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Quando il teatro diventa una politica

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(Immagine: Pierfrancesco Favino in Servo per due. Fonte.)

di Carlo Baghetti

L’arrivo della primavera è un periodo teatralmente molto delicato: le direzioni artistiche stanno chiudendo la proposta di cartellone per l’anno successivo, i produttori puntano a disegnare tournée lunghe per i loro spettacoli, gli artisti cercano di terminare i lavori che dovranno presentare al pubblico l’anno successivo, gli spettatori – specie gli abbonati – si preparano a vedere gli ultimi spettacoli e a fare i bilanci sulla stagione che si conclude e i teatri lentamente si svuotano, a mano a mano che, con tutte quelle moquette bordeaux e poltrone di stoffa, le temperature diventano insopportabili.

Una delle novità più piacevoli che ho avuto modo di osservare da vicino quest’anno è “l’esperimento Danny Rose”. Per chi non lo conoscesse il Gruppo Danny Rose è un collettivo di artisti, attori per la maggior parte, che da un paio d’anni a questa parte ha deciso di unire le proprie forze e proporre al pubblico un vasto repertorio di classici teatrali rivisti e rielaborati in modo originale.

La componente più innovativa del Gruppo è il modo in cui avanzano le loro proposte: non uno spettacolo, bensì venti, non per tre o quattro settimane, ma spalmati lungo un arco temporale di due mesi. Ogni spettacolo rimane in scena per tre o quattro giorni, poi si passa a quello successivo, e così via, per due mesi. Alla fine dei due mesi di spettacoli il Gruppo si riunisce e, oltre a programmare le future recite, divide in modo equo gli incassi accumulati.

Il Gruppo nasce come associazione culturale nel 2012, grazie all’iniziativa di Luciano Scarpa e Paolo Sassanelli e nell’ottobre dello stesso anno vanno in scena per otto settimane con 26 spettacoli al Teatro Spazio Uno. Il 2013 è consacrato alla preparazione dello spettacolo Servo per Due, tratto da una rilettura fatta da Richard Bean del testo goldoniano, con una serie di laboratori per gli attori al Piccolo Jovinelli, poi inizia la tournée di quasi quattro mesi che li ha portati nei teatri di Caserta, Salerno, Asti, Vicenza, Trieste, Firenze, Lugano, Pisa, Roma – era capodanno e qui è avvenuto il “cambio cast”, una rotazione pressoché totale degli attori per gli stessi personaggi -, poi Civitavecchia, Siena, Bologna, Cagliari, Avellino, Genova e Verona.

Come nasce il Gruppo Danny Rose?

(Sassanelli) Il gruppo Danny Rose nasce tre anni fa da un’idea mia e di Luciano Scarpa, discutevamo di come ci piacerebbe fare teatro e gli ho suggerito il modello tedesco. Andando spesso in Germania, per esempio allo Schauspielhaus di Zurigo, vedo delle programmazioni meravigliose, dove ogni giorno o ogni due giorni cambiano spettacolo. Il cartellone è programmato ogni due mesi in una specie di tourbillon di spettacoli, loro presentano in poco tempo una quindicina di spettacoli e ognuno viene rappresentato una, due, tre volte alla settimana. Questo naturalmente avviene spalmato su tutto l’anno, quindi: uno spettacolo che viene rappresentato trenta o quaranta volte non viene concretato su uno o due mesi, no! Si sviluppa su tutto l’arco di un anno e la compagnia stabile del teatro, gli attori, si alternano in tutti i ruoli. Puoi vedere un attore fare Amleto e lo spettacolo successivo un personaggio minore di Macbeth, che dice cinque battute. La cosa mi ha sempre entusiasmato, perché ho visto la varietà di offerta che veniva data al pubblico e, per l’attore, un luogo dove si entra la mattina e si esce la sera. E sono teatri privati, non stabili, dove ci girano dentro cinquecento persone, cinquecento!, ho pensato: “Vedi, l’industria teatrale può creare occupazione, profitto e benessere, attraverso la cultura, attraverso lo spettacolo!”.

Come nasce la collaborazione con Danny Rose?

(Favino) Io faccio parte del gruppo, sono amico di Sassanelli e di Scarpa – che lanciarono questa cosa anni fa – da tantissimo tempo. Nasce in maniera molto organica e naturale. Era un po’ di tempo che mi chiedevano di tornare a fare teatro e quando abbiamo messo su la rassegna di spettacoli al Teatro Spazio Uno, lì è arrivata una proposta da parte di Marco Balsamo (Nuovo Teatro) e ho pensato che fosse la cosa giusta da fare per tentare un salto di qualità e anche di rischio professionale con questo gruppo.

In Italia come funziona l’industria culturale?

(Sassanelli) In Italia non esiste, anzi, negli anni è peggiorata la situazione. Quando ho cominciato io esistevano ancora gli Stabili, con le loro compagnie, adesso esistono le famiglie, i club, i clan: un clan si sposta da uno Stabile all’altro; è il regista che si porta dietro chi dice lui, come è giusto che sia, ma non esiste la compagnia stabile del teatro, non esiste un contratto di tre anni che viene fatto ad un attore. Questa continuità è quello che propone il gruppo Danny Rose. Penso che il teatro non dovrebbe accedere ai fondi pubblici, perché il teatro è un’impresa. Il fondo pubblico ha ammorbidito la voglia di raccontare, di rischiare, di sperimentare. Vedi, non si scrive più, si scrive poco per il teatro. Gli autori del teatro, bravissimi, sono due o tre.

La società dello spettacolo ha vita facile quando si rapporta a un individuo, quali sono le conseguenze di lavorare il gruppo?

(Sassanelli) La star è sempre esistita nel teatro, anche negli Stabili, anche nei grossi teatri d’Europa, da Stoccolma a Parigi, però esiste anche il gruppo e di solito il gruppo è molto più forte. Il gruppo vive di collaborazione totale da parte di tutti, coinvolgendo non solo gli attori o i registi, ma anche i tecnici, i musicisti, i costumisti, gli scenografi: tutti partecipano. Lo spettacolo si mantiene sulla passione, l’amore e la dedizione che il gruppo dedica allo spettacolo. Nello spettacolo dove c’è solo la star, cadendo la star cade lo spettacolo. Noi abbiamo fatto un percorso un po’ particolare: abbiamo “usato” una star come Favino per realizzare esattamente l’opposto, ovvero vi raccontiamo che una star all’interno di un gruppo diventa parte del gruppo e diventa trainante sì, ma non soffoca, non si mett ncopp, come si dice a Napoli, ma è una parte integrante del gruppo e questa è la novità di quello che stiamo proponendo. Pierfrancesco dice: “Io sono lo specchietto per le allodole”, e la gente viene a teatro per vedere lui, poi scopre uno spettacolo, una compagnia e scopre che ha molto valore anche quello, non solo la star, ma vede la compagnia, il teatro. Il nostro teatro è fatto principalmente per far innamorare i ragazzi di questo luogo.

(Favino) Culturalmente abbiamo un limite forte: non siamo abituati a mettere il testo in primo piano, ma preferiamo la performance. È un discorso culturale che dalla commedia dell’arte arriva fino ai grandi attori dell’Ottocento e fino ad oggi. La condivisione di un personaggio con un collega, rende possibile l’idea che quello che il gruppo crea è uno spettacolo, non le performance dei singoli, questo genera drammaturgia, rispetto del testo, capacità di lettura. Un testo deve essere lasciato per il 60% in mano allo spettatore, lui deve avere l’opportunità di capirlo, di farlo proprio. Se si tende a tenere un testo sulla scena, per goderselo sul palco, lo spettatore è inutile e il teatro non ha bisogno di essere frequentato. Questo è un problema che può interessare anche il cinema e la politica. Se non conosci le facce a cui è destinato, perché dovresti parlare ad alta voce? Noi vogliamo essere comunicativi, adattandoci al pubblico che abbiamo di fronte, perché siamo noi a voler dire “voglio dire questa cosa a voi” e ci sono persone che pagano per sentirla. Questo vale sempre, ma ancora di più oggi: il problema della comunicazione è di chi fa, non di chi ascolta. C’è e ci dev’essere un percorso di affinamento dello spettatore, ma non si può guardare dall’alto al basso il pubblico, nonostante il passaggio storico che ha portato un assopimento del pubblico.

Un dialogo paritario e non educativo?

(Favino) Tempo fa entravi in un taxi e il tassista diceva: “Scusa, io non sono del mestiere”, e diceva quello che pensava. Oggi questa premessa non la fa più ed è giusto, perché uno non deve essere del mestiere per andare a cinema o a teatro, uno dev’essere libero di esprimere le proprie impressioni. Poi se un intero sistema culturale contribuisce a stimolare il formarsi di opinioni più articolate e ricche, ad affinare il proprio gusto, non riguarda i singoli, riguarda l’intero progetto di un paese e dei propri cittadini, per far sì che siano individui e non clienti.

Come si coniuga l’interesse per il Bene Comune con la pratica di gruppo del Danny Rose?

(Favino) Il Bene Comune è bene di gruppo, quindi non dovrebbe essere espresso altrimenti che da un gruppo. È per ragioni di talento, di fortuna e anche commerciali, che si tende a incentrare sui singoli le possibilità, a mettere la luce solo su un singolo. Però in generale il teatro è un luogo rituale e di gruppo, per cui dovrebbe per definizione essere comune. L’esperienza Danny Rose nasce dall’aver visto, anche da spettatore, che la dimensione “comune” si sta sempre più perdendo e penso che si sta perdendo perché si danno per “creative” delle ragioni che non sono creative, ma quasi esclusivamente economiche.

Il Danny Rosepuò essere considerata una sorta di resistenza artistica allo status quo del teatro?

(Sassanelli) No, noi non parliamo di resistenza, noi parliamo di “proposta”. Non ci mettiamo né in competizione né in conflitto, l’unica atteggiamento che teniamo è quello propositivo. Non ci interessa altro.

(Favino) Far parte di questo gruppo è un modo importante per capire innanzitutto quanto vali, dopo di che un testo è sempre fatto da più personaggi e perché un testo si possa godere dev’essere fatto bene da tutti, ed è un fatto prettamente lavorativo, non un fatto politico, almeno che dietro il fatto di lavorare con serietà ci si possa leggere un aspetto politico, ma se è vero oggi è perché sia l’aspetto politico che l’aspetto creativo si sia andato imbastardendo. Non penso di avere nessun diritto ad una santificazione personale o di sacrificio, anzi, quello che mi sta dando è pari a un successo individuale.

Come è stato selezionato il cast finale di 22 attori?

(Sassanelli) Abbiamo coinvolto tutto il gruppo, tutte le quaranta persone, nel lavoro iniziale di laboratorio e in base a quelle che erano le esigenze dello spettacolo, non al talento dei singoli attori che noi non mettiamo minimamente in discussione, perché se c’è la passione e l’amore, il talento viene fuori. Per noi prima di tutto viene lo spettacolo, non viene l’esigenza personale. Lo spettacolo è il nostro oggetto di culto e per questo bisogna essere pronti a sacrificarsi. La selezione finale è stata una scelta condivisa da tutti, anche se quando è arrivato il momento per l’attore di mollare la parte si è consumata una tragedia, in silenzio, che andava compiuta.

Come vi regolate economicamente?

(Sassanelli) Abbiamo tutti la stessa paga, non ci sono differenze. Forse quelli che prendono un po’ di meno sono i musicisti, ma credo che non durerà a lungo (ride), sennò se ne vanno. Non so se questa suddivisione delle paghe sia “giusta”, perché in qualche modo bisogna rispettare anche l’esperienza, la capacità, la dedizione che per anni ha assistito tanti di questi attori. Se uno sta imparando a fare il meccanico non può prendere quanto il meccanico che in effetti ti mette a posto l’auto, però naturalmente non può essere sfruttato. Il mio obiettivo è avere un teatro e offrire lavoro a cento, duecento persone, dai macchinisti agli autori, e ogni volta il contratto dovrebbe durare tre anni, garantendo una paga più che decente a chi partecipa. Da noi gli attori hanno garanzie di lavoro per tre, quattro anni, quindi non c’è una competizione sfrenata, c’è collaborazione, e questo è il mio obiettivo. La precarietà è nel DNA dell’attore da sempre, ma si può combattere con le proposte.

Qual è la dimensione politica del vostro spettacolo?

(Sassanelli) Non so se ha una valenza politica questo spettacolo, vedo politica la scelta che abbiamo fatto di unirci e fare una proposta. La politica è fare delle proposte, piuttosto che indicare soluzioni approssimative che poi non si realizzeranno mai: non promesse ma proposte.

(Favino) Il problema è cosa si intende per politico: noi la proposta la facciamo per noi stessi. Un atto diventa politico nel momento in cui costruisce concretamente qualcosa; se è solo un vessillo è difficile che possa essere realmente politico. Un atto politico è generativo per definizione, se non genera non è politico, ma è un’istanza, un desiderio, un’utopia, finché non diventa reale è solo un pensiero. Certamente l’atto politico è essere in tanti, essere pagati tutti allo stesso modo, è preoccuparsi, vista la situazione attuale, di far lavorare più persone possibile che appartengono a questo gruppo e, contemporaneamente all’atto politico, è tentare di migliorare la qualità di ciò che si fa, di guardare i propri limiti. Lo spettacolo in sé non ha alcun messaggio politico, se non per come è fatto. Noi attori facciamo politica nel momento in cui mettiamo l’accento su una cosa piuttosto che su un’altra, diciamo come vediamo la nostra vita. Il nostro mestiere può avere un valore politico: aver dimostrato che un gruppo di persone si è autoregolato, che ha avuto l’appoggio di persone che hanno colto il progetto che c’era dietro, essere riusciti a farlo e avere incontrato il gusto del pubblico, aver riempito i teatri è per noi un grandissimo successo, ma è solo il primo passo di un progetto che è molto più ampio di così. Noi siamo quaranta, in Servo per due lavoriamo “solo” in ventidue più quattro musicisti. La cosa più bella è aver incontrato, con uno spettacolo apparentemente semplice, il gusto del pubblico, aver intercettato qualcosa che faccia parte del nostro desiderio di spettatori e aver capito che era il momento adatto di fare un certo tipo di spettacolo.

Sul vostro sito si legge che il gruppo nasce per combattere la precarietà che si vive nel mondo dello spettacolo, come valuti i risultati?

(Sassanelli) Ci siamo dati una scadenza di cinque anni e siamo al primo anno. Ad ottobre siamo andati in scena con la nostra prima proposta teatrale di Compagnia di Repertorio (REP), al Teatro Spazio Uno, che presentava quaranta attori in ventinove spettacoli in due mesi. In piccolo abbiamo fatto quello che fanno i grandi teatri europei e che nessuno fa in Italia. Probabilmente dopo Servo per due torneremo allo Spazio Uno per continuare a proporre e sperimentare.

(Favino) Un attore sceglie di essere precario e in questa scelta c’è una responsabilità oggettiva nei confronti del proprio percorso lavorativo, questo non vuol dire che non ci debbano essere ammortizzatori sociali o un riconoscimento di un certo tipo. Lo dico per una responsabilità politica di chi fa l’attore, egli sceglie di essere precario, deve sapere che quello che può garantire una stabilità è il proprio mestiere e la propria abilità, altrimenti si dà ragione a chi dice che siamo un gruppo di parassiti delle casse statali.

Questi spettacoli sono autoprodotti?

(Sassanelli) Sì, anche se tutti coloro che vogliono sostenerci sono i benvenuti. Noi siamo riusciti a fare questa cosa perché abbiamo proposto la nostra idea alla BNL, che l’ha apprezzata molto e ci ha dato un finanziamento. Poi, il successo ottenuto ha coperto grossa parte delle spese e siamo riusciti a conservare una parte di quel fondo.

Sei contro il teatro pubblico?

(Favino) No, sono per far stare bene gli spettatori che vengono a teatro. Chi oggi paga un biglietto, chi è un abbonato, deve vedere un teatro che parla a lui, alla sua realtà quotidiana. Non parliamo di populismo, attenzione, non si deve ridere e basta o fare cose digestive, ma il livello di professionalità con la quale si propone un progetto deve tenere sempre in conto del pubblico, soprattutto oggi. Sono successe tante cose negli ultimi anni e quindi i pubblico è cambiato e sta cambiando, bisogna intuire chi sia il pubblico in termini specifici, che facce hanno…

Commenti
2 Commenti a “Quando il teatro diventa una politica”
  1. zil scrive:

    Interessantissimo e attualissimo dossier sul potere nel numero nuovo di Focus, attualmente in edicola… lo consiglio!

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