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Foglie al vento: un’intervista a Richard Ford

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

New York. Ogni giorno non passa un’ora senza che Richard Ford pensi qualcosa di suo padre, morto il 20 febbraio 1960. O di sua madre, che se n’è andata il 28 dicembre 1981. «Mi mancano. Anche oggi che ho 73 anni e che loro sarebbero ultracentenari. Mi manca il loro controllo su di me, non c’è più nessuno a controllarmi».

Nemmeno sua moglie Kristina, cui dedica ogni libro? Un lieve controllo affettuoso, solidale, non spionistico?

«Stiamo insieme da 54 anni e non ci siamo mai controllati. Ci amiamo. Io voglio fare tutto quel che fa lei e lei vuol fare tutto quel che faccio io. Non siamo gelosi dei successi reciproci. Insomma, siamo molto esigenti e fortunati».

Queste intimità Ford le racconta, anzi le urla, in un affollatissimo bistrot dell’Upper West Side. Tra avventori che celebrano il pomeriggio domenicale e primaverile alzando il volume – magari anche il gomito – e camerieri che arrotano la r di Sancerre e Chardonnay. In lontananza, un neonato radical chic esprime il suo disappunto per la caciara con strilli ancor più potenti. Una situazione abbastanza insensata, ma Ford è il cantore dell’insensatezza, quindi va bene così.

A leggere Tra loro, il suo nuovo piccolo libro di due capitoli, si scopre che, senza la morte prematura – un infarto – di quel padre molto amato, forse non ci sarebbe stato questo memoir, né la quadrilogia di Frank Bascombe, con il Pulitzer e il PEN/Faulkner a Il giorno dell’Indipendenza, né Incendi, né Canada, né i tanti racconti. Il papà commesso viaggiatore per una fabbrica di amido da bucato dal nome più che letterario, Faultless Company (qualcosa tipo Gli Impeccabili), avrebbe avviato il giovane Richard a una vita più pratica e spiccia.

Altri scrittori provengono da famiglie come la sua: non ha attribuito troppo potere a suo padre?

«Lui non sapeva niente dei libri, era preso solo dal suo lavoro. Veniva dalla Depressione, da un’epoca in cui tutti avevano perso il lavoro e sapeva di essere fortunato ad averne uno. E io non ero un bravo studente. Se lui fosse vissuto a lungo avrei subito di più la sua influenza: non sarei andato al college, magari mi sarei arruolato, o mi sarei trovato un lavoro. Sono diventato uno scrittore passando attraverso cose di tutt’altro genere, che mio padre non avrebbe consentito. Che fai? Perdi tempo? Non guadagni? Morire così presto è stata una sfortuna per lui e una fortuna per me. E già questa constatazione è servita per farmi una prima idea su quanto è illogico il mondo. Scrivo sempre di cose che non funzionano, che non si capisce perché succedano. Il piacere e la sfida è trovare le parole che riconcilino queste incongruità».

Il piccolo Richard arrivò tardi. Reduci da infanzie abbastanza disastrose, sua madre Edna e suo padre Parker, detto Carrol, finalmente se la godevano: in giro per gli Stati del Sud con i loro campioncini di amido. Alberghi, ristoranti, una confortevole vita nomade e un grande amore che non si faceva troppe domande e prendeva la vita come veniva. La sua nascita fu accolta con lo stesso amore e la stessa semplicità. Edna diventò stanziale in un appartamento a Jackson, Mississippi, affrontando la vita della moglie del commesso viaggiatore: sola con il figlio tutta la settimana in attesa del festoso ritorno del marito carico di souvenir gastronomici il venerdì sera.

Il titolo Tra loro ricorda (a noi europei) una vecchia canzone di Aznavour, Ed io tra di voi, storia di un terzo incomodo tra due innamorati. Ma il piccolo Richard non era geloso. Anzi, gli piaceva essere laterale a questo amore: «Nessun sentimento di esclusione. A volte mi chiedo se ho cancellato dalla mia memoria qualcosa di orribile, perché non ho ricordi brutti della mia infanzia. E le poche volte che mi sculacciavano capivo perché me le davano: ero stato cattivo o erano terrorizzati che mi succedesse qualcosa».

Lei loda la mancanza di fisime psicologiche di Edna e Carrol, il loro non essere genitori moderni. Eppure questo memoir è anche una storia psicologica, la storia del suo trauma a 16 anni per la morte improvvisa del padre. Raccontata in modo meraviglioso.

«Considerare la morte di mio padre l’evento più importante mia vita è una formula inaccettabile. L’unica formula accettabile è che prima è vissuto e poi è morto. La morte è importante solo in termini di fine di una vita: Walter Benjamin diceva che il narratore attinge la sua autorità dalla morte, ma non mi sembra categorico: non mi bastava concepire la vita di mio padre solo in base alla sua morte. E io non mi considero segnato da questo evento: sono la persona più normale che conosco. Una persona normale che fa un lavoro straordinario».

Perché su padre e sua madre dormivano in camere separate?

«Nella casa piccola c’era un letto matrimoniale. Poi nella villetta dei sobborghi avevano due stanze. Non ho mai chiesto perché, non mi sembrava strano o inquietante, anche se Kristina e io dormiamo insieme. Forse mio padre russava e comunque era grosso, occupava tanto spazio, e mia madre era piccolina. Ma le visite notturne c’erano, facevano l’amore e io li sentivo, senza che mi facesse un particolare effetto».

Nei vecchi film americani mom & dad hanno sempre i letti separati.

«I famosi twin bed. E i bambini chissà da dove venivano. Puritanesimo. Censura. Correttezza politica. Il filo rosso è questo. Ma c’è n’è un altro di filo rosso, quello della libertà di fare, e quindi di dormire, come ti pare. Anche questo è molto americano».

Lei e Kristina non avete voluto figli. Eppure descrive i sentimenti di un padre con sconsolante attendibilità. Per esempio, in Il giorno dell’Indipendenza, quel miscuglio di fastidio, affetto e compassione provato da Bascombe per il figlio adolescente. Che non si lava, è molliccio, ha una verruca e dice e fa cose senza senso e piene di dolore.

«Ha presente il bambino che prima strillava? Dentro di me, una voce gridava Stai zitto! Ma ho sentito anche la voce interna della madre intimargli la stessa cosa. Senza darmi troppo credito, suppongo di poter percepire quello che pensano gli altri e che gli altri possano fare lo stesso con me. Non ho l’esperienza della paternità, ma ho affinato quella di figlio. Ero un bambino disobbediente, sovversivo, non facevo quel che mi dicevano. Sapevo di esasperarli al punto che talvolta avrebbero preferito non avermi fra i piedi. Non è strano che possa descrivere i loro sentimenti o quelli di altri genitori, perché eravamo molto vicini. E poi c’è sempre un mistero da qualche parte, nel cuore di quello che uno scrittore riesce a raggiungere, a mettere insieme».

Gira voce che Ford sia un narratore per uomini. Un giornalista del NYT lo ha accusato di trattare le donne da sciacquette (nel migliore dei casi). Ma in Comunista, un racconto della raccolta Rock Spings (1987) una donna s’incazza col suo amante cacciatore che ha ferito un’oca e la lascia morente nell’acqua. «Le hai sparato tu. Devi andarla a prendere. Non è questa, la regola?». Rigore pionieristico e nessuna svenevolezza.

Sarà allora per via delle scopate senza problemi di certi personaggi maschili?

«Ma sono solo un paio».

Facciamo un po’ di più. Comunque ci sono sempre delle donne con loro.

«Eh no: per chi lancia queste accuse gli uomini scopano e le donne sono scopate, anche se non mi pare che le cose vadano proprio così. E poi, non si può parlare di uomini o di donne, ma di un uomo o di una donna. Uno scrittore non tratta il mondo in generale, ma i suoi innegabili particolari».

Chi le ha insegnato a cacciare e a pescare?

«Mio padre, e di più il patrigno di mia madre. Tipo pratico, losco, seducente. È un bel mondo. Ci sono regole da imparare, talenti da praticare. Dà piacere. Ed è bello addestrare in cani. Nel Maine io ne ho due. L’uccisione dell’animale è la cosa meno piacevole. Da giovane mi sembrava più che naturale, cibo per la famiglia, ma invecchiando mi diventa sempre meno accettabile».

Quanti abbozzi di romanzi conserva nel freezer, tra le sue prede che frollano?

«Ci sono i miei 50 blocchi di appunti, un paio di romanzi e alcuni racconti. Ci sarebbe il quinto romanzo di Bascombe con il figlio che ha la Sla, ma non mi sento abbastanza energico per scriverlo. Continuo a prendere appunti, il titolo è Be Mine, ma mi succede una cosa strana: non ho mai avuto l’età di adesso e non so come devo muovermi, quali sono le regole»

È la prima età di cui non conosce le regole?

«No, ma per la prima volta sento che le regole potrebbero non essere perentorie. Per tutta la vita ho scritto perché volevo fare lo scrittore e avevo il materiale: queste due cose insieme portavano alla pubblicazione. Ma oggi sono vecchio e ho questo libro che potrei scrivere, e anche bene, ma non mi sento obbligato. E neanche ci sto male. Ho scritto un racconto in gennaio e un altro il mese scorso, escono sulle riviste, sul New Yorker. Forse fra sei mesi mi sentirò diversamente, ma la vita, di suo, va in direzione diversa».

Se c’è meno futuro si è meno coinvolti o in obbligo di mantenersi impegnati?

«Esatto, mi sento molto più obbligato dal presente. Quando scrivi un romanzo metti in gioco tre anni o quattro e alla fine senti che li hai riempiti completamente, sei soddisfatto, ma ora non la sento più così. Penso che sarei in grado di fare un libro di racconti. Ho un certo interesse per l’Irlanda, da dove viene la mia famiglia. Ho cinque storie, e potrei farne altrettante, sugli irlandesi diventati americani nel XX secolo. Sarebbe interessante vedere chi sono, dove sono e quanto è ininfluente la loro origine irlandese. Per esprimere l’irrilevanza di quel che consideriamo rilevantissimo ho scritto la storia di due ragazzi americani che vanno in Canada quando c’è la coscrizione per il Vietnam. Lei poi decide di tornare in Ohio dove suo padre, un immigrato irlandese, ha un bar. Lui invece resta, diventa canadese e molti anni dopo si ammala: sta per morire e la manda a chiamare. Lei attraversa Ohio, Michigan e Canada e riflette. Quello che considerava un episodio chiave della sua giovinezza non conta più niente».

Ma perché gli americani, che sono ossessionati dal potere, dalla solidità, dai grattacieli, dalla conquista, sembrano poi delle foglie al vento?

«Perché siamo foglie al vento: non abbiamo storia né religione di Stato. E abbiamo un governo disperso su un continente troppo grande che non vuole farci dipendere troppo dallo Stato: non è un bene né un male. Bene e male sono termini individuali. I Paesi non sono né buoni né cattivi. Come le istituzioni. E l’umanità. Ma Donald Trump è un idiota perfetto».

Paola Zanuttini è nata a Roma nel 1954. Lavora a La Repubblica dalla sua fondazione e da oltre vent’anni è inviato del Venerdì per il quale si occupa di società, esteri e cultura. Per minimum fax ha scritto Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso insieme ad Amedeo Letizia.
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