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Intervista a Paul Beatty, vincitore del Man Booker Prize

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Questa intervista è uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell’opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell’autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.

Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

C’è la violenza della polizia, che uccide il padre di Me. Ci sono i non luoghi di Los Angeles, ibrida e sconfinata. L’imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, scomparso dalle mappe. Il vecchio Hominy Jenkins, l’abitante più famoso di Dickens, l’ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell’identità e si offre come schiavo. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell’utopia, con la contraddizione insita nell’integrazione.

Beatty, Lo schiavista è classificato come un’opera satirica. Proviamo a risolvere l’equivoco sulla satira. Trova riduttiva l’accezione diffusa, che è anche una maschera per non parlare di come il suo testo scavi in profondità il senso della perdita, della morte e gli aspetti più violenti del paese?

«Qualora qualcuno lo categorizzasse come un libro comico, penso che non avrei la stessa reazione. A proposito dell’evidenza della parola satira c’è qualcosa che suona come vacuo, falso e accomodante. L’aggettivo satirico è una maniera per dire: “Questo è un libro divertente che tratta una materia seria, ma non dobbiamo misurarci con la tristezza e il dolore”. Esiste un’antinomia per la satira? In che modo definiremmo un libro posato che si occupa di argomenti umoristici? Sono forse uno scrittore post satirico? No, post satirico è satirico. Sono intrappolato, non fa niente».

In un passaggio intenso e spassoso del prologo, lei fa dire a Martin Luther King Jr. che «se solo avesse assaggiato quell’intruglio non dolcificato, disgustoso, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l’intero movimento per i diritti civili prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi». Intendeva discostarsi dalla narrazione acritica sugli esiti del Movimento?

«Il romanzo non ha la pretesa di emettere alcuna verità a proposito; piuttosto usa il vantaggio del senno di poi per presentare un’alternativa obliqua e leggermente riluttante nella reinterpretazione della lotta. Qualora si chiedesse agli americani se ritengono che il Movimento per i diritti civili sia stato proficuo, ci sarebbe un consenso generale: “Sì lo è stato”. Ma non c’è nulla di scontato come il pieno consenso. C’è sempre almeno una persona che esprime una forma di dissenso. Questo libro è l’incarnazione della persona non del tutto d’accordo. La persona che concorda ma alza la mano soltanto a metà».

Quanto è stato errato e fuorviante immaginare un cordone ombelicale tra Barack Obama e la comunità afroamericana, e soprattutto ritenere la sua elezione un’eredità postuma del Movimento per i diritti civili?

«È stato miope presumere che, in quanto nero, avesse una responsabilità inerente per affrontare l’ingiustizia sociale, quando invece dovremmo pretendere da qualunque presidente di essere cosciente e avversare le diseguaglianze. C’è un video interessante del Presidente Obama, un politico nero potente, intervistato da una giornalista nera in una delle sale del nuovo Smithson Museum of African American History. Lei gli domanda di una recente sparatoria della polizia a Tulsa, Oklahoma, dove il videotape mostra la vittima, Terence Crutcher, chiaramente con le mani alzate. Obama, che aveva alle sue spalle una gigantografia di Martin Luther King Jr, afferma: “È mia abitudine non commentare i fatti specifici…”. Se il presidente non può dichiarare nulla su un omicidio ripreso e catturato dentro a una pellicola, è almeno molto inquietante. Poi ci sorprendiamo perché una larga parte della cittadinanza statunitense si chieda perché importarsene. Grazie a Dio persone come MLK Jr., Angela Davis, Eugene Debs, Moms Mabley, Cesar Chavez, Bernie Sanders, Ta-Nehisi Coates e Richard Pryor l’hanno fatto, hanno parlato nello specifico».

Potremmo dire che, giorno dopo giorno, il concetto del post razziale sia sempre più confuso e fragile?

«Ritengo che la definizione potrebbe rimanere la stessa, ma la voce sul vocabolario andrebbe scritta e letta così: post racial – aggettivo [arcaico]».

Dopo le elezioni Toni Morrison ha invitato a rileggere William Faulkner. Perché il senso dell’essere americano è tuttora profondamente connesso alla bianchezza, al colore della pelle?

«Sostituisca americanità con italianità e potrebbe trovare lo stesso tipo di risposta scomoda».

Quali sono i bisogni degli elettori di Donald Trump?

«Molte persone convergono sull’opinione e sentimento, originariamente fatto risalire al filosofo francese Joseph de Maistre, secondo il quale i paesi hanno i leader che meritano. Non concordo. Malgrado il processo democratico, nessuno merita una leadership pregiudiziale e vendicativa. Trump incontra i bisogni della popolazione che non realizza che il sentirsi dire cosa pensare è equivalente al sentirsi dire di non ragionare, al mettere da parte la razionalità. A volte le persone necessitano di una figura paterna, nonostante sia ingiuriosa, illusoria».

Nutre qualche timore in particolare per l’agenda Trump?

«Il crescente restringimento del raggio d’azione dei media. Quanto sapremo rispetto alla sua attività? Ha incontrato da poco il primo ministro giapponese Shinzō Abe, ma non ne sappiamo nulla».

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