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Intervista a Hugh Laurie

Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell’immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell’omonima serie: ma ora, a cinquant’anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L’altra sera abbiamo fatto un’ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.

Amo le persone entusiaste e questo sincero riassunto telefonico della sua condizione attuale fa di Hugh Laurie una persona con cui sono disposto a parlare seriamente. Non un’ottima idea considerato che – lo scoprirò alla fine – dal numero +44 che mi ha messo in contatto con New Orleans un PR della Warner in segreto ci ascolta.

Gli ottoni sono la cosa più bella del disco. Ho letto le tue note di copertina e volevo chiederti se ti sono venuti complessi a lavorare con musicisti così bravi. Ne scrivi con un tono molto umile. E poi il disco si chiama Let Them Talk, come a prevedere la reazione dei dubbiosi. Com’è stato lavorarci?

“È stato un onore incredibile. Molte volte mi sono guardato le mani, durante le registrazioni, mentre ero al pianoforte, e ho visto che tremavano per il solo fatto che ero in sala con quelle persone. Un giorno è arrivato Dr. John per cantare una canzone e non ci riuscivo a credere che stavo accompagnando al pianoforte un uomo la cui musica avevo ascoltato per tutta la vita: tutto ciò che so fare al pianoforte lo devo a Dr. John, ed eccomi là a suonare con lui”.

Quanto ci avete messo a registrare il disco?

“È stata una cosa fatta nei ritagli di tempo, perché ho dovuto supplicare la produzione di Dr. House per avere due ore qua due ore là a disposizione. Credo che in tutto abbiamo avuto nove giorni, e uno dei nove è stato tutto per la registrazione degli ottoni qui a New Orleans. Alain ha arrangiato i tre pezzi, poi è venuto e ha diretto gli ottoni in un giorno”.

Come l’hai convinto a partecipare?

“Per mia fortuna, Alain è amico di Joe Henry [il produttore del disco, NdR.] Avevamo parlato spesso di Alain, con Joe. E io l’avevo incontrato personalmente quando Joe stava facendo quel disco con lui ed Elvis Costello [The River in Reverse, del 2006, NdR]. Sono andato e ho ascoltato una loro session. È stato qualche anno fa. Lì conobbi sia Alain che Joe. Alain ovviamente lo veneravo da tempo come produttore, come compositore, musicista. L’altro giorno qualcuno l’ha definito il Dalai Lama della musica di New Orleans… Joa ha detto: sto pensando di chiedere ad Alain di fare gli ottoni, e io: Mio Dio sarebbe incredibile. Joe gli ha mandato le tracce e Alain ha detto che l’avrebbe fatto volentieri. L’ho presa come un gran segno di approvazione”.

Perché ovviamente poteva benissimo dirti di no.

“Assolutamente. Non credo che un uomo della statura di Alain si faccia problemi a dire no”.

Volevo esserne sicuro. Non so come funziona con i jazzisti. Senti, hai mai pensato cose come “Non dovrei stare qui a incidere un disco”?

“Oh sì, molte volte. Ne sono sempre stato consapevole: io sono il novellino, qui. Anche martedì sera al concerto mi guardavo intorno… C’erano sul palco Irma Thomas e Thom Jones e pare che l’ultima volta che si erano visti era stato nel 1966… a Manchester. E stavo facendo due conti tra me e me, be’, in due cantano da cento anni: hanno cominciato molto giovani entrambi, hanno un’esperienza pazzesca, ed eccomi qui con loro, ed è il mio primo concerto. Sì, quindi ne ero molto consapevole, ma era pure così emozionante… e mi sento onorato”.

Ora devo usare una parolaccia, spero tu non te la prenda: la parola è Vanity Project. [È il termine spregevole che si usa per i progetti non proprio necessari degli artisti famosi; es: Madonna che gira un film.] Stavo guardando i tuoi sketch comici in duo con Stephen Fry su youtube, e mi dicevo che in fondo i comici fanno parte di un mondo strutturato molto secondo il rispetto e la gerarchia, quindi forse assomiglia a quello dei jazzisti. Un comico giovane dev’essere sempre rispettoso dei comici più grandi ed esperti, perché far ridere è un’arte.

“Giusto”.

Forse tu sei riuscito a entrare nel mondo dei jazzisti perché sai come rispettare le persone brave. Dimmi che ne pensi.

“Non ho ben capito, intendi… Cosa c’entrano jazz e commedia?”

Questo non mi sembra un Vanity Project perché mi pare che tu hai molto rispetto, e sei uno che ha radici forti nell’arte e sa come funzionano le dinamiche fra gli artisti…

“Oh sì, e amo questa musica da quando sono ragazzo. Non conosco bene il termine Vanity Project e lo rifiuto. Se ho ben capito cosa intendi, Vanity Project è quando uno paga per il piacere di pubblicare un’opera senza tener conto dell’investimento altrui, solo per sé. Ma la Warner proverebbe orrore se intuisse che questo è un mio Vanity Project: loro sperano che la gente compri questo disco. Non lo fanno per compiacermi, per lusingare la mia vanità. Sono gente professionale, è un’impresa seria, non penso possano aver alcun interesse nei Vanity Project di chicchessia”.

Sono contento di avertelo chiesto, perché queste cose uno non sa mai come funzionano davvero, e volevo che tu lo raccontassi esplicitamente. Piuttosto che lasciare la cosa al lettore che fra sé dice: vabbè, ma perché questo attore ha fatto un disco jazz…? e magari il lettore non conosce la tua storia, la carriera che hai avuto, il fatto che sei una specie di figura rinascimentale, hai fatto tante cose.

“No, certo, assolutamente. Voglio solo dire: questa musica è molto più vicina a ciò che sono, a ciò che provo, alla mia visione del mondo, che ogni parte che ho recitato in vita mia. Mi è molto più intima. Certo accetto anche l’idea che la mia posizione sia fortunata, perché la fama che ho mi apre delle opportunità in altri campi. È vero. Ciononostante, questo progetto è molto più vicino alla mia vera identità e a ciò in cui credo di qualunque altra cosa abbia mai fatto”.

Senti, ora devo farti una domanda da parte di un mio amico scrittore tuo grande ammiratore. Quando gli ho detto due ore fa che dovevo intervistarti per telefono gli tremava la voce per l’emozione. Il mio amico insegna storia e filosofia al liceo e dice che prova a utilizzare il metodo induttivo del Dr House con i suoi studenti per insegnar loro a ragionare. Allora vuole farti questa domanda: credi che il tuo lavoro, per via della popolarità del tuo personaggio, abbia un valore pedagogico? Credi che la gente riceva qualcosa a livello profondo? 

“Direi di sì. Lo spero. Credo che la serie sia divertente ma spero abbia, sotto, un intento serio: enfatizzare il valore della verità rispetto a ogni altra considerazione. La verità rispetto al bisogno di piacere agli altri. La verità rispetto all’obbedienza. La verità rispetto alle buone maniere. La verità rispetto a tante altre cose. La verità scientifica e la verità morale vanno messe al di sopra di ogni altra cosa, e credo che uno scopo del genere sia nobile. Il personaggio di House per molti versi è discutibile, ma credo ci sia qualcosa di nobile in lui per la sua ricerca continua della verità, e per la sua impazienza verso ogni ostacolo che si frappone fra lui e la verità, e che lui vuole solo levare di mezzo. E perciò paga. La verità ha un costo, e ciò rende nobile House: senza quel costo non c’è nobiltà. È un costo misurabile nella sua solitudine, nei suoi tormenti e il suo isolamento. È un prezzo molto alto, ma fa della sua ricerca della verità una ricerca nobile. È una buona lezione”.

Grazie per avermi dato una risposta seria. Stavo pensando (ma forse non è una vera domanda): non ho potuto non notare che in rete si dà notizia di certi tuoi problemi psichici. [Wikipedia Inglese: “Laurie ha sofferto di depressione clinica e a tutt’oggi è in cura da uno psicoterapeuta”. Si aggiunge un aneddoto che dà prova dello humour di Laurie: negli anni novanta, partecipando a un demolition derby di beneficienza, una di quelle gare in cui si sfasciano le macchine, si rese conto che “guidare in mezzo a scontri esplosivi [di automobili] non gli provocava né eccitazione né spavento”. “La noia”, commenta Laurie, “non è la reazione appropriata di fronte a delle macchine che esplodono”.] Siccome condivido alcuni aspetti del problema mi viene di dire che (è imbarazzante ma ne voglio parlare e non so se lo metterò nel pezzo)… la mia sensazione era che alla domanda seria del mio amico stava rispondendo una persona che sa cosa vuol dire stare male. Perché quando stai male con la mente, il problema del bene, di fare del bene, diventa una domanda molto seria: perché a volte vivere è veramente molto difficile, perciò questa domanda su cos’è fare il bene, cos’è dare al prossimo… ti ci trovi a pensare la notte quando hai i terrori notturni e non riesci a dormire, vuoi che almeno la vita abbia valore… e ora che ho detto questa cosa penso che non la metterò nel pezzo, ma…

“Credo invece che tu la debba mettere. Lo credo davvero. Tu no? Credo che ciò che hai detto sia illuminante, e potrebbe essere un gran sollievo… per… la gente che ha lo stesso problema. Non credi?”

Ok. [Segue mia descrizione maniacale su quanto è bello quando gli altri ti capiscono.] Vabbè, cambiamo argomento. Credi che tornerai mai a fare il comico a tempo pieno?

“Non so. Sono molto fortunato a fare la parte di House, perché sono due lavori in uno: House è un personaggio incerdibilmente divertente e spiritoso, ha un lato da pagliaccio, infantile; ma allo stesso tempo è un uomo vero, e ha uno scopo nella vita. Perciò con House mi pare di poter fare le due cose insieme: la commedia e il dramma. Alcune delle cose fatte in Dr House sono davvero divertenti, ho la sensazione di fare della buona commedia. Tornare alla commedia di sketch sarebbe tutt’altra cosa, ma ho la sensazione che gli sketch siano una faccenda da ragazzi: lo sketch è una cosa per giovani che prendono in giro gli adulti, è lo studente che fa la caricatura del professore. E quando ormai hai l’età del professore diventa più difficile. Io ho un’età per cui potrei essere un ministro di gabinetto, o un generale, un politico. Per cui è più difficile prendere in giro quella gente: perché io sono quella cosa, io sono di quella generazione”.

Fantastico. Hai presente quel detto: Commedia = Tragedia + Tempo? L’altro giorno stavo pensando che è falso: perché il passare del tempo è una tragedia di per sé, quindi com’è possibile che Tragedia + Tragedia = Commedia?

È vero”.

È un po’ quello che dicevi tu. Se all’età tua imiti i tuoi coetanei poi ti viene la tristezza…

E qui infine interviene la voce androgina di un PR britannico: “One last question?”

Ah, ma allora ci stavano spiando… No no grazie, abbiamo finito.

Poi ci salutiamo.

A quel punto Laurie chiede al PR della Warner: “Siamo rimasti noi due? Hanno riagganciato tutti?” Io però sto ancora registrando e non ho ancora agganciato il telefono e dunque posso ascoltare il seguente scambio:

House: “Be’, non ho dovuto dare delle vere e proprie risposte, perché stava più o meno…”

Warner: “Perché andava per conto suo”.

House: “Perché andava per conto suo. Ma comunque gli auguro buona fortuna, mi è parso una brava persona, spero solo che trovi un po’ di pace”.

Warner: “Senti, fammi un po’ vedere cosa dice il PR locale, poi ti faccio sapere”.

La cosa mi ha fatto molto vergognare. Ho agganciato. E adesso ho in mp3 un’ipotesi del dottor House sul mio stato psichico. È un onore o una condanna? Mi dispiace che House non potrà mai verificare col suo procedimento induttivo stile Sherlock Holmes se la sua ipotesi tiene. Ma poi: quanto cuore bisogna metterci nel trattare con i grandi personaggi del nostro tempo? Volete che vi prendiamo sul serio o che vi diciamo solo: “Ciaaaaaaaaao, allora, questo graaaaande diiiisco di jaaaaaaaazz, dicci tutto!”? Io con il dottor House voglio parlare di onestà intellettuale, di malattie fisiche e psichiche, voglio parlare della verità: e lui, e su questo mi impunto, è tenuto al segreto professionale: non deve confidarsi coi PR.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
Un commento a “Intervista a Hugh Laurie”
  1. Vagabond scrive:

    questo e’ un po’ vecchio come contenuto, ricordo di aver letto quest’intervista piu’ di un anno fa su RS. non tutte le cose sono sempreverdi.

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