giorno dopo. Lui è capace di dirti: “Presidente i suoi capelli sono molto imbiancati, che shampoo usa?” e parlano per cinque minuti dello shampoo dopo di che dice “Sua moglie è a casa, la sta guardando? Vuole dire qualcosa? Sì grazie arrivederci!” Cioè questa cosa qua che secondo me è altissima non perché ci sia reticenza ma proprio perché sprechi… È un lusso clamoroso, da noi è subito reticenza. Da noi tu guarda veramente anche i titoli di giornale, le locandine: è solo nera, strage, arrestato. Le persone normali, grazie a dio, non passano il tempo a essere inquisite ma magari hai più piacere con un amico di parlare del libro che hai letto, del film che hai visto, la vacanza che hai fatto, la donna che ti piace cioè milioni di argomenti che sono quelli che fanno la vita e che invece sono considerati sempre inopportuni perché non sufficientemente…

Io invece quando ho cominciato il programma ho detto l’esatto contrario: mi piacerebbe moltissimo fare conversazione e ogni tanto con alcuni ospiti ci si riesce, non è facile ma ci si riesce. Tu guardati l’ultima intervista che Letterman ha fatto a Obama, lui è un elettore dichiaratamente democratico, per Obama, tu ascolta l’intervista quella che fece a Carla Bruni, mi ricordo che io la guardai perché avrei avuto Carla Bruni qualche settimana dopo, e parlavano esclusivamente dei cappelli della regina Elisabetta, lui le mostrava i cappelli. Ma se l’avessi fatto io e non avessi chiesto di Battisti… Capito? Ma non perché io non mi renda conto che quella cosa fosse importante ma perché personalmente mi divertirebbe enormemente di più…

(Non c’è una pausa. La televisione è tutto, se n’è parlato fino a un finale abbastanza lirico.)

Ma sai se ti dovessi dire la cosa più fortunata del mio mestiere è che per motivi abbastanza casuale, tu citavi Quelli che il calcio che ho fatto per 8 anni, adesso questi son 10, son tanti, la cosa più straordinaria che mi sia capitata è che io ho continuato ad avere il tempo del calendario scolastico, cioè i programmi che ho fatto erano programmi stagionali e quindi ho sempre avuto il calendario scolastico… e la cosa che con grande civetteria mi piace molto notare è che quando penso a me io torno indietro immediatamente al giorno in cui ho cominciato con la televisione: nel senso che per me è come se fosse una parentesi che un giorno si chiude e torno dov’ero.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
2 Commenti a “Intervista a Fabio Fazio”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    IL è la rivista più bella che abbia mai letto. Al netto dei testi pare un catalogo di orologi di lusso ma dati i contenuti ci può anche stare, va’.

  2. Rosa De sanctis scrive:

    Fabio sei il migliore della tv in assoluto. La domenica sera mi mancherà il tuo intelligente programma.

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