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Preferisco così. Un’intervista inedita a Gianmaria Testa

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Pubblichiamo una video intervista inedita a Gianmaria Testa, preceduta da un ricordo di Daniele di Gennaro. Le foto sono di Max Zarri.

di Daniele di Gennaro, editore di minimum fax

“Questa è una grande persona”.
3 luglio 21013: è il pensiero affiorato più volte durante quell’ora passata con lui.
Per me, è un’intervista con una persona mai incontrata prima.
Negli spazi delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, Gianmaria Testa prima del suo concerto si concede al dialogo e alle camere da presa.

Lo fa con il garbo e il contenuto pudore che pochi grandissimi hanno fra quelli che hanno incontrato il consenso del pubblico.
Fra le lame di luce che filtrano nel cuore di uno straordinario spazio di ricupero industriale, questo modo di condividere i propri pensieri e la propria conoscenza cade in una sorta di format, Le Grandi Riparazioni, dove chi fa le domande sparisce, per dare la totalità dello spazio alla forza delle affermazioni.

Per chi vive di parole e musica il loro ascolto è imprescindibile: questo estratto racchiude le altre parole, quelle che lasciano un segno oltre l’opera che Gianmaria si limita a definire di “comunicazione”, per il grande rispetto che ha per chi con l’arte i linguaggi li trasforma.

Io dopo le prime risposte ho avuto subito e a mia volta un grande rispetto per questo modo di stare al mondo, e di condividere sé stessi.

Si possono dire cose importanti senza che siano assemblate con concetti asettici, agganciati ad altri concetti sganciati dalla vita. Fuori dall’archivismo intellettuale della parola di moda e dello show off di complessità spesso insulse e fini a sé stesse, da questo video si capisce che si possono dire cose importanti perché semplicemente legate all’esperienza, ai sentimenti, e al pensiero che questi generano.

Gianmaria Testa ha attraversato le culture. Quella contadina. Quella operaia. Quella artistica.
Restituisce quello che ha visto, ascoltato e pensato con una energica voglia di verità.

Alla fine dell’intervista lui si diresse verso il palco per il sound check quasi sollevato dalla troppa attenzione del set.
Avevamo tutti voglia di ringraziarlo ancora in un modo speciale, mentre smontavamo le attrezzature con la sensazione di non averlo fatto abbastanza.
Il video del concerto, con il palco addosso ai muri delle officine, finì nella summa Men at work.

Quindi e infine.

Un grazie al segretario generale della Fondazione CRT Massimo Lapucci, per aver concesso l’utilizzo di questo breve stralcio su un blog di libero pensiero, e per lo sforzo fatto per dare vita, cultura e bellezza a spazi abbandonati.

E grazie anche a chi era con me a raccogliere questa testimonianza di Gianmaria nella quale ogni parola esprime un movente sincero, quindi potente.
Questo è un omaggio a lui, e un abbraccio a chi ne sentirà addosso e a lungo la presenza.

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Imparare

«Quand’ero ragazzino mio padre affittava una cascina da certi signori di Torino. All’ultimo piano c’era una stanza, che a me sembrava enorme, tutta adibita a biblioteca. Prendevo dei libri a caso e mi capitava di tutto. Credo che il  primo romanzo breve di Fenoglio che ho letto fosse «La paga del sabato…» no, «La malora». Mi è sembrato di sentire e di vedere un mondo che io conoscevo bene, e mi sembrava quasi impudico che qualcuno si fosse permesso di scrivere di quel mondo lì. Fenoglio è stato capace di trasformare il particolare in universale. Non voglio dire che io ci riesca, ma sicuramente mi è rimasta questa suggestione».

«Credo che la semplicità (non il semplicismo) sia una cosa che avvicina le persone. Il lavoro di sottrazione che cerco di fare è quello per tendere a quel tipo di semplicità che renda comprensibili le cose anche a me. Giacometti è uno che mi ha molto impressionato per la sua capacità di sottrazione. Una piccola statua stilizzata di Giacometti mi dà molte più emozioni di un gigantesco Rodin, per esempio. Non saprei dire perché, ma mi pare che ci sia quel tipo di umanità che mi corrisponde».

«Credo che la cosiddetta originalità sia sicuramente un valore, ma quando esprime qualcosa. L’originalità fine a se stessa è un problema del mercato: bisogna che tu sia originale in modo che tu sia riconoscibile e quindi anche vendibile. Ecco, a me tutto questo non importa. Se invece sei Andy Warhol (o Miles Davis) e quindi inventi tu una cosa nuova allora sei un originale che ha delle cose da dire. Ma lì stiamo parlando di arte. Per me non l’ho mai scomodata, mi limito a rimanere nell’ambito della comunicazione. Alternativa, certo, ma in questo ambito».

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«Avrei voluto confrontarmi ovviamente con delle persone. Per esempio mi sarebbe piaciuto molto incontrare Van Gogh. Perché guardando «I girasoli» ho capito che senza la mediazione di Van Gogh quei girasoli, che erano anche i miei girasoli, non li avrei mai visti. Anche se erano dentro di me. Questa è l’arte, la capacità di farti vedere una cosa che ti sarebbe totalmente sconosciuta se non ci fosse quel tramite».

«Perché sali su un palcoscenico, perché scrivi? Penso a quello che ha detto una volta Erri De Luca, in un contesto completamente diverso da questo. Durante la guerra in Bosnia un suo amico poeta – Izet Sarajlić – a chi gli offriva la possibilità di andarsene, di andare in università straniere, di liberarsi dal peso del bombardamento della Bosnia, rispondeva ‘secondo me il ruolo di un poeta è quello di stare’. Ritengo che in certi momenti complicati, la semplice scelta di stare, e continuare a fare al meglio possibile quello che stai facendo, sia una forma di militanza, detto fra virgolette».

Trasmettere

«Scrivo canzoni da quando ho più o meno tredici anni. Ora so che quando licenzio una cosa, quando la metto insomma nero su bianco, questa canzone molto probabilmente verrà pubblicata, o comunque verrà ascoltata da qualcuno. Questo ha avuto come effetto una maggiore assunzione di responsabilità, e l’ho risolto in un modo molto semplice, senza nessun tic. Avendo dei figli, licenzio quelle canzoni che spero non li feriranno, con le quali loro potranno convivere. Questa è diventata una specie di asticella che non riguarda solo le canzoni, ma anche un parametro etico del vivere».

Scrivere

«Ho un mio metodo che è semplice, ed è questo: quando c’è un’emozione che so si trasformerà in canzone, prendo la chitarra e canto questa canzone. Dopodiché però la lascio lì, non la scrivo da nessuna parte, non registro, non ho un dittafono, niente. La lascio stare e ogni giorno questa canzone bussa. E poi questo bussare va scemando, lascio passare del tempo, ma anche diversi mesi. Quando non bussa più, riprendo la chitarra in mano e provo a ricordarmi di quella canzone. Qualche volte l’ho dimenticata, e mi dico che non ne valeva la pena. Qualche volta, abbastanza raramente, quella canzone mi riporta all’emozione che l’aveva generata. Allora, a quel punto comincia il lavoro del togliere, generalmente».

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Rallentare

«Io, essendo un uomo del Novecento, non partecipo – e non la capisco nemmeno – a questa enorme giostra dei social network, ma anche della rete, in definitiva. C’è una sorta di accelerazione, costante e continua, che mi fa pensare che noi abbiamo un grande – un grandissimo – bisogno di filosofia. Il Novecento è stato il secolo breve proprio per la sua straordinaria accelerazione. Siamo arrivati a un punto in cui la tecnologia ha sopravanzato la nostra possibilità di meditare su quello che abbiamo come possibilità materiali».

Riparare

«Le officine grandi riparazioni per me sono la ferrovia. Perché io sono entrato nel 1982, ancora funzionavano, e questo era l’ospedale delle locomotive. È un posto che sarebbe teoricamente brutto per lavorarci, ma diventa bello se lo usi come spazio… Forse questo è un modo per riparare. La riparazione inevitabilmente comprende il rispetto. Rispettare questo luogo e farci dell’arte. Perché qui c’è gente che ha fatto delle lotte ferocissime, che s’è fatta un mazzo tanto».

Lavorare

«La cultura operaia in questo paese ha fatto spesso paura. Ha fatto paura perché mentre spesso i contadini sono sparpagliati, gli operai si trovano insieme, quindi fanno molta più paura. Come si poteva risolvere questa faccenda? Si poteva risolvere con la paura. E qual è la paura maggiore? La precarietà. Che è molto più efficace dei manganelli della celere. Se io non so se darò da mangiare ai miei figli, è molto difficile riuscire a pensare ad altro. Questa è stata una vittoria, da parte di quello che adesso viene definito il neocapitalismo. E ci sono tante considerazioni possibili, naturalmente. Ma com’è pensabile fare l’Europa senza immaginare uno Statuto dei lavoratori europeo? È ovvio che la Fiat va nelle fabbriche italiane, fa un refererendum e chiede “volete che aumentiamo i tempi di lavoro, fate gli straordinari ma pagati di meno… oppure volete che mi sposto in Polonia?” C’è una quantità di storture fatte sulla cultura operaia.

«Per noi, in ferrovia, è stato evidente quando – non ricordo che anno fosse, credo il ’97 o il ’98 – è arrivato un “foglio disposizioni”, cioè una di quelle cose che tu devi leggere e poi applicare in cui si comunicava a quelli che fanno gli annunci nelle stazioni che invece di dire “si avvisano i signori viaggiatori che il treno x viaggia con un certo numero di minuti di ritardo” dovevamo dire “si avverte la spettabile clientela”. In quel momento moriva l’idea di servizio e veniva fuori l’idea di mercato. Ci sono stati molti trucchi per rimodulare quella che poteva essere rischiosamente una cultura operaia. Che però ha prodotto e produce delle idee, soltanto che è la più ricattata. Perché credo sia quella che continua a fare più paura».

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Commenti
3 Commenti a “Preferisco così. Un’intervista inedita a Gianmaria Testa”
  1. silvana scrive:

    Beh, che dire? Già questa è musica… semplice musica.
    Grazie.
    silvana possenti

  2. lisbonne odile scrive:

    Grazie mille per darmi la possibilità di ascoltare questa intervista e udire la sua voce tanta amata dire i suoi pensieri.

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Leggi commenti...
  1. […] oltre a mancarmi come cantautore mi mancherà come punto di riferimento. L’intervista potete leggerla qui o ascoltarla di […]



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