Paolo Bacigalupi è l’erede di William Gibson? Un’intervista di Alberto Sebastiani

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Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Il “Time Magazine” lo considera l’erede di William Gibson, ed è una responsabilità non da poco per Paolo Bacigalupi. Nome italiano, nazionalità statunitense, passione per la scrittura e sguardo rivolto altrove, in altri mondi, quelli della fantascienza e del fantasy, sempre però in dialogo col nostro tempo e i suoi problemi. Bacigalupi ha già scritto diversi libri per adulti e ragazzi, ha vinto i premi letterari Hugo e Nebula, ma arriva solo ora al pubblico italiano con La ragazza meccanica (The Windup Girl), tradotto per l’editore Multiplayer.it. È una storia avvincente, ambientata nel futuro a Bangkok, dopo il crack energetico che ha reso quasi impossibili spostamenti e comunicazioni, isolato Stati, reso inabitabili vaste aree, causato migrazioni e guerre selvagge, religiose e per il controllo del cibo, in un ecosistema profondamente mutato anche a causa dell’inquinamento, dello sfruttamento intensivo della terra, della creazione di organismi geneticamente modificati, ma soprattutto a causa della insaziabile sete di profitto di multinazionali senza scrupolo. Bacigalupi però non scrive un romanzo di denuncia. Tutto questo è avvenuto, è storia. Il problema è ora che Anderson Lake, figura ambigua legata a una multinazionale, scopre al mercato di Bangkok un frutto che non dovrebbe esistere e incontra un essere illegale, cioè una ragazza meccanica, una cyborg giapponese, che doveva essere stata espulsa molto tempo prima dalla Thailandia. Se ne innamora, e si trova al centro di un intrigo e un colpo di stato che travolge Bangkok, e non solo. Ponendo una domanda che ci riguarda da vicino: che futuro rischiamo?

Bacigalupi, partiamo da lei: com’è essere definito l’erede di Gibson?

Be’, per fortuna Gibson è ancora vivo e scrive meravigliosi libri, così non devo ereditare niente! A parte gli scherzi, adoro la sua scrittura e sono davvero onorato se qualche mio lavoro viene considerato al suo livello. Amo da sempre la fantascienza e lui è senz’altro uno dei miei modelli. Diciamo che è tra gli autori che mi hanno maggiormente influenzato, assieme a Ursula LeGuin e Neal Stephenson. A loro ne affianco altri, anche se non proprio legati al genere in senso tradizionale, come James Ballard, James Clavell e Cormac McCarthy. Ma sono autori che ho scoperto quando già volevo diventare uno scrittore. Prima c’erano le tante letture science-fiction e fantasy che facevo da bambino, grazie a mio padre che era un grande lettore dei due generi, e mi passava i libri di Asimov, Robert Heinlein, Frederick Pohl, Larry Niven, Anne McCaffrey, Jerry Pournelle e così via.

La ragazza meccanica è il suo primo romanzo tradotto in Italia, paese d’origine della sua famiglia. Ha ancora legami col nostro paese?

No, sfortunatamente. La mia famiglia ha perso i suoi legami con l’Italia cinque generazioni fa, così anche se il mio nome è italiano, io sono del tutto americano. E devo essere sincero, anche riguardo alla letteratura fantasy o fantascientifica italiana non sono ferratissimo. Ho però familiarità con scrittori come Umberto Eco, e proprio in questo periodo sto leggendo un libro di Matteo Strukul, una sorta di storia criminale pulp, molto divertente. Sinceramente amo molto questo genere di storie poliziesche, specie con i partner asimmetrici con un personaggio che è più che altro una sfacciata mina vagante e l’altro una figura dura e seria. Un po’ come Jaidee e Kanya, due dei personaggi principali del mio romanzo.

Veniamo appunto a La ragazza meccanica. Come nasce?

Anni fa stavo viaggiando nel sudest asiatico durante la stagione calda, e devo dire che lo era brutalmente: sono stato a Hong Kong, attraversato la Cina, sceso attraverso il Laos e arrivato in Thailandia. Al tempo, l’epidemia della Sars era già esplosa, e c’era molta preoccupazione che cominciasse una disastrosa pandemia. Durante il viaggio mi sono spuntate eruzioni cutanee e una serie di vesciche sul corpo perché sudavo molto, e man mano che la temperatura aumentava entravo sempre più in un delirio. Pensavo che qualcosa nel mio corpo si stesse devastando, se poi aggiungiamo le paure della pandemia e quel caldo che non mollava mai, in un attimo la Thailandia nel mio cervello ha finito per esplodere in un incendio. Un incendio fruttuoso. Al tempo ero anche interessato all’idea di raccontare un nuovo imperialismo commerciale, dove le multinazionali impongono i loro progetti, la loro ricerca di profitti, a paesi di tutto il mondo. E la Thailandia era perfetta: ho poi scoperto, infatti, che è stato il solo paese del sudest asiatico a resistere all’imperialismo storico di Francia e Gran Bretagna. Laos, Burma, Malesia e Vietnam sono tutti caduti sotto il potere coloniale, ma non la Thailandia, che ha mantenuto la sua indipendenza. Questa storia di resistenza era appunto perfetta per raccontare una storia di combattimenti per il controllo del cibo nel futuro.

Il rapporto tra cibo, scienza e interessi economici è centrale nel romanzo, come il tema del pericolo degli Ogm.

Penso che gli Ogm siano una tecnologia, e come tutte le altre hanno aspetti sia positivi sia negativi. Non importa se parliamo di automobili, polvere da sparo, computer o telefoni cellulari: può essere pericoloso come la gente usi una tecnologia, non la tecnologia in sé. Rispetto agli Ogm, penso che manchino buone regolamentazioni e strutture di vigilanza, il che è pericoloso perché potremmo causare cascate di disastri. Nel libro parlo anche dei “Cheshires” [“stregatti” nella traduzione, nda], gatti creati con tecniche da bio-ingegneria, ideati per i compleanni dei bambini, ma poi scappati e, da selvaggi, diventati superpredatori, una nuova specie invasiva. Senza esasperare le cose, e pur usando un approccio prudente ai rischi, penso  quindi che gli Ogm siano fonte di potenziali pericoli, cose inattese, e il problema è che noi ci accorgeremo di aver fatto qualcosa di stupido solo quando sarà troppo tardi.

Bisognerebbe quindi discutere quale futuro di voglia costruire. E come.

Sì, credo fermamente che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui organizziamo la nostra economia e la nostra società. Considero la politica una discussione sui valori, e nel romanzo il conflitto tra i Ministeri dell’Ambiente e del Commercio è una manifestazione della politica. È un conflitto tra due visioni del mondo: protezionistica e liberista. È però una guerra permanente tra interessi di gruppi economici, e le persone comuni possono solo subire quanto succede. La democrazia in Thailandia per altro è sempre stata una cosa traballante, apparentemente influenzata dalle fazioni militari, dai ricchi uomini d’affari e occasionalmente dalla Corona, quando è costretta ad affrontare questioni politiche. La Regina però non appare molto nel romanzo perché volevo tenere fuori la famiglia reale dal cinismo degli intrighi politici, volevo restasse una rappresentazione simbolica di una prospettiva speranzosa per il Regno di Thai, qualcosa in cui tutti hanno fiducia, in cui riconoscersi, una figura positiva. Qualcosa a cui appunto si aggrappi la gente che purtroppo subisce decisioni altrui, situazione che non esiste solo nel romanzo: oggi tante grandi banche hanno distrutto il lavoro e le vite di molte persone, e nessuno sembra essere andato in prigione.

In effetti nel romanzo la partita è giocata dalle multinazionali, o da figure come Gibbons, il genetista che si sente Dio.

Purtroppo credo ci siano scienziati e sapienti tecnologi che non hanno alcun interesse per le conseguenze sociali del loro lavoro. I tecnoentusiasti sono anaffettivi, e con una gran fiducia in se stessi, cosa che mi ha sempre spaventato. Gibbons è uno di loro, cambia la situazione con le sue sperimentazioni, ma rappresenta chi ha una visione del mondo convinta che esista sempre una soluzione a un problema, ma resta concentrata solo sul puzzle che ha di fronte, senza badare agli effetti sulle persone, sull’ambiente, agli impatti a lungo termine.

Le sperimentazioni scientifiche partoriscono anche “umanoidi” con una propria identità. Penso Emiko, la ragazza meccanica, il cyborg, che ricorda i “replicanti” di Blade Runner.

Tutti i generi hanno elementi che ricorrono. I serial killer nei polizieschi, matrimoni alienati nella fiction letteraria, robot e replicanti nella fantascienza. Penso però che l’originalità si possa avere nella specificità. Emiko è una persona creata con tecniche bio-ingegneristiche, abbandonata dal suo proprietario a Bangkok, un posto dove la gente disprezza chi è creato artificialmente, e lo considera privo di un’anima. La storia di Emiko da una situazione di benessere arriva a un presente in cui vive nella paura di essere scoperta e combatte contro il proprio programma comportamentale, mentre il suo design biologico risulta inadatto al clima tropicale. Questa lotta per la sopravvivenza la rende un individuo, non una figura letteraria. O almeno lo spero.

Per altro, a giudicare dal finale, sembra che Emiko la rincontreremo.

Amo sia le storie che si concludono, sia quelle che lasciano il lettore a riflettere sul futuro dei personaggi, che lo costringono a domandarsi: cosa gli succederà dopo? Detto questo, però, non ci sarà mai un sequel diretto alla storia. Il che non vuol dire che non possa tornare a scrivere di quel mondo. Sto considerando la possibilità di una storia ambientata in India, su una campagna completamente inghiottita dalle “Compagnie caloriche”, le multinazionali che racconto anche in La ragazza meccanica. Che dire? Chi vivrà vedrà!

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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