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Vendetta o giustizia? Patrizia Aldrovandi risponde al Coisp

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Questa intervista è uscita su Contropiano.

di Adriano Chiarelli

Abbiamo dialogato con Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Con lei abbiamo discusso della probabile decisione della Corte dei conti di riscuotere il risarcimento direttamente dai quattro condannati per l’omicidio di suo figlio: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani. La decisione andrà confermata in un’altra seduta prevista per il 9 luglio prossimo. Al di là dell’esito, che si presume orientato a una conferma di quanto già annunciato, va delineandosi un nuovo principio, inedito per quanto riguarda gli omicidi di polizia: la responsabilità è personale, cioè dei condannati, ed è giusto che siano loro a pagare.

Lo stato ha anticipato il risarcimento per le parti civili e ora presenta il conto, come è giusto che sia. Forse quello pecuniario è un argomento che i vertici di polizia comprenderanno a fondo, e con loro i sindacati tristemente noti come il Sap e il Coisp, che non perdono mai occasione per strepitare, offendere i vivi e i morti, o per rivendicare garanzie e diritti dei quali nessuna categoria professionale in Italia potrà mai godere.

Patrizia non fa sconti a nessuno. La sua rabbia è ancora palpitante, così come viva è la sua voglia di lottare non solo per suo figlio, ma per tutti i morti di stato.

Patrizia come commenti il provvedimento di risarcimento per 2 milioni a carico dei quattro poliziotti che hanno ucciso Federico?

Mi risulta che non sia ancora un provvedimento definitivo. Potrebbe diventarlo il 9 luglio, giorno in cui la corte dei conti si riunirà per decidere sulla conferma o meno di tale provvedimento. Ciò che è certo è che si tratti di un segnale molto importante. Noi abbiamo sempre avuto fiducia nelle “persone oneste delle istituzioni”. Lo dico tra virgolette perché questa distinzione è l’unico schema possibile per non generalizzare, per stabilire una linea di demarcazione tra elementi istituzionali onesti e disonesti.

In questi nove anni trascorsi dalla morte di mio figlio, con la mia famiglia e con coloro che mi hanno sostenuto abbiamo improntato le nostre azioni verso un senso di fiducia nella giustizia. Ci ho sempre creduto e continuo a crederci. Nonostante ciò abbiamo avuto molte delusioni da soggetti che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni, che niente c’entravano con la nostra vicenda e che tentavano di avere notorietà personale, cavalcando la tragedia e cercando lo scontro con noi. In questi momenti la fiducia ha tentennato. Abbiamo subito di tutto: dall’incommentabile Giovanardi, passando per Primadifesa (gruppo indipendente di difesa legale delle forze dell’ordine, n.d.r.), agli insulti di Forlani subito dopo la sentenza di cassazione. Tutto questo percorso così arduo, in realtà mi ha sempre visto fiduciosa.

Il processo penale si è concluso da due anni: la delusione è che i quattro non abbiano perduto la divisa. Però tutto ciò che è stato fatto – ci tengo a dirlo – sia da noi che da altre voci indipendenti, voci della società, scrittori, giornalisti, documentaristi ci ha aiutato moltissimo. Il loro pensiero e il loro agire, così attento e sensibile, ci ha accompagnato chiedendo giustizia, aiutandoci infine a ottenerla. Ogni strumento è stato utile a moltiplicare la voce di Federico e di quelle vittime che non potevano difendersi da sole. Tutti loro hanno messo insieme una forza talmente grande che il dibattito pubblico è ancora oggi incessante e prosegue anche al di là dei processi.

Adesso c’è più consapevolezza. E adesso si deve sapere che la proposta del ministero di anticipare il risarcimento alla mia famiglia è un grosso favore che lo Stato ha fatto ai condannati. Adesso lo stato chiede indietro il prestito: è giusto che sia così e io non la vedo in altro modo.

Qualcuno definisce questi e altri provvedimenti dell’autorità giudiziaria come vittorie. Faremmo volentieri a meno di queste vittorie. Ognuna di queste “vittorie” non fa altro che riaprire ferite sempre più difficili da rimarginare. Non aiutano a guardare avanti, a pacificarsi con se stessi, non fanno altro che rinnovare il dolore. È così?

È esattamente così. Se loro non avessero ucciso Federico sarebbe stato meglio per tutti, e non avremmo mai dovuto parlare di un ragazzino di 18 anni morto di morte violenta. Pertanto oggi dico semplicemente: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. I sindacati hanno poco da recriminare o rivendicare: quei quattro mi hanno portato via Federico e ora si indulge al vittimismo, si parla di famiglie rovinate per sempre. Qui l’unica vittima è Federico, non c’è più. Sarà lui a non potersi fare una famiglia, sarà lui che non avrà mai dei figli. Perché non c’è più.

E voglio sottolineare che “loro” prima del processo, anzi nell’immediatezza dell’omicidio hanno deciso di seguire la linea dei depistaggi. Hanno deciso loro di adottare questa strategia della menzogna fin da subito, e ciò è acclarato in tutti i processi su depistaggi e insabbiamenti. Qualcuno sopra di loro ha deciso che si dovessero comportare così. Qualcuno ha deciso che i verbali di quella mattina dovessero essere tutti identici, così come sono state pianificate e concordate tutte le loro prese di posizione in questi anni. Tutto sommato, i quattro condannati sono i pesci piccoli di un sistema più grande: alla luce di ciò suggerirei a chi si lamenta dell’entità del risarcimento di andare a chiedere i soldi a chi ha ordinato loro di agire in quel modo. Che chiedano aiuto ai superiori che hanno deciso di insabbiare tutto e di infangare la memoria di Federico dandogli del tossico; li chiedano a chi offendeva Federico, la sua famiglia e i suoi amici. Andassero a chiedere ai capi quei soldi, visto che hanno deciso di tenere negli anni questa linea di comportamento. Perché deve essere chiaro a tutti che il loro comportamento è stato illegale, improntato a una crudeltà estrema, che aggiunge alla violenza fisica quella verbale. Quei soldi li raccolgano tra loro, con l’aiuto dei sindacati che tanto li spalleggiano, e che risarciscano di tasca propria i contribuenti.

Ecco veniamo ai sindacati e a personaggi come Franco Maccari del COISP…

Penso che Maccari sia uno stalker. Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Lo diceva anche Heidi Giuliani, perseguitata da giudizi feroci sulla simbolica “piazza Carlo Giuliani”. È uno stalker nato. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui.

Secondo te qual è il progetto comunicativo di sindacati di polizia che non mancano occasione per cavalcare polemiche?

Secondo me non hanno una posizione sindacale ma decisamente politica e, direi, pericolosa: è una presa di posizione squisitamente politica, estremamente arrogante e votata alla sopraffazione. Penso sia sotto gli occhi di tutti.

Cos’è che non funziona nelle articolazioni sindacali della polizia? Pensi siano specchio delle disfunzioni della polizia in se?

Non sono competente per giudicare questi aspetti. Posso dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella strenua difesa di persone condannate. Chi ha una funzione istituzionale e prende queste posizioni contrarie al senso stesso di Stato, si mette contro gli organi dello stato che egli stesso rappresentano. Tutto ciò lo definirei sovversivo.

Il fenomeno della malapolizia stenta ad attenuarsi? Molto difficile tenere il conto dei casi ufficiali. I provvedimenti come questo della Corte dei conti, o comunque le altre condanne, non dovrebbero avere funzione di deterrente?

Non funzionano da deterrente, perché se ci pensiamo le sentenze vere e proprie sono ancora poche. Quella per Federico  o quella, inequivocabile per la morte di Gabriele Sandri sono state le prime del nuovo millennio. Poi c’è stato Gugliotta che ci fa sperare che le cose prendano una piega diversa. In questo momento storico spero che abbiano un effetto di deterrenza. Ciò che vedo però è che le forze dell’ordine proprio in virtù di queste sentenze, tendano a organizzarsi di conseguenza, imparando a coprirsi meglio e ad accrescere il senso di impunità. Per questo penso che ciò che realmente funzioni sia colpirli sul lato materiale, economico: l’unico argomento che certi soggetti possono capire sono i provvedimenti relativi ai beni materiali, come si presume accadrà nel caso della Corte dei conti il 9.  I quattro che hanno ucciso Federico dopo sei mesi sono tornati in servizio, con stipendio regolare e divisa ancora addosso. Tutto si è risolto cioè in un nulla di fatto, questa è la verità. Invece il risarcimento di tasca propria, è un argomento che anche i più accaniti difensori degli abusi di polizia capiranno. Penso che colpirli lì sia un argomento vincente perché questi episodi non accadano mai più. Detto ciò non credo che gli italiani siano felici di pagare per questi quattro. La responsabilità è personale, non dell’Italia intera che dovrà così accollarsi le spese risarcitorie. I condannati sono loro, loro hanno ucciso mio figlio, che paghino di tasca propria.

Sembra quasi che all’interno delle forze dell’ordine non ci sia una percezione esatta di quanto siano sotto i riflettori, ovvero soggetti al giudizio quotidiano. E sembra anche che al loro interno non riescano a darsi regole precise. Che ne pensi?

È vero. Penso che un cambiamento del genere sia necessario, che siano necessarie nuove regole. Adesso tocca alla politica indicare la via del cambiamento, se c’è in questa una parte onesta, trasparente. Le promesse che mi sono state ripetutamente fatte di rivedere l’organizzazione, gli schemi, l’etica della polizia sono state vane. Adesso è il momento di cambiare direzione. E ripeto, forse l’azione della corte dei conti va in questa direzione, ma non rappresenta il cambiamento interno alle forze dell’ordine. È questo che ancora manca. E manca perché il vero cambiamento incontra l’opposizione durissima di quei sindacati: vedi gli applausi del Sap, vedi il Coisp che porta avanti azioni politiche deteriori, non riconciliatorie. È in sede istituzionale che deve avvenire una vera discussione, a livello politico nel senso migliore. È necessario che se ne parli in parlamento: ci vuole una legge contro la tortura, ma più in generale una creazione di dispositivi operativi e giuridici che impediscano morti atroci come quella di mio figlio.

È dal 2005 che malgrado tutto, la storia di Federico è il faro per tutte le vicende di malapolizia. Cos’è cambiato da allora?  Che eredità lascia alla società, alla pubblica opinione. E soprattutto: questa storia avrà mai una fine?

Vedi, penso che non abbia mai fine proprio perché è importante. Perché la forza di Federico non è solo in lui o in chi ci ha sostenuto a titolo personale oppure legale. La storia di Federico è universale, la gente l’ha compresa e ne è rimasta sconvolta. Non è mistificabile, nonostante gli sforzi degli stalker. Credo che Federico possa insegnare moltissimo a tutti. È imprescindibile che la gente capisca che questo è un problema vero, che riguarda molte persone e che fa molte vittime. Quindi va seriamente affrontato. Come problema nasce da lontano e Federico è solo una delle tante vittime. Forse la sua storia è diventata più evidente perché per fortuna c’è stata una sentenza, che per tanti è stata impossibile. Da lì anche le persone comuni si sono rese conto che la malapolizia esiste e va sconfitta. La politica non ascolti più me: ascolti la gente, non rappresenti solo il potere fino a se stesso, ma diventi qualcosa di effettivo, attivo. Per il cambiamento.

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