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CiùCiù. Intervista impossibile con Giovanni Domenico Cassini

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Questo pezzo è apparso sull’ultimo numero di Linus, che ringraziamo.

di Edoardo Camurri*

Giovanni Domenico Cassini, visto oggi, è irriconoscibile. È più o meno grande come un minibus e non credo abbia molte cose da dire in un’intervista. Non si può neanche affermare che abbia conservato una forma fisica riconducibile a quella di un uomo; il tempo pare averlo trasformato in una specie di insettone di metallo, pieno di antenne, di parabole. Non ha un buon odore, è affaticato, e non solo perché ha trecentonovantadue anni, questo è il meno, ma a settembre ha deciso che si ammazzerà, togliendosi di mezzo una volta per tutte, trovando questa vita, sempre lontano da casa, diciamo con la testa tra le nuvole, ormai troppo faticosa e insensata. Forse il suo è l’odore della paura e d’altronde come non capirlo. Quanti animi forti, cristiani, hanno ancora voglia di dire di sì alla vita quando, dopo quasi quattro secoli, si ritrovano alti sette metri, larghi quattro, con in testa un’asta lunga tredici metri, vestiti di dodici chilometri di cavi elettrici? Le gambe che lo portarono dalla ligure Perinaldo a Parigi e poi a Bologna ora sono diventate inutilizzabili e Cassini si sposta, a dire il vero a grande velocità, grazie a sedici motori a idrazina e alle leggi di attrazione dei pianeti.

Cassini, mi dica, il fatto di muoversi così velocemente è l’unica ragione per la quale non è ancora riuscito a ammazzarsi?

Provi lei a ammazzarsi alla velocità in cui vado io, senza mani, lasciato solo nello spazio, a più di un miliardo di chilometri da casa. Per anni ho sperato che arrivasse un asteroide a colpirmi. Ma niente, il destino, le stelle, hanno voluto che non mi capitasse nulla. Ma ho fatto l’oroscopo, finalmente riuscirò a farla finita questo settembre, quando andrò a sbattere contro ciò che ho più amato e studiato, Saturno.

Non sia così melanconico. Se vuole cambiamo discorso.

È possibile cambiare il destino che i pianeti hanno scelto per noi? La risposta è no, quindi non possiamo cambiare discorso e io mi disintegrerò a settembre.

Guardi, che cosa vuole che ne sappia. Per me l’astrologia è una cretinata da parrucchiere. Però lei, Cassini, ci credeva.

Ci credo tuttora, mica sono cambiato da quel 1652, quando a Natale, avevo ventisette anni, transitò in Europa la cometa. E tutti noi ci prendemmo un grande spavento, in molti annunciarono la fine dei tempi, i più ottimisti spiegarono così un periodo di sciagure. Sono gli anni in cui la Francia, sconvolta da una crudele guerra civile, perse quasi tutte le conquiste di dodici campagne. Sono gli anni che videro il Regno di Napoli ribellarsi contro i propri sovrani, e i francesi combattere contro gli spagnoli nelle Fiandre, gli anni in cui Kmielniski, condottiero dei Cosacchi, si rivoltò contro la Polonia, coprendo questo regno di desolazione, dopo essersi alleato con i tartari. Il cielo ci mostra sempre segni da interpretare. Le cose non sono cambiate.

Perdoni, ma io la vedo molto cambiato.

Non si fermi alle apparenze. Avevo sì una bella parrucca, ma questo antennone non crede che sia uno sviluppo logico della moda barocca? cosa direbbero le sue parrucchiere astrologhe di oggi? Non vi troverebbero nulla di strano. Voi giornalisti generalizzate troppo e date troppo peso alle apparenze.

Scusi?

Se avessimo dato troppo peso alle apparenze, crede che Copernico avrebbe fatto la sua rivoluzione?

Guardi che lei non fu mai copernicano. Anzi non prese mai una posizione netta a favore né di Copernico né di Galilei.

Provi lei a essere copernicano, all’epoca di Galilei e di Giordano Bruno. Si rischiava la morte.

Meglio il rogo che finire come lei, perdoni la franchezza, in questo stato, con l’antennone, a quattrocento anni, con sta puzza che si sente fin qui.

Lei mi parla così solo perché mi trovo a 1,7 miliardi di chilometri da lei. Lei è un vigliacco. L’avessi sotto mano. Avessi le mani.

No, mi perdoni. Sono un maleducato. Lei ha ragione. Lei è partito per Saturno vent’anni fa e qui sono cambiate un po’ di cose.  Mi permetta di spiegarle: lei è uno scienziato. Appartenete a una casta in combutta con le industrie militari e farmaceutiche. Lei d’altronde si occupò anche di mettere il suo sapere al servizio dell’arte militare. L’editore mi ha detto…

(grande risata interplanetaria) Ogni epoca ha le inquisizioni che si merita. Lei mi fa pena. Lei, poi, che mi fa le pulci su Copernico. Pena. Mi fa pena. Se vuole saperla tutta, io non mi occupavo di questioni cosmologiche. A parte l’astrologia, ma era una moda dei tempi, mi interessavano cose più tecniche, misurabili, sperimentabili, anche organizzative, organizzavo il lavoro dei miei colleghi a Parigi, a Bologna. Mi piaceva anche la vita a palazzo, forse come a lei, ero un uomo curioso.

Lei scoprì quattro satelliti di Saturno. Quanto ha sofferto quando dopo di lei ne hanno scoperti altri cinquantotto?

Tanto i miei satelliti hanno i nomi più belli. Giapeto, Rea, Dione, Teti. Gli voglio molto bene. Sono i miei figli. Spero di non schiantarmi su nessuno di loro. Come padre della modernità scientifica, non sarebbe il massimo finirla così in tragedia greca.

Dovesse scegliere su chi schiantarsi, sulle braccia di quale figlio morirebbe?

Giapeto, a dire il vero, mi ha sempre dato da pensare. È tutto il suo nome, un titano che Zeus fece precipitare nel Tartaro. Dieci anni fa, quando mi sono avvicinato a lui, ho addirittura scoperto che si è fatto crescere una cresta lunga quasi tutto il suo equatore. Una delusione. Quell’animella non è mai stata in equilibrio idrostatico. Sarà colpa di questo.

Rea?

La più piccolina. Sempre in equilibrio idrostatico. Non potrei mai precipitare rovinosamente su di lei. Non me lo perdonerei.

Non mi ha detto niente degli anelli di Saturno.

Sono come dei parenti. Quando li vidi per la prima volta nel 1675 seppi che non me li sarei mai levati di torno. Infatti, eccoli qui, sempre davanti a me. Aspettano che io muoia.

La sento melanconico. È per via di Saturno?

È per via che sono vecchio e debole. Sulla Terra sono ancora lì che mi chiedono di lavorare, di mandare dati, di essere intervistato. Si fanno belli laggiù, fanno fior di carriere alle mie spalle, convegni, amori, si danno anche un tono. Ma io sono quassù da solo da vent’anni, gonfio di lamiera, assomiglio a un insetto ripugnante. Lo sente poi quanto puzzo?

Sta per morire, succede.

E sto perdendo tempo con lei.

Un’ultima domanda, ha mai incontrato degli extraterrestri?

Se mi vedessero in questo stato non mi riconoscerebbero come essere umano. Sarei io l’extraterrestre.

La smetta, la prego, con questo suo carattere saturnino. Mi dica qualcosa di solare, sia più mercuriale, più comunicativo, più aperto.

Non mi forzi il carattere.

Sta per finire la comunicazione che la Nasa ci ha concesso. Cassini, la prego.

CiùCiù! CiùCiù! CiùCiù!

Queste sono state le ultime parole di Cassini. Forse un’interferenza ha reso inascoltabile il messaggio che però sembrava un grido di gioia. Forse era uno scherzo, ma non ci credo, visto il temperamento. In ogni caso, settimane dopo questa intervista, la Nasa ha rilasciato un comunicato stampa che con l’editore abbiamo deciso di pubblicare: «Giovanni Battista Cassini non smette di stupirci. Prima di disintegrarsi nello spazio sulla superficie di Giapeto, la sonda ha fatto in tempo a scoprire il sessantatreesimo satellite di Saturno. Su indicazione del presidente Trump, lo abbiamo chiamato CiùCiù, qualunque cosa voglia dire. Ma all’insensatezza, in questi tempi, ci stiamo abituando». 

*Edoardo Camurri è un giornalista e conduttore radiotelevisivo.

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