GianniMura (cuneo2008)

Intervista a Gianni Mura

GianniMura (cuneo2008)

Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

Uno dei pezzi più geniali? Quello in cui Mura, subito dopo la vittoria al mundial di Spagna, piazza su una colonna quello che la stampa scriveva prima del trionfo, e su un’altra quello che ha scritto dopo: l’isteria, le urla, questo modo di fare che non ha mai abbandonato il calcio.  “Il titolo, in realtà, è anche vagamente iettatorio”, scherza Mura. “Piaceva all’editore perché lo trova scherzoso. Quando faccio una presentazione in pubblico però do subito uno scoop dicendo che non me ne vado affatto. Poi trasmette l’idea che io non sia in sintonia con il calcio degli ultimi anni. Be’, se assisto a una partita bellissima lo scrivo. È che c’è un tasso di broccaggine estremamente alto, e che in Serie A gioca della gente che trent’anni fa sarebbe rimasta in B. E magari guadagnano quanto Rivera. Questo mi dà leggermente fastidio”.

Come sei arrivato alla Gazzetta, giovanissimo?

Avevano una specie di accordo con uno dei due Licei classici più “reputati” di Milano, il Manzoni, che alla fine della maturità gli segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano… se adesso ti presenti dicendo “conosco più di duecento aggettivi” non ti assumono mai nella vita. Sei sospetto.

Che ricordi hai del primo pezzo scritto?

Alla Gazzetta mi assegnarono un articolo da scrivere dopo qualche tempo trascorso da ragazzo di bottega. Come dicevo, ero piovuto in una redazione direttamente dai banchi del Liceo Classico: non ero neanche sicuro che quello sarebbe stato il mio mestiere. Il primo pezzo che mi assegnarono fu un’intervista, due cartelle, a Germano, ala sinistra brasiliana del Milan. Però commisi un errore colossale: lo scrissi per dimostrare quanto ero bravo. Cosa ancora peggiore: lo scrissi come se fossi Brera, utilizzando frasi in dialetto, in tedesco, di tutto. Quando lo consegnai, il direttore Gualtiero Zanetti mi richiamò: “Questo pezzo puoi arrotolarlo e ficcartelo nel culo. Di Brera ne abbiamo già uno, basta e avanza quello vero. E poi ricorda che col tuo pezzo, dopo averlo letto, ci fa il cappello un muratore della Bovisa”. Uscii dall’ufficio di Zanetti con la coda tra le gambe, lo riscrissi come diceva lui e venne pubblicato senza una virgola cambiata. Da allora non ho più dovuto riscrivere un pezzo: la lezione mi fu molto utile.

Immagino però che negli anni il tuo stile si sia evoluto. Secondo quali influenze?

Non saprei. Se rileggo adesso cose scritte quarant’anni fa le trovo legate ai tempi, magari un po’ ingenue. Credo di aver migliorato la sensibilità nei confronti di quello che succede intorno, di non essermi concentrato solo sull’avvenimento agonistico. Questa probabilmente è una delle chiavi della mia popolarità, se vogliamo chiamarla così. In fondo lo sport è molto cambiato, rispetto ai miei inizi.

Ecco, cosa è cambiato rispetto ai tuoi esordi?

Soprattutto c’era molta meno televisione. Addirittura quasi nulla. E quindi il giornale doveva dare anche un’idea visiva di come era andata la partita. I pezzi erano molto più lunghi. Era anche molto diverso – e questo è il lato più spiacevole – il rapporto tra noi giornalisti e i calciatori. Erano più vicini, ed era facile parlare con loro. Agli inizi, quando andavo a Milanello o ad Appiano Gentile per fare i notiziari, parlavo senza problemi con Mazzola, Rivera o Facchetti. Bastava fargli un segno, e si fermavano al termine dell’allenamento. Oppure ti dicevano: “Devo scappare, ma mi trovi a casa tra le sei e le sette”. Non ha mai sgarrato nessuno. Certo, eravamo anche di meno noi giornalisti. A vedere l’Inter durante la settimana eravamo in cinque o sei, e questo ci permetteva di stabilire un rapporto più diretto con i calciatori.

Erano i tempi in cui Beppe Viola intervistava Gianni Rivera sul tram, a Milano.

Esatto. Quell’intervista dimostra due cose. Uno, il gran talento di Viola. Però quel tram, se si rivede la scena, non era noleggiato dalla Rai, con a bordo solo Rivera e Viola. Si intravedono i passeggeri che si sono visti salire sopra Rivera e Viola senza per questo piazzarsi dietro la telecamera per fare ciao ciao con la manina, o salutare a casa. Viola e Rivera erano due che stavano lavorando, e li hanno lasciati in pace. Bisogna pensare se questo sarebbe possibile oggi, con El Shaarawy o Milito.

Credo proprio di no.

Ecco, la risposta è automatica. Poi, tornando alle differenze con i miei tempi, c’è da dire  questo: più la televisione ha preso piede e più i direttori hanno iniziato a tagliare lo spazio dedicato alla partita, puntando su altro. Ogni volta che si parla di restyling su un giornale, si va a finire con foto e immagini più grandi e testi più piccoli. Io, che sono cresciuto leggendo Brera, posso dire che le sue partite duravano cinque-sei cartelle. Per la finale dei mondiali 2006 vinta dall’Italia ho scritto settantasei righe, mi pare.

Ma a parte il fatto che si gioca ancora con una palla, esistono fattori di continuità con il calcio di trent’anni fa?

Mah, direi che a parte il fatto che si gioca ancora con la palla c’è che noi cronisti non paghiamo ancora il biglietto. E credo che sarà così ancora per poco. È cambiato anche il modo di giocare. E non mi riferisco all’uomo, o alla zona. Me ne parlava Riva già durante le Olimpiadi dell’88. Non avendo altre entrate oltre agli stipendi, dovevano guadagnarsi tutto sul campo. Oggi, con tutti i contratti che girano, si pensa di più al fine carriera. Riva ha guadagnato in tutta la vita molto meno di una riserva della Roma o del Milan, e a fine carriera aveva un distributore di benzina con Tomasini.

Leggendo i pezzi di Non gioco più, me ne vado, sembrerebbe che i mondiali del Messico nel 1986 abbiano rappresentato una sorta di cesura.

Sì, quello fu come un inizio, in effetti. Era tutto un Televisa o Coca-Cola, una presenza di sponsor molto massiccia rispetto solo a quattro anni prima, in Spagna. E le squadre cominciarono anche a svolgere gli allenamenti a porte chiuse. Ma il vero delirio fu a Stati Uniti ’94. Non si poteva entrare con gli ombrelli negli stadi e persino i panini dovevano essere a norma, dovevano avere una certa misura.

E che ricordi hai invece dei mondiali italiani del 1990?

Ricordo soprattutto che c’era il problema degli Hooligans. A un certo punto scrissi una lettera aperta a Cossiga. Perché Brera stava sull’Italia, e io facevo le partite importanti fuori dal girone. E allora ero a Torino il martedì, e non si serviva il vino nei ristoranti. A Bari, di mercoledì, e ancora niente vino. Lo stesso a Cagliari il giovedì. Alla fine dicevo: guardate che per colpa di qualche testa di cazzo ci va di mezzo un patrimonio culturale dell’Italia. Se in ristorante uno si piglia un porcetto allo spiedo, avrà almeno il diritto di bere un bicchiere di vino rosso. Il problema me lo risolse un ristoratore di Cagliari. Mi fa: “Il solito tè, dottore?” E io: “Quale tè?” Ed è arrivato con una di quelle scodellone da caffèlatte.

Non era tè, immagino.

No, era Cannonau. Però la cosa divertente è che c’era un Prefetto, un generale dei carabinieri, a pochi metri. Se controllava potevano essere problemi.

Per fortuna non lo ha fatto. Dopo il Brasile, i prossimi mondiali saranno in Quatar e Russia…

Ormai è chiaro che contano i soldi, e non da oggi. Il successo di squadre come il Chelsea o il Manchester City, con magnati russi o arabi, lo prova. E i mondiali vanno lì, dove pagano meglio. Allo stesso modo come il Tour, che parte dall’Olanda o dalla Germania, e hanno anche un’idea di partire da Washington, il prossimo anno. È come la finale di Supercoppa a Tripoli, delle cose che trovo francamente ridicole. Non ho mai sentito di una finale di Coppa nazionale giocata fuori, vale per l’Inghilterra come per il Belgio.

Da cronista, è più difficile rendere un calcio di rigore o una fuga in montagna?

Te la cavi prima a scrivere di un calcio di rigore. Perché la fuga non si risolve in pochi secondi. Su un calcio di rigore un grande scrittore ci potrebbe scrivere un racconto.

In effetti lo ha fatto Osvaldo Soriano.

Già, anche se quello era il rigore più lungo del mondo. Una fuga in montagna offre il paesaggio, il pubblico, una quantità di protagonisti maggiore.

A quale dei protagonisti di cui hai scritto sei più legato, nel senso “affettivo”?

Direi Gianfranco Zola, Gigi Riva, Damiano Tommasi, Paolo Sollier, Osvaldo Bagnoli… per gli altri sport Josefa Idem, Felice Gimondi, e Merckx, una persona di grande civiltà.

Merckx è una delle icone del ciclismo, l’altro grande sport di cui ti sei occupato. Dopo quello che è successo a Lance Armstrong, con sette tour revocati, che credibilità ha il ciclismo?

È una cosa mostruosa. Di Armostrong penso questo: se è vero, come ha sostenuto la Wada (L’Agenzia mondiale anti-doping, ndr) che ha messo in piedi il più sofisticato ed efficace sistema di doping individuale e di squadra, allora non può aver fatto tutto da solo, ma deve avere avuto delle coperture fortissime da parte dell’Unione ciclistica internazionale, che poi ha allestito la ghigliottina in piazza. Però sicuramente per tutti quegli anni di trionfi deve aver avuto un ombrello sulla testa. Ancora su Armstrong, ma pensando anche a Pantani. Dopo Madonna di Campiglio (la tappa del Giro in cui Marco Pantani risultò positivo al doping, nel 1999, ndr), e ancor di più dopo la sua morte, credo di aver battuto il record di corrispondenza con i lettori. Il succo delle loro lettere era: ci hai insegnato ad amare Pantani, e adesso? Molto civilmente mi chiedevano: com’è possibile che in tutti questi anni non vi siete accorti di niente? Siete complici, o siete dei fessi?

E cosa rispondi a queste domande?

Ho anche pensato di smettere… il caso Pantani, per come si è sviluppato, mi ha toccato molto. Non posso dire che eravamo amici, ci avrò parlato a quattr’occhi cinque o sei volte in tutto. Che poi è già molto, visto che era molto isolato. Quando era di luna buona, però, anziché fermarsi dieci minuti si tratteneva per mezz’ora, anche di più. Per lui, come per Armstrong, vorrei però ricordare sommessamente che noi non facciamo analisi chimiche, né al sangue né alle urine. Non siamo neanche in grado di fare intercettazioni. Se un giornalista ha dei sospetti, il massimo che può scrivere è che “corrono voci”, eccetera.

Come hai appreso la notizia della morte di Marco Pantani?

Quando mancò Pantani ero in ferie, in un ristorante di Firenze con mia moglie. Mi telefonarono dal giornale dicendomi che Pantani era morto. Al mio collega dissi che non era il momento di fare scherzi del cazzo. Ho piantato la trippa che stavo mangiando e sono andato in albergo. Dopo un quarto d’ora ho dettato a braccio il mio pezzo.

Di sicuro è stato un colpo tremendo per tutti noi. Adesso vorrei proporti un po’ di botta e risposta vecchio stile. Cominciamo ancora dal ciclismo: Qual è la tappa più emozionante a cui hai assistito?

Ancora lui, Pantani. La tappa con l’arrivo a Les Deux Alpes nel ’98, quando dette otto minuti a Ulrich. Però anche alcune tappe, del Tour, penso alla caduta di Ocaña nella discesa del Col de Menté nel 1971. Merckx era secondo, andò a sbattere contro un muretto ma rimase in piedi. Adesso Armstrong è considerato un demone, ma ricordo il suo arrivo alla tappa di Limoges, nel Tour del ’95. Mi pare che pur essendo ateo sia stato il primo a indicare con due indici il cielo per ricordare il compagno morto, Fabio Casartelli.

La partita di calcio più bella? Intendo dal punto di vista del gioco.

Francia – Germania, semifinale dei mondiali dell’82, a Siviglia. Successe di tutto, finì ai calci di rigore. I tedeschi si stancarono così tanto che in finale contro l’Italia avevano il fiato corto. Vincevano 3-1, poi la Francia li riprese, perdendo però ai rigori.

Il calciatore più forte?

Maradona.

Resiste ancora all’assalto di Messi?

Maradona è decisamente meglio di Messi. Anche perché Messi è il terminale della sua squadra, mentre nel Napoli i gol li facevano Giordano, Careca, Carnevale. Maradona segnava anche tanto ma era soprattutto un suggeritore. Maradona, poi, al contrario di Messi, era un capitano, un condottiero. Era piccolo ma tosto, e gli andavano tutti dietro. Anche nel fuoco. Credo che Messi abbia un altro carattere. Maradona a Napoli trovò un matrimonio perfetto. All’epoca frequentavo Napoli abbastanza. Le scritte sui muri dicevano “Napoli campione in culo alla nazione”.

La nazionale italiana migliore?

Come forza complessiva direi quella dei mondiali in Argentina del 1978. In ogni caso non si esce dal ‘78-’82. Sono quelli gli anni d’oro.

Come hai vissuto il periodo del “sacchismo”?

In realtà bene. Con Sacchi ci andavo anche d’accordo. Mi aveva anche proposto di essere l’unico ad assistere agli allenamenti. Per lui era un grandissimo regalo, ma – probabilmente con scarso tatto – gli risposi che era come se Marchesi mi avesse invitato al mercato a comprar le carote. Io giudico i piatti… e il piatto è la partita della domenica.

Cosa ti piace di più del calcio?

Il gesto tecnico. Si va allo stadio per il dribbling, il tunnel, il colpo del campione. Per una punizione di Mario Corso. Devo ancora trovarne uno che mi dice: “Vado allo stadio per vedere una diagonale difensiva”. Saranno quelli di Sky che si eccitano per una diagonale difensiva.

Quali sono invece i momenti più bui a cui hai assistito?

Per me sono legati agli episodi di violenza, e purtroppo ce ne sono tanti. Dai morti accoltellati fino agli striscioni contro gli ebrei. Ci si deve chiedere perché questo sport debba essere più sporcato degli altri.

Che idea hai del mondo degli ultrà?

Lo trovo molto monotono. Son convinti di essere tutti diversi ma in realtà sono quasi tutti uguali. Hanno gli stessi cori e lo stesso abbigliamento, li distingue solo il colore della sciarpa. Detto questo, la curva non è necessariamente il settore peggiore dello stadio… credo che a livello di criminalità organizzata bisogna guardare alla tribuna d’onore.

Per concludere, torniamo al mestiere. Come se la passano oggi i giornalisti?

Sta prendendo sempre più corpo un’idea di informazione che non condivido, e che non intendo praticare… un’informazione liofilizzata, senza approfondimento o gusto del racconto. Twitter, sms, eccetera. Poi non si capisce che cazzo se ne fa la gente del tempo che guadagna. Credo proprio che il vero dramma di oggi sia non avere tempo libero, o averlo illusoriamente… Come se stare un’ora a leggere il giornale seduti su una panchina sia una cosa dell’altro mondo. Invece il mio sogno da pensionato è una bella panchina verde, con spalliera, due o tre giornali, un bar vicino per il caffè o il bianchino. Non è che si stesse meglio nell’800, però tutto quello che è accelerato, fast, mi spaventa. Mi preoccupa anche questo voler continuamente aggiornare giornali e siti. Non riesco a immaginare chi è quello che ogni quaranta minuti vuole un aggiornamento su un delitto. Dev’essere gente più compulsiva che altro. La mia tendenza è un’altra: l’unica tessera che ho io è quella di slow food. Io mi reputo un giornalista slow.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
21 Commenti a “Intervista a Gianni Mura”
  1. federica scrive:

    in queste parole c’è un concentrato del meraviglioso mondo di gianni mura.

  2. un lettore scrive:

    belle le risposte e belle le domade. complimenti a liborio conca e giù il cappello davanti a gianni mura.

  3. Claudio scrive:

    Una bella intervista ad un grande personaggio.
    E grazie e Minima&Moralia per la bella sorpresa.

  4. girolamo scrive:

    A parte la cattiva memoria sulla “partita più bella” (era la Francia che vinceva 3-1 e fu poi raggiunta), quello che Mura dice-e-non-dice su Pantani lo trovo francamente poco etico. Per fare un paragone, linko cosa scrisse Eugenio Capodacqua alla morte di Pantani, nel febbraio 2004:
    «Ho conosciuto Pantani attraverso anni di frequentazione: Giro d’Italia, corse varie, perfino i ritiri a Terracina, due passi da Roma, nei quali ho pedalato con lui. Sono convinto, per l’idea che lui ha sempre avuto di sé, come leader, come primo in tanti campi, come vincente, che sarebbe contento, invece, se il suo terribile gesto potesse contribuire a cambiare le cose nel travagliato ciclismo di oggi. Quel ciclismo che ha rifiutato così drammaticamente.
    Obbiettivo che svanisce miseramente di fronte al turbinio di retorica vittimista che ha accompagnato tanta cronaca di questi giorni. Perché il messaggio che passa è che, in fondo, il “modello” proposto dal Pirata sia comunque un modello valido, da accettare, seguire e imitare: il campione, il mito. E invece, no.
    Dispiace dover ricordare anche l’altra faccia della medaglia, ma bisogna anche avere il coraggio di dire che Pantani quei risultati e quei clamorosi exploit li ha raggiunti imbrogliando. E’ il termine giusto. Non è che la morte, per tragica che sia, possa cambiare questa realtà. E poco importa se anche altri imbrogliavano. Resta il fatto che non avrebbe dovuto imbrogliare e se non lo avesse fatto non ci sarebbe stata alcuna ragione perché la giustizia istruisse i tre processi penali che lo hanno visto al centro delle polemiche e delle indagini. Processi penali, va ricordato, in cui il romagnolo è stato assolto, ma non perché “il fatto non sussiteva”, bensì perché allora (1995 e 1999) “il fatto non costituiva reato”. Non c’era ancora, infatti, la legge 376/2000. Ma c’era un fatto, cioè il doping, che al tempo fece scattare i rigori della legge 401, quella della frode sportiva.
    Non è un’opinione: ci sono dati oggettivi che lo dimostrano. Quando vinse la prima tappa al Giro (Merano, 1994) Pantani era certamente sotto “trattamento” perché il suo ematocrito superava ampiamente i massimi valori concessi dall’Uci, la federazione internazionale (50%): lo dice il file “dblab” sequestrato nel centro di Ferrara che raccoglie i test ematici di decine e decine di atleti azzurri. Quando subì il doloroso incidente alla Milano-Torino del ’95, il suo ematocrito sfiorava addirittura il 60%. A Madonna di Campiglio, l’episodio chiave che ha dato il via al suo tragico declino, viaggiava attorno al 52% quando i suoi valori “normali” non superavano il 42%. Dunque Pantani ha sbagliato: una, due, tre volte. Ed ha sbagliato ancora dopo, una quarta volta, quando, superata la tempesta di Campiglio, nel 2001 si è ripresentato al Giro. Nella sua camera dell’albergo di Montecatini fu trovata una siringa di insulina usata (prodotto vietato). Ancora il doping, dunque.
    Allora viene spontaneo chiedersi, ma non sarà che questo “povero” Pantani dello sbaglio, dell’errore, dell’imbroglio ha fatto un metodo di vita (almeno sportivamente parlando)? Così facevano tutti? Lo so che è la filosofia attualmente in auge ma, se rubano tutti non vuol dire che sia lecito rubare».
    I giornalisti non saranno chimici, ma far finta di non ricordarsi del doping del 1994 quando lo beccano nel 1995, e di ambedue gli eventi nel 1999 non è accettabile: non c’è bisogno di analizzare sangue o fare intercettazioni, basta ricordarsi dei fatti e ricordarli ai lettori. Non è che puoi fare il moralista la domenica mettendo i voti e nei giorni comandati facendo il giornalista-letterato, e poi fare come tutti gli altri.

  5. Liborio Conca scrive:

    Solo per chiarire che nel caso di Francia – Germania 1982 si tratta di un mio errore in fase di riscrittura – insomma non c’entra nulla la cattiva memoria di mura, ecco.

  6. Enrico Macioci scrive:

    @Girolamo
    Sollevi un problema non da poco. Io, da grande appassionato di ciclismo, non so più cosa pensare. Qui non si tratta d’un caso isolato, e nemmeno di due, o tre, o quattro. Ricordiamo qualche nome di quegli anni (lasciando da parte il presente): Pantani, Armstrong, Ullrich, Julich, Riis, Cipollini, Rasmussen, Vinokourov, Landis, Hamilton, tutti dopati; e potrei proseguire all’infinito.
    Il punto allora è, come scrisse qualche mese fa Covacich sulle pagine del Corriere, se il doping non vada liberalizzato. L’alternativa è una radicale trasformazione di ciò che oggi intendiamo per gara ciclistica: accorciare in maniera drastica le tappe, abbassare in maniera drastica le medie, diminuire in maniera drastica il numero dei giorni di gara, eccetera; insomma reinventare dalle basi uno sport – e mi va benissimo. Rebus sic stantibus però, doparsi non vuol dire propriamente imbrogliare bensì adeguarsi, perché rinunciare al doping equivale a non poter gareggiare in senso letterale, e cioè non poter proprio prender parte alla contesa (non si tratta dunque di vincere, ma di esistere in quanto ciclista).
    Per questi motivi non mi sembra del tutto corretto affermare che il fatto che tutti barino non giustifica il singolo che bara – in tal caso Pantani. Se si ha una passione e un talento, e questa passione e questo talento ci spingono dentro un mondo infernale, o si esce da quel mondo con uno sforzo di volontà radicale, rinunciando a una grossa parte di sé, oppure lo si accetta. A mio avviso è inutile aspettarsi un “bell’esempio”, un esempio “di pulizia” quando questo non è materialmente possibile. Spero d’essermi spiegato, va da sé che il tema è scottante e gravissimo.

  7. Axel Shut scrive:

    beh, anche Filippo Simeoni potrebbe dirla lunga sulle qualità umane di Armstrong

  8. girolamo scrive:

    «Se si ha una passione e un talento, e questa passione e questo talento ci spingono dentro un mondo infernale, o si esce da quel mondo con uno sforzo di volontà radicale, rinunciando a una grossa parte di sé, oppure lo si accetta». E dunque, con la stessa logica, avere passione per la politica come servizio alla collettività non è incompatibile con l’intascare una tangente e farsi corrompere, perché così fan tutti: l’ha detto Craxi, dopo tutto, o no? Avere passione per la letteratura non esclude di partecipare ai salotti marzulliani, costanzeschi, defilippici, alle magagnette dei premi letterari, alle recensioni “do ut des”, in parole povere al meretricio letterario, perché così fan tutti, o no? Ed essere un bavo giornalista non è incomptibile col dimenticare a se stesso che il Pantani che vince il Tour dando 8 minuti a quell’anomalia bio-fisica di Ulrich (su cui al massimo si poteva dire che “corre voce” sia improbabile che…) era già stato beccato con le mani nella marmellata (metafora scontata, vista la densità del sangue di chi ha più di 50 di ematocrito ) due volte, e dimenticare di ricordarlo ai tifosi, e dimenticare anche di dire che “correvano voci…”: lo fanno Porro, Sallusti, Giordano, Feltri, Belpietro, che almeno non se la tirano con l’anarchia, de André e Gino Strada, perché non dovrebbe farlo anche Gianni Mura, che a chi gli fa presente quel che scrive Capodacqua risponde serafico: «Ah, sul suo blog… E chi lo legge…?».
    Come dicono a Roma senza tirarsela tanto: ma de che stamo a parla’?

  9. Enrico Macioci scrive:

    @ Girolamo
    Hai banalizzato il mio discorso in maniera o molto scorretta o molto superficiale.
    In tutti e due i casi, ti lascio a te stesso.
    La cosa peggiore è che questa opacità di sguardo favorisce – in fin dei conti – la micidiale (e generalizzata) ipocrisia che pretende di combattere.

    @alex shut
    Il problema non è solo Armstrong, come molti – che prima lo incensavano e adesso lo spacciano per Satana – pretendono di farci credere. Proprio ieri al Tour è stata registrata la tappa con la più alta velocità media di sempre. Credo che siamo punto e a capo, nulla più.

  10. Axel Shut scrive:

    @Enrico Macioci:
    non mischiamo i discorsi, Mura ha detto che Armstrong umanamente non è poi così male visto che una volta ha ricordato Casartelli, io ho ricordato un’altra occasione in cui le qualità umane di Armstrong non fecero esattamente una bella figura (e di cosa lo accusava Simeoni? Di doparsi e di mentire per nasconderlo, guarda caso)
    la verità è che Armstrong è stato intoccabile a lungo anche perché i giornalisti come Mura hanno dimenticato di fare il loro mestiere, siamo capaci tutti a prendere l’albo d’oro e incensare il vincitore, magari gli appassionati avrebbero preferito che si indagasse più a fondo sulle voci che già 10 anni fa giravano sull’americano
    Mura dice che l’UCI ha coperto Armstrong per interesse, io dico che Mura e gli altri giornalisti hanno fatto la stessa cosa (vedi la felicità infantile della carta stampata quando Armstrong partecipò per la prima volta al Giro qualche anno fa)
    poi che il doping esista ancora è ovvio, quantomeno nel ciclismo lo cercano, altri sport se avessero i controlli incrociati sangue-urine sarebbe una catastrofe, però anche qui i giornali preferiscono parlare delle meraviglie del tiki-taka invece che fare qualche domanda a Fuentes

  11. Enrico Macioci scrive:

    @axel shut
    Concordo, e non mischio i discorsi; infatti diciamo pressoché le stesse cose.
    Su Armstrong (stante il suo pessimo carattere) la faccenda è complessa. Io non so se Mura sapesse; mi risulta difficile, per non dire impossibile, credere che non sapesse Mac Quaid, credere che non sapessero i vertici dell’UCI che ora pretendono di cancellarlo e così ripulire tutto – in primis sé stessi – tirando una riga su di lui.
    Anche sul tiki-taka concordo con te. E non metto la mano (anzi neppure il dito) sul fuoco per nessuno, da Bolt a Phelps, da Nadal a Messi. Per nessuno.
    Quindi il mio discorso è: vogliamo continuare a cadere dalle nuvole o vogliamo riformare integralmente il sistema sportivo? E se vogliamo farlo, da dove cominciare? Come rieducare un pubblico istupidito da performance eccezionali e anzi sovrumane, oramai spacciate per normalità? Come creare uno sport “pulito” dentro una società “sporca” anzitutto mentalmente, moralmente? Come risalire fino ai gangli dell’educazione sportiva fino a toccare i ragazzini, i bambini? Come rieducare fin da subito anche i sogni?

  12. Enrico Macioci scrive:

    errata corrige sull’ultima frase: come risalire fino all’educazione sportiva dei ragazzini, dei bambini? eccetera; mi scuso ma ho scritto in gran fretta

  13. girolamo scrive:

    Giusto per chiarire: a me dei ciclisti, del Tour, di Armstrong non importa, da qualche anno, pressocché nulla. Presa coscienza di cos’è lo sport e il ciclismo, m’è passato (con un paio di eccezioni, ma proprio due) ogni entusiasmo e ho guadagnato diversi pomeriggi a televisione spenta. Fosse una storia loro, liberissimi di fare le corse a tappe e di dormire col frequenzimetro collegato alla sveglia che li tira giù dal letto quando l’ematocrito supera quota 50 e il sangue, se non ti metti a pedalare sulla cyclette accanto al letto, si addensa come melassa. Ma ogni ciclista, calciatore, atleta di cui non è difficile capire che la sua classe non è acqua, ma eritropoietrina, vince qualcosa, diventa immediatamente il testimonial di uno stile di vita e di una visione dello sport e del mondo con cui io mi confronto non in cima alle montagne seguendo il Tour, o nelle trattorie in cui i giornalisti banchettano durante le gare, ma in classe, con i ragazzini che prima di ogni impegno prendono sostanze formalmente legali (solo in Italia, peraltro) col consenso scritto delle famiglie, facendo l’ingresso nel sistema-doping non per vincere il Mondiale, ma la partita della giovanile di una squadra di C1-C2. Poi, a qualche anno di distanza, il promettente ragazzino che a 17 anni correva sulla fascia come Domenghini lo ritrovi a 25 anni nelle serie amatoriali, a illuminare il centrocampo da fermo, perché il tocco di palla gli è rimasto, ma le gambe non vanno più, anche se non ha mai avuto un infortunio, e ti chiedi: dove comincia e dove finisce la responsabilità di chi doveva avvertirlo che se vai a creatina a 17 anni, a 25 puoi solo camminare? E magari ti rispondi che gli è anche andata bene, perché qualche altro ragazzino negli spogliatoi c’è rimasto per sempre. Per me il doping è questo.

  14. Fabrizio scrive:

    Mi limito a due commenti. Primo, il doping non fa il campione, Pantani si dopava come gli altri, quindi i valori si azzerano e vince, paradossalmente, comunque chi è più forte quell’anno particolare. Secondo, l’unico che abbia mai sentito dire qualche verità sul doping ė stato Fabio Capello. Chi ricorda il suo ammonimento, da allenatore del Real, quando sono iniziate le indagini di Guarinello in seguito alle denunce di Zeman? Profeticamente disse, se si inizia a fare indagini rigorose solo in Italia, si crea un sistema a due velocità. I controlli vanno fatti dappertutto allo stesso modo. Detto fatto, da allora l’Italia ha iniziato a perdere colpi. E la Spagna dei miracoli corre il doppio dei tedeschi.

  15. Jo Vanardi scrive:

    ho visto uno speciale ieri sera su Pantani, su youtube: “L’ultimo volo”, di Sky. Una sola considerazione: tutti noi – già, “tutti noi”, perchè Pantani ha rappresentato il cuscino dei nostri sogni di ragazzi e non, un vincente italiano simpatico agli italiani, antipatico ai suoi “colleghi” (Carmelo bene docet), tutti noi abbiamo in qualche modo subìto un trauma. Ma per questo trauma (vedo, leggo, ascolto) abbiamo tirato fuori le cose migliori dal giornalismo sportivo, bellissimi concetti di scrittori, saggisti, prove attoriali di grande rilievo emotivo: insomma tutti noi difronte alla tragedia della vita di Marco Pantani ci costringiamo a riflettere con una lunghezza di vedute che trapassa l’occhio critico e sfocia fin dentro la pietas umana,riuscendo, con un’intensità che solo pochissime volte nella vita, a farci vibrare nel bruciante, commovente ricordo del martirio di un anti-italiano (così lo definisce lo scrittore Franco Cordelli), la cui profonda umanità non potrà mai essere sputtanata da una percentuale di ematocrito, alta o meno che sia stata.

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