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Aspetta primavera, Korine

Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

Con un mirabile piano sequenza circolare in camera car, assistiamo così dall’auto e dalle vetrine del fast-food all’altrettanto impeccabile rapina. Due delle ragazze, passamontagna in testa e armi in mano, entrano, urlano, sbattono le armi sui tavoli, mettono paura, ottengono tutti i soldi che chiedono, escono, vanno via. E del film è solo l’inizio.

Nel cast anche James Franco, al suo meglio (e quasi irriconoscibile) nel ruolo di Alien, rapper e gangster che a un certo punto della storia fa uscire le ragazze di galera e le fa entrare nel suo mondo. Un mondo che estremizza ulteriormente tutti gli eccessi dello spring break e lo trasforma in qualcosa di più universale, di condiviso, a Miami come a Napoli. Di Korine Franco dice: “Uno dei pochi registi americani che spinge al limite stile e contenuti”.

E “spingere” è una delle parole più ricorrenti nei discorsi di Harmony Korine, che in circa venti minuti di conversazione mi spiega antefatti, making of del film e poetica. Ripete “spingere”, e poi “selvaggio” e “sfrenato” ed “esplosione”. E così via, ricreando dal solo vocabolario una sua idea di cinema che sta prevalentemente nel tendere al massimo estetica, narrazione o percezione della realtà che sia.

Acclamato dalla critica già dalla sua prima sceneggiatura (Kids di Larry Clark, scritto quando aveva ventun anni) e dalla sua prima regia (Gummo, due anni dopo). Apprezzato da registi come Gus Van Sant, Bernardo Bertolucci e Werner Herzog (che ha interpretato due dei suoi film, Julien Donkey-Boy e Mister Lonely), Harmony Korine, quarant’anni appena compiuti, non è più il regista ragazzino capace di raccontare con schiettezza, irriverenza e assoluto talento la propria generazione e il proprio mondo. Adulto racconta la realtà attraverso mondi metaforici e non per questo meno reali. Usa la realtà per spiegare la realtà. Prende distanza dal cinéma vérité cercando strade più impervie ma più efficaci nel descrivere lo stato delle cose. Perché, dice, “per raccontare la realtà devi allontanarti dalla realtà. Devi girarle intorno”.

E mi spiega come tutto quello che ha di un film prima di girarlo è un’idea. “Lo spring break per esempio mi interessava come fenomeno già da un po’. Ritagliavo foto e le raccoglievo. Foto scattate in Florida, foto di ragazzi e ragazze che in quei pochi giorni di vacanza danno di matto, fanno cose strane, fanno sesso sulla spiaggia, esagerano con droghe e alcool e tutto, vivono il divertimento in modo selvaggio ed esasperato. Di lì m’è venuta l’idea che avrei potuto usare lo spring break come metafora per raccontare qualcos’altro. Sono partito da un’immagine di un gruppo di ragazze in spiaggia in bikini che si diverte e ho iniziato a lavorare d’immaginazione costruendoci sopra una storia”.

Quanto conta l’improvvisazione nel suo cinema?

È importante ma non improvviso mai del tutto. Quando giro una sequenza quello che cerco di fare è mettere in circolo energia tra gli attori, in modo che diventino loro stessi sfrenati e selvaggi. In Spring Breakers la sceneggiatura era minima ma esisteva, così come esistevano i dialoghi. Ho solo spinto agli estremi la mia regia e l’interpretazione che ne hanno fatto gli attori.

Quanto contano gli attori per la riuscita di un film?

Direi che gli attori sono tutto, sono essenziali. E sceglierli bene fa parte del mestiere. C’ho messo un po’ a mettere insieme quel cast lì, e alla fine ha funzionato perfettamente.

Per ambientare il film ha preferito la piccola St. Petersburg, Florida, a Miami. Perché?

Miami mi sembrava troppo grande. E mi piaceva l’aspetto che aveva St. Petersburg di notte, deserta, più provincia americana, un luogo come un altro, non necessariamente e solo Miami, Florida.

Spring Breakers usa molta più finzione degli altri suoi film, per certi versi anche più sperimentale, eppure racconta forse in modo anche più autentico la realtà. 

Parlerei più di iperrealismo. È sempre il mondo reale quello che racconto e che si vede nel film, è solo esasperato, è ancora una volta selvaggio, sfrenato. E sì, sicuramente questo è il più sperimentale dei miei film, in cui ho cercato di ottenere un crescendo di trascendenza, una tensione al limite, per poi far sparire tutto.

Ha iniziato come regista a ventun anni. Ora che ne ha quaranta ha lavorato con un cast di ventenni. Com’è stare dall’altra parte? Essere l’adulto della situazione?

È stranissimo. Sono sempre convinto di avere ventun anni. E non credo di avere cambiato il mio modo di fare cinema. Scrivo le sceneggiatura di gran corsa, e giro immediatamente e in poco tempo. Non credo di essere cambiato molto.

Chi guarda i suoi film tende a guardare più l’arte della realtà. La sua sperimentazione però sembra più una ricerca della realtà che un’esplorazione artistica. A lei cosa sta più a cuore quando gira i suoi film?

Difficile rispondere. Arte e realtà sono due cose collegate. La poesia è più importante del cinéma-vérité. C’è qualcosa che va al di là della realtà e che è legato al sentimento. Ed è quella cosa lì che cerchi facendo cinema. Cerchi una magia. E lo stesso vale per il tuo pubblico. Il pubblico vive nella realtà, conosce la realtà, ha a che farci tutti i giorni. Quando va al cinema vuole vedere un’altra cosa. Vuole vedere qualcosa di più profondo, che va al di là, che sia più trascendente, che appartenga alla dimensione dei sogni.

Però il cinema onirico di Fellini non le piace…

No, non è che non mi piaccia Fellini. Preferisco altri. C’è Pasolini, o anche Rossellini, o Visconti prima di Fellini. Ma non vuol dire che Fellini non sia un gran regista.

Fellini si muoveva tra sogno e realtà, lei sembra ruotare sempre e comunque intorno alla realtà.

Credo si tratti più di un andare e tornare dalla realtà. Di prendere cose diversissime tra loro e però reali, e mescolarle, e metterle in un contesto che non è il loro ma è reale, e a quel punto aspettare l’esplosione.

Una delle scene più belle di Spring Breakers è il lungo piano sequenza circolare della rapina a inizio film. Quello lo aveva già scritto in partenza?

Non ne sono sicuro. C’era nella prima sceneggiatura, ma non credo fosse scritto come un unico piano sequenza circolare. Quantomeno non l’avevo pensato così lungo.

Poi, alla fine, come in un film di Tarantino o di Bertolucci, lei salva le ragazze. Lo sapeva dall’inizio che sarebbe finita così?

Un finale così dava più senso al tutto. È sì un lieto fine ma appartiene comunque alla dimensione dei sogni, non hai nessuna certezza che quello che vedi stia accadendo realmente. Del resto i personaggi di un film esistono in quella dimensione lì, ed esistono al di là del bene o del male. Quello che ho cercato di fare è stato trattarli così, al di là del bene e del male.

E non giudicare.

Sì, non giudicare.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
8 Commenti a “Aspetta primavera, Korine”
  1. luigi scrive:

    james franco in questa foto assomiglia al Falco del video der kommissar

  2. Questo film è stata una delle più grosse delusioni degli ultimi anni. Banale, vuoto, fuori fuoco e per nulla credibile (soprattutto il finale)… un frullato di trasgressione come se ne vede a pacchi nei film e senza capo né coda. In parecchi punti del film si sfiora il ridicolo e non intenzionalmente. Verrebbe da pensare che l’unico obiettivo era vendere qualche biglietto contando sia sulla pruderie di un pezzo di pubblico (sesso, droga e rock’n’roll, pardon, gangsta rap) che sul misunderstanding di chi pensava di andare a vedere un film almeno in parte d’autore. La sceneggiatura è forse la delusione maggiore: tanto per dirne una ogni frase viene ripetuta più o meno cinque volte. Effetto onirico? Mah… se si asciugava un po’ veniva fuori un corto da 20 minuti che era la dimensione più adatta per un lavoro che ambisce più ad essere un clippone musicale che un film.

    L’intervista di Lo Porto è bella, ma fa sembrare tutto molto più articolato di quanto non sia. Leggendo le parole di Korine e vedendo il film si stenta davvero a credere che l’oggetto di cui si parla sia lo stesso.

  3. tiziana lo porto scrive:

    eh ma il film che ho visto è quello che racconto
    nel senso che non ho esagerato nulla scrivendo, così l’ho visto io, questo è quel che penso del film
    l’ho anche rivisto una seconda volta la settimana scorsa e confermo ogni cosa
    ma questa è una cosa ricorrente: guardare lo stesso film e pensarla diversamente
    e non è una brutta cosa

  4. Ugnello scrive:

    Suvvia, Tiziana questo film è una vera cagata: ci parli di piano sequenza manco fosse un film di Von Trier o qualche pellicola “rivoluzionaria” di Sokurov.
    Pane al pane vino al vino, l’amico Graziani quà sopra ha colto nel segno; l’intervista è pompata all’inverosimile, si vuole fare chiacchera gratuitamente.
    Non si può presentare una registrazione filmica dai contenuti più scontati e dal significato nullo come questa come una dimostrazione di cinema “iperrealista” o chissà quale altra castroneria.
    Tecnicamente è ininfluente, stilisticamente ed esteticamente nemmeno a parlarne, tematicamente a me ricorda nelle intenzioni qualche brutta copia dei Topos di Tarantino ma gravati da una semplicioneria che li accosta anche a quei filmetti per adolescenti arrapati: Coca-cola, foruncoli indigesti, parolacce, rutti, bla bla sul sex, guarda come la nuova generazione dei consumi americana si diverte’s Style… Ad Maiora!

  5. No, anzi, non penso affatto che sia una brutta cosa avere opinioni diverse. Viva la pluralità. Però penso che sia utile di questi tempi tentare una precisione più che fluttuare nel relativismo. Nel senso che non basta evocare Pasolini perché un film sia pasoliniano (è un esempio, non penso – o spero – fosse questa l’intenzione di Korine). Occorre cercare una rispondenza tra quel che si dice e quel che si fa. L’unica rispondenza che vedo è quella dell’ultima risposta dell’intervista: non giudicare. Niente di nuovo, a dire il vero. E’ un po’ il dito dietro cui ci si nasconde, ormai da anni, quando l’arte affonda nel “torbido”. Io non giudico: descrivo. Beh, la descrizione non è mai neutra. Il linguaggio non è mai neutro. E la trasgressione di cui è impregnata questa pellicola, oltre ad essere diventata un cliché (e sempre più anche una categoria merceologica), pone un problema spinoso: dov’è il racconto, o l’analisi, e dov’è invece il compiacimento e la seduzione dello spettatore? E’ un distinguo che bisogna fare per capire dove si colloca un’opera, perché tra compiacimento e non giudizio c’è un abisso e non è affatto neutro. E “Spring Breakers” non si colloca davvero sul versante “houellebecquiano” della questione, piuttosto sprofonda e in modo grottesco verso il “genere” (gangster movie? drugs movie? un misto dei due? fate voi).
    Oh, niente contro il genere in sé, ci mancherebbe. C’è chi se ne serve per fare grandi operazioni (Tarantino? così citiamo uno che abbonda in ammazzamenti e non mi becco un’accusa di bacchettonismo). Secondo me non è questo il caso – e qui legittimamente le opinioni possono divergere. Ma sugli ambiti un tentativo di chiarezza, di precisione, se fosse tentato farebbe bene a tutti. Korine ha fatto un frullatone che parla di fica, droga, pistole e Britney Spears? E vivaddio. Ma di prodigioso, questo film, non ha proprio nulla.

  6. Emanuele scrive:

    Scrivo questo commento a confermare che si vedono sempre cose diverse. Di questo film certo si può parlare male, a me non è piaciuto e l’ora e mezza di colonna sonora di Skrillex l’ho ritenuta un sadismo da parte del regista. Però un conto è parlarne male e un conto è giudicarlo una semplice cagata. Questo film certo può non piacere ma non mi sembra affatto un semplice frullatone, o comunque non è un film della semplicità di cui state parlando, io ci ho visto altro. Ci ho visto un film dove la costruzione estetica alla ricerca di uno stato onirico – come ha messo in evidenza la bella intervista di Lo Porto – serve a veicolare contenuti e tematiche complesse. Non a caso Korine parlava di trascendenza, a un certo punto. Quando il realismo trascende sé stesso i piani di realtà tendono un po’ a sovrapporsi e l’intenzionalità del soggetto rispetto ad essi si fa più confusa. Finzione/Onirico/Realtà sono tutti piani che si vanno a sovrappore tanto nell’agire delle eroine (“fai conto che è un videogioco”) quanto nello spettatore – che nell’orgia di colori saturi e musica dubstep fatica a verificare lo statuto veridittivo di quello che vede (” È sì un lieto fine ma appartiene comunque alla dimensione dei sogni, non hai nessuna certezza che quello che vedi stia accadendo realmente”). Il problema di questo film non è tanto la vacuità di cui parlate, quanto che è fatto piuttosto male. Mi riferisco soprattutto alla sceneggiatura, fatta di personaggi inconsistenti ed elementi buttati lì.

  7. Alessandro scrive:

    Molto bella questa intervista, i miei complimenti all’autrice.
    Per quanto riguarda il film, per me bellissimo: un’estetica dominata da colori fluorescenti, rallenty mozzafiato e da una bellissima fotografia.
    Peccato per la traduzione italiana del titolo: l’aggiunta di “Una vacanza da sballo” può solo generare accostamenti inappropriati con i cinepanettoni che dominano il mercato in Italia. Non so se a monte della decisione di titolarlo così ci sia un goffo tentativo di marketing (“così vengono a vederlo anche i ragazzini”), però resta il dubbio che chi ha optato per quest’aggiunta non abbia capito nulla del film.

  8. Nuclear*_*Sun1993 scrive:

    La regia del film non è male secondo me,iper-colori ovviamente finti e cultura pop all’eccesso,ma per quanto riguarda l’argomento trattato è vecchio quanto il mondo e cioè sesso,sballo ecc ecc.Ogni volta che c’è un passaggio generazionale,la generazione oramai adulta critica sempre quella attuale.Non c’è niente di nuovo,neppure la Dubstep che deriva dall’elettronica anni 90′.
    Per quanto riguarda un lieto fine,qui non c’è una fine,ma qualcosa che non si può capire se stà accadendo oppure no (come ha già stato scritto sopra).

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